Alberto Sordi e David Niven I Due Nemici sono come le Banche e il Bitcoin

Immaginate un incontro, qualche anno fa, tra i rappresentanti di Blockbuster e i gestori di una piattaforma di BitTorrent. Da una parte una catena di negozi fisici che vende prodotti fisici, i dvd, e dall’altra un sistema di scambio dati peer to peer.

Da una parte gli accordi con le case cinematografiche, dall’altra l’indifferenza per il diritto d’autore. Da una parte una realtà fallita, con innumerevoli negozi chiusi e personale mandato a casa, e dall’altra una delle realtà che hanno cambiato il modo di fruire di film, serie tv e musica. Che cosa avrebbero potuto trovare in comune i due mondi? Una qualche forma di accordo avrebbe potuto salvare il vecchio mondo fisico e traghettarlo nella nuova era? È la domanda che ci si pone oggi, quando nel mondo sono in corso contatti tra due galassie lontanissime: le banche e gli esponenti del mondo Bitcoin e della blockchain, ossia della tecnologia che sta alla base dei Bitcoin e che promette applicazioni dirompenti in molti settori. Si tratta essenzialmente di sistemi distribuiti di verifica di informazioni, assicurati dalla messa in comune di hardware di numerosissimi utenti. Potenzialmente potrebbero automatizzare tutto quello che richiede una certificazione, dai passaggi di proprietà ai contratti. Questi incontri stanno cominciando ad avvenire anche in Italia, e non sono chiacchiere nei convegni. Sono accordi economici, che si basano su soldi (delle banche e di altri istituti finanziari) in cambio di informazioni. La posta in gioco è alta: per le banche si va dal trovare il sacro graal per tagliare i costi di funzionamento alla loro stessa sopravvivenza.

«Puoi venire domani, ma prima delle 16. A quell’ora arrivano i partner di Intesa Sanpaolo». Al telefono è Giacomo Zucco, un imprenditore dai tratti geniali. Con poca sregolatezza e molto coraggio. Classe 1983, studi in fisica, nel pieno di una carriera nella società di consulenza Accenture lascia tutto e fonda una serie di startup. «Mi sembrava tutto vecchio e tutto troppo specializzato», spiega. Negli anni segue tutti gli hype del momento, dalle stampanti 3D ai chip Nfc. Poi decide di concentrare gli sforzi sul mondo dei Bitcoin, la moneta virtuale nata nel 2009 che ha oscillato nella considerazione dell’opinione pubblica con variazioni paragonabili solo al valore degli stessi bitcoin: da pochi centesimi di dollaro a oltre mille, fino all’attuale valore di circa 420 dollari. Anche in questo caso le startup si moltiplicano, come una “farm” per estrarre bitcoin in Svizzera. Che significa? Ci arriveremo. Un anno fa contribuisce a creare una sorta di associazione di categoria, Assob.it, che raccoglie sì esponenti delle varie startup del mondo Bitcoin ma anche del mondo della finanza, come Banca Sella, e professori universitari. Il link non è banale, perché è una premessa di quello che succederà dopo. Nel frattempo Zucco fonda BlockchainLab, un misto di centro di ricerca e acceleratore di startup, con sede a Milano, nel centro di co-working e spazi di lavoro innovativi di via Copernico. Con sé, in uffici a vetrate nuovi di pacca, porta una ventina di ragazzi, tra cui «tre delle 200 persone in tutto il mondo che sanno veramente padroneggiare i bitcoin». Negli spazi ci sono un altro fisico, una musicologa, un ingegnere informatico, un laureato in economia. C’è anche Franco Cimatti, 31 anni, noto come Hostfat, presidente di Bitcoin foundation Italia e primo italiano ad avere “minato” bitcoin, nel 2010. Felpa Decathlon, ritrosia a parlare con la stampa, si dice che abbia accumulato una piccola fortuna (la cui entità non è nota) nelle fasi iniziali del fenomeno.

È appunto BlockchainLab a intavolare i rapporti con gli istituti finanziari. Ha cominciato Azimut, assieme alla sua partecipata Siamo Soci, uno dei primi portali di crowdfunding in Italia, che condivide alcuni spazi con BlockchainLab. Ha continuato Intesa Sanpaolo. E sono in pista di arrivo altri due accordi, con una società di consulenza e revisione e con un gigante dei sistemi di pagamento. La natura di questi accordi è peculiare: un patto tra avversari. Anzi, tra nemici. «È una mossa tattica aperta da parte di entrambi i fronti – dice Zucco in una sala riunione degli uffici, giacca e camicia e alle spalle una lavagna piena di formule e diagrammi -. Il mondo bancario tradizionale non conosce bene le armi che il mondo degli smanettoni di Bitcoin vuole usare per disintermediarlo», o distruggerlo. Lo scopo del patto è proprio ottenere informazioni su queste armi. «L’establishment finanziario è interessato e spaventato. Sa che le nuove tecnologie delle blockchain possono danneggiarlo e pensa di usarle a suo vantaggio. In realtà in quell’ambiente molti non hanno idea delle cose di cui si parla». Per padroneggiare questi meccanismi, aggiunge, servono conoscenze in almeno tre campi: sistemi distribuiti, crittografia e teoria dei giochi. Oggi una piena conoscenza sui tre fronti è appannaggio, dice Zucco, di non più di 200 persone in tutto il mondo. «Tra due anni sicuramente cresceranno. Per ora cercano esperti nelle università ma non li trovano, le grandi società di consulenza si fanno strapagare per riportare articoli di stampa. Solo chi è nel mondo delle blockchain ha le informazioni che servono loro».

Le banche potrebbero assumere queste persone, ma c’è un problema: la community di bitcoiner è quanto di più antisistema si possa trovare in circolazione. Vicina al mondo degli hacker, racchiude persone che vanno dai righ-libertarian, anarco-capitalisti, ai left-libertarian, vicini al mondo di Anonymous. Altri punti di riferimento culturali sono il Cypherpunk, i “gold-bugs” austriaci e il movimento di Occupy Wall Street. Tra le parole d’ordine c’è la “permissionless innovation”: «se ho un’idea non voglio passare anni a passare tra istituzioni, avvocati, notai e sindacati», dice Zucco. Un’altra parola chiave è “incentivo” (da qui il legame con la teoria dei giochi): viene incentivata la messa a disposizione di hardware per lo scambio di informazioni (remunerata attraverso la produzione e distribuzione di bitcoin, che in questo modo vengono “minati”), e viene incentivata la ricerca di soluzioni a problemi. Quanto più valore si riesce a creare con le soluzioni, tanto più va remunerato. Il tutto avviene in un ambiente “open source”: i codici sorgenti dei software non vengono protetti da diritto d’autore, ma “forkati” e migliorati da chi ne è capace. In generale c’è un atteggiamento positivo verso l’accumulazione di denaro, basta che non sia preso ad altri.

Zucco, in questa galassia, si pone tra i right libertarian, tanto che è tra i portavoce del Tea Party italiano: vede il problema non nel sistema bancario in sé, ma nel fatto che le banche siano diventate un “sistema statalizzato e monopolistico”. Qualcosa da abbattere, con molta più soddisfazione di un Blockbuster qualunque. Però il patto arriva, perché entrambe le parti hanno da guadagnarci. «È uno strano rapporto, di reciproca arroganza pacifica: le banche pensano “li compriamo”, gli hacker pensano che con i loro soldi le disintermedieranno ancora meglio».

Ma la strategia di BlockchainLab non si limita a facilitare questo “patto”, mettendo in comunicazione mondo finanziario e hacker. È in più fasi, ma l’esito finale è la costituzione di un incubatore di startup dedicate alla blockchain che funga anche da centro di ricerca altamente specializzato, con il supporto del mondo finanziario; in cambio ci sarà un’estrazione di informazioni, che saranno girate alle stesse banche, «senza indorare la pillola». Il veicolo di investimento invece partirà a marzo 2016; avrà un investimento di 5 milioni di euro e sarà costruito da Siamo Soci. Ci sarà un finanziamento di 100mila euro per ognuno dei 45 round previsti, per un totale di 4,5 milioni di euro (il resto sono spese). Potrebbero quindi esserci fino a 45 startup (realisticamente meno, con più finanziamenti per le più promettenti) incubate, con l’accordo di portare nella sede di BlockchainLab almeno un esperto di blockchain per almeno un anno. Accumulare materia grigia e competenze, oggi, è il primo obiettivo. «L’idea è di creare un ecosistema», dice Zucco.

Questo “patto tra nemici” è simile a un esperimento simile che in Canada sta portando avanti la Bitcoin Embassy di Montreal. Ma non è l’unico modello. Ce ne sono altri che sono descritti come una sorta di patto col diavolo, “operazioni di sistema” che hanno da una parte consorzi di istituzioni finanziarie e dall’altra esponenti del mondo Bitcoin pagati per la loro consulenza. Una delle più note è Digital Asset Holding, guidata da Blythe Masters, pioniera dei credit default swap ed ex enfant prodige di Jp Morgan Chase, lasciata nel 2014 dopo 27 anni in seguito ad accuse di malversazione. Tra gli investitori di Digital Asset Holding ci sono J.P. Morgan, Goldman Sachs, Bnp Paribas, Abn Ambro, Accenture, Santander Innoventures e Citi. Ancora più nota è R3Cev, che riunisce in un consorzio 42 banche tra le più importanti al mondo, tra cui Goldman Sachs, JPMorgan e Credit Suisse, che «stanno pianificando di sviluppare standard comuni per la tecnologia della blockchain in uno sforzo di allargare il suo uso tra i servizi finanziari». Altre iniziative sono più indipendenti, come Blockstream, che ha ottenuto finanziamenti da società come Pwc ma che è presieduta da Adam Back, esponente del cripto-anarchismo anni Novanta.

Articolo parzialmente ripreso dal sito linkiesta.it – foto dal film “I Due Nemici” con Alberto Sordi e David Niven

I commenti sono chiusi.