Alberto Statera attenti ad attaccare tutti Marino

alberto stateraOLTRE IL GIARDINO

L’evoluzione odierna del tiro al piccione è il tiro al Marino, nel senso del sindaco di Roma Ignazio Roberto Maria Marino. Gli ultimi a tirargli senza pietà sono stati l’inclito Bruno Vespa e l’esimio Massimiliano Fuksas, indignati, con molti cittadini, per l’accumulo di rifiuti nella capitale. Si sono aggiunti a una schiera più folta di tiratori, che va – come è naturale – dalle opposizioni in consiglio comunale fino – meno naturale – al Partito democratico con il quale Marino è stato eletto. Lo accusano e non solo per la “monnezza” da Andrea Peruzy, segretario generale della Fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema, al Vicariato (per le posizioni sui diritti civili); dal governo di Matteo Renzi fino al quotidiano di Roma Il Messaggero, che lo ha definito una mozzarella scaduta, e addirittura al Wall Street Journal, che ha paragonato la decadenza di Roma a quella di Detroit. Ora è possibile che il chirurgo cattolico che in gioventù fu boy scout abbia peccato di qualche velleitarismo circa le proprie capacità amministrative quando si candidò a sindaco della capitale d’Italia, afflitta da decenni da problemi inesorabili che avrebbero bisogno di interventi drastici, soprattutto dopo il disastro amministrativo e etico compiuto dal predecessore Gianni Alemanno. Ma, seppure non dotato della veemenza di un Michael Bloomberg, a Marino va dato atto del fatto che sulla poltrona di sindaco siede soltanto da poco più di un anno, un periodo troppo breve per smontare il “sistema” nutrito di corruzione, di clientelismo sfrontato e parentopoli gestito dal predecessore Alemanno. Le municipalizzate romane, già altamente inefficienti e al centro di appalti opachi, sono state riempite di mogli, amanti, galoppini post-fascisti e camerati di gioventù dell’ex sindaco. E l’Ama, la società delegata alla raccolta dei rifiuti, è l’icona di questo degrado. Si sta svolgendo il processo all’ex amministratore delegato Franco Panzironi, accusato con altri sette dirigenti e consulenti di abuso d’ufficio e falso per 41 assunzioni di “famigli” a chiamata diretta, retrodatata per eludere la legge Brunetta. Ma negli anni di quella scandalosa epopea le assunzioni non furono 41, bensi 841. Adesso la procura di Roma ipotizza che sia in atto un sabotaggio, attraverso l’assenteismo dei dipendenti legati alla vecchia amministrazione, che è tra il 16 e il 18 per cento, concentrato in orari strategici per la raccolta dei rifiuti, mentre vengono segnalati danneggiamenti agli automezzi. L’Ama, di cui il sindaco ha cambiato il vertice, costa quasi 800 milioni, con spese crescenti per l’invio dei rifiuti fuori dal Lazio dopo la chiusura della discarica di Malagrotta, che Marino giustamente rivendica come un successo. L’Atac è un altro buco nero. Sull’orlo del fallimento, nel biennio 2012-2013 ha speso per consulenze 23 milioni. Risultato: una perdita nell’ultimo anno di 219 milioni. Ora Marino ha varato un piano di rientro. Si vedrà se veramente funziona. All’Acea, colosso multiservizi controllato dal comune, il sindaco boy scout ha osato sfidare l’azionista privato Franco Caltagirone, da molti anni vero leader del “Sistema Roma”, e ha de-alemannizzato la dirigenza collocandovi come amministratore delegato il renziano Alberto Irace, contro la volontà del costruttoreeditore (del Messaggero) che avrebbe voluto mantenervi Paolo Gallo. La promessa è che almeno cesserà il disservizio delle bollette pazze e il ritardo nei rimborsi. Ma primum respirare senza rifiuti per le strade, se il sindaco di Roma capitale vuole provare che non è una mozzarella scaduta.

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Alberto Statera da repubblica.it

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