Aldo Grasso ricordo di Sandro Viola e le dispute sui critici televisivi

Quelle dispute sui critici televisivi
A Sandro Viola si deve la più dura, la più sprezzante requisitoria contro la critica televisiva

Giorni fa è mancato Sandro Viola, una delle firme più prestigiose e raffinate del mondo giornalistico. Pochi ricordano che a Viola si deve la più dura, la più sprezzante requisitoria contro la critica televisiva. Era il luglio del 1991 e su Repubblica uscì questa sarcastica considerazione: «Inutile entrare nei particolari, immaginare le sofferenze di chi è costretto oggi ad assistere alle puntate di “Dinasty” o di “Beautiful”, domani a diffondersi su Biscardi e Bongiorno, dopodomani a dare un giudizio critico su “Tra moglie e marito” o “Cuando calienta el sol”. Qualsiasi persona civile intuisce perfettamente che deve trattarsi d’un inferno. Così, il primo impulso dinanzi alla fatica del critico tv è quello d’una commossa solidarietà. Composta da uomini di grande finezza intellettuale, questa categoria fornisce – adattandosi ogni giorno a una sua spaventosa traversata del deserto – un fulgido esempio di spirito di servizio.
Che tenacia, nel restare anni e anni affondati nella poltiglia stomachevole delle giornate tv. Che senso della missione nello sforzo di nobilitare quegli abissi di stupidità con riferimenti continui alla Grande cultura. Quando un critico televisivo cita Platone o Nietzsche o Lévi-Strauss recensendo uno spettacolo con la Cuccarini, mi viene sempre in mente Errol Flynn nella “Carica dei seicento”. Quel tentativo disperato di tenere alto il vessillo della brigata di Cavalleria leggera, di non farsi travolgere dal nemico, così come il critico televisivo inalbera la bandiera della Cultura, impugna intrepido le armi della Ragione, per non soccombere tra i miasmi dei Varietà serali». Gli rispose, da par suo, e con ironica eleganza, Beniamino Placido spiegandogli alcuni meccanismi della cultura popolare del tutto ignorati da Viola. Altri tempi, quando le dispute riguardavano la materia del contendere e non scadevano negli insulti personali, con la pretesa magari di educare il pubblico.

Aldo Grasso da corriere.it

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