Alessandro Bertirotti La smettiamo di piagnucolare per un attore morto? Robin Williams è stato ucciso da questo mondo fasullo e triste, perché forse lui stesso voleva uscirne, recuperando quella normalità che ci mette a dura prova tutti i giorni, nella fatica di una sana vita quotidiana

alessandro-bertirottiLa smettiamo di piagnucolare per un attore morto?

È tutta questione di… verità.

Droga, alcool, cinque figli da tre mogli, grande villa sulla baia di San Francisco, un ranch (da vendere per tirare avanti e pagare le bollette…) del valore di circa 35.000.000 di dollari: Questa era la situazione del nostro amato, amatissimo attore!

Ma vogliamo scherzare o facciamo sul serio?

È possibile che il mondo rimanga allibito per il suicidio di un individuo che vive nell’alterazione dello stato di coscienza quasi quotidiano, nel ricordo del proprio passato di successo, ma sprofondato nell’alcool, nella droga, nell’insoddisfazione sentimentale e nel fallimento di un’intera vita? Abbiamo anche visto alla televisione qualche suo collega, come Maryl Streep, Antonio Banderas, Arnold Schwarzenegger ed altri, che partecipando ad una festa felici e sorridenti, dichiarano che sono sconvolti per il loro collega… ma ci rendiamo conto o no di cosa significa tutto questo?

Significa che nessuno rimane allibito per le migliaia di persone che ogni giorno muoiono perché sono costrette a fuggire dalla furia islamica; significa che tutti i suicidi dei perfetti anonimi, che non si drogano, che non bevono superalcolici, che non si sposano sette volte mettendo al mondo 14 figli, sono solo numeri sui cui riversare la nostra indifferenza più meschina; significa, infine, non sapere che la depressione è di due tipi almeno: endogena, che proviene dalla struttura della propria personalità ed è caratterizzata dalla familiarità, ed esogena, che deriva dall’ambiente nel quale si vive e si stabiliscono rapporti affettivi e professionali.

Detto questo, andiamo avanti.

Spesso siamo molto generosi nei riguardi di queste persone e ci commuoviamo nel venire a conoscenza della loro tragica fine, perché li identifichiamo con i personaggi che hanno interpretato e nel caso di Robin William non possiamo dimenticare la figura del professore che riesce a conquistare una intera classe con la sua filosofia di vita o il medico che si improvvisa clown per rendere meno triste la vita dei piccoli pazienti. Ma Robin Williams non era i suoi personaggi. Era tuttavia l’uomo che aiutava, per quello che sapeva e poteva fare, altre persone, donando tempo e denaro per andare incontro a chi necessitava di aiuto. Era, si apprende, un uomo “buono”, come si usava dire ai tempi di mio nonno e mio padre delle persone che morivano.

Robin Williams è stato ucciso da quell’ambiente nel quale aveva conosciuto il successo della copertina, delle prime pagine e i grandi incassi cinematografici, ossia da Hollywood, che finisce sempre per distruggere tutti i mostri che alimenta con lusinghe di ogni tipo e poi abbandona a morte certa. E lo fa sempre utilizzando gli stessi strumenti: alcool, droga e l’inevitabile depressione. Quando il nostro organismo e la nostra mente non fanno uso di droghe, si può reagire a volte sviluppando depressione, perché la normalità, senza nessuna alterazione, richiede il coraggio della fatica e del dolore e questo coraggio non è di tutti. Ma togliere il dolore dalla vita, nella sua totale funzionalità, significa eliminare il significato del nostro esistere, che richiede equilibrio, affetti autentici e fatica senza dare in cambio giganteschi successi mediatici.

Robin Williams è stato ucciso da questo mondo fasullo e triste, perché forse lui stesso voleva uscirne, recuperando quella normalità che ci mette a dura prova tutti i giorni, nella fatica di una sana vita quotidiana.

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