Andrea Scanzi i perchè della protesta dei Forconi

Andrea ScanziAll’assalto senza avere un perché, l’ultima frontiera della rabbia

È l’onda lunga della protesta. Quella dei forconi. Un’onda così lunga che, diramandosi ovunque indistintamente, corre il rischio di sfociare in una rabbia livida pressoché indistinta.

L’Italia è un paese assai pigro nell’indignarsi. Per questo, spesso, ogni protesta democratica è quasi da benedire, perché testimonia un’esigenza di giustizia, oltre che una vitalità (nonostante tutto) indomita. Quanto accaduto ieri stimola però anche altre riflessioni. La protesta, organizzata dal movimento di agricoltori e pastori protagonisti nel 2012 delle manifestazioni in Sicilia assieme a varie sigle di camionisti, ha trovato proseliti anche altrove. Dal Veneto alla Campania, da Milano a Palermo, dalle Marche alla Sardegna.

Ce l’hanno con l’austerità, ieri griffata Monti e oggi Letta. È una rabbia che ha trovato sponda in semplici cittadini, che chiedono le dimissioni dell’esecutivo e un referendum per l’abolizione dell’euro. Il blog di Beppe Grillo ha dato risalto a una scena inusuale: la polizia che, di fronte ai manifestanti a Torino, si toglie il casco. Forse per solidarizzare, forse per riportare alla calma. “Siete come noi”, ha gridato la folla alle forze dell’ordine, in un rovesciamento dei ruoli che testimonia ulteriormente come l’ideologia non c’entri nulla: come, ormai, sia questione di nervi. Di frustrazione. Di dolore, di ingiustizia.E di violenza, perché più una protesta è ideologicamente labile e più il corteo (dai princìpi spesso condivisibili) si espone al virus dell’infiltrazione: pochi esterni che si confondono all’interno del gruppo e distruggono tutto. Proteste e intenti. Il caso più evidente si è verificato proprio a Torino. Un assalto al Palazzo della Regione, obiettivo il presidente della Regione Cota, indagato per peculato insieme a 42 consiglieri. I manifestanti più ambiziosi gridavano “Rivoluzione , rivoluzione!”. Quelli più espliciti urlavano ben altro, e le parole più delicate erano “ladro” e “facci vedere gli scontrini”.

ACCANTO AI PROTESTATARI della prima ora, ultrà della Juventus (i gruppi Drughi, Bravi ragazzi e Tradizione), del Toro, del Milan. Incappucciati e con caschi. Bastoni, mazze da baseball, bottiglie. La piazza ridotta a campo di battaglia, le transenne divelte. Lancio di sassi e rissa, perfino tra gli stessi ultrà. É anche questa la variabile impazzita. Che la protesta si dimentichi il perché della protesta. Che la rabbia diventi fine a se stessa. Che l’unico obiettivo sia il caos, la guerriglia, lo spaccare tutto. E che la violenza, alimentata da una frustrazione generalizzata e da una congiuntura economica spietata, chiami altra violenza. Fino a diventare non più occasionale, ma addirittura rituale. Quasi un’abitudine, quasi una costante.

Proteste di questo tipo, trasversali e inizialmente spontanee, individuano genericamente nello Stato la fonte di tutti i mali. Uno Stato peraltro assente, oltre che svilito e illegittimo, ridicolizzato anzitutto da chi detiene il potere e dunque incentiva involontariamente qualsiasi pulsione antagonista. Se lo Stato è di per sé antipolitico, la protesta di piazza (e di pancia) non può non avere analoga attitudine. Se il cittadino non si sente ascoltato, prima urla contro il cielo e poi abbassa il tiro. Oltre che il livello di pazienza. Generalizza e colpisce.

LA DEBOLEZZA delle istituzioni fa sì che la violenza trovi breccia e venga in qualche modo tollerata. Diventano “normali” il blocco delle strade, lo scontro fisico: l’arrabbiatura che neanche più si ricorda il motivo originario della rabbia. Ieri molti italiani hanno protestato, perché c’è tanto da protestare. Tutto, però, ha via via assunto i connotati dello scontro per lo scontro. E quel che oggi sembra un’esplosione sporadica di frustrazione, e che in paesi ancora più deboli è ormai norma, potrebbe divenire domani uno stato permanente di emergenza. Da una parte chi si incazza, dall’altra chi non ha risposte e neanche le cerca. Un non-dialogo tra sordi. Più che un paese, una polveriera.

Da Il Fatto Quotidiano del 10/12/2013. Andrea Scanzi via triskel182.wordpress.com

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