Andrea Scanzi Il disperato attimo fuggente Robin Williams muore impiccato

Andrea ScanziIl disperato attimo fuggente Robin Williams muore impiccato

Un Marziano tra i lupi Robin ha perso l’attimo
WILLIAMS AVEVA 63 ANNI. IL SUCCESSO TRA IL 1987 E IL 1993. POI UN OSCAR E FILM SBAGLIATI.
l Professor Keating ha perso l’attimo. Non lo ha più colto e ha tolto il disturbo. Robin Williams è stato trovato morto ieri alle 12 locali nella sua casa di Tiburon, California, Contea di Marin. Aveva da poco compiuto 63 anni. Asfissia, verosimilmente. Suicidio, probabilmente. Soffriva di una grave forma di depressione e nel mese scorso era stato, per un breve periodo, in un centro di recupero per alcolizzati nel Minnesota. Non era la prima volta. Parafrasando Peter Pan, uno dei suoi molti personaggi, “aveva perso il pensiero felice”. La terza moglie, la graphic designer Susan Schneider, ha detto: “Ho perso mio marito e il mio miglior amico, mentre il mondo ha perso un grande attore. Vi prego di ricordare Robin per la sua brillante carriera e per il suo sorriso, non per il modo in cui è morto”.

Uno dei primi tweet di cordoglio è stato quello di Barack Obama. La seconda figlia di Williams, Zelda, le ha dedicato una poesia di Antonie de Saint Exupery. Proprio a Zelda, per il suo 25esimo compleanno, Williams aveva dedicato il suo ultimo tweet due settimane fa: “Hai un quarto di secolo ma per me sarai sempre la mia bambina”. Lascia altri due figli, Zachary di 31 e Cody di 19. Una delle sue interpretazioni più ispirate coincise con un film di Terry Gilliam, La leggenda del Re pescatore. Era il 1991 e Williams interpretava un professore di storia medioevale che aveva perso il senno. Accanto a lui c’era Jeff Bridges. Al tempo, tra i due, il più famoso era Williams. Bridges, nonostante gli Starman e i Tucker, era percepito come un attore bravo ma un po’ di nicchia. Se qualcuno avesse dovuto scommettere sulla longevità dei due, non avrebbe scommesso su Jeff. E avrebbe sbagliato. Il futuro, per Bridges, sarebbe stato ricco di premi e grandi Lebowski. Quello di Williams, nonostante altri picchi e un’attività instancabile, non sarebbe stato egualmente felice. Proprio Gilliam, ieri, ha scritto: “Robin Williams, il più incredibilmente divertente, brillante, profondo e sensibile miracolo di testa e spirito, ha lasciato questo pianeta. Era un gigante di cuore, un amico irresistibile e un regalo incommensurabile degli dèi. Adesso quei bastardi se lo sono ripresi indietro. Che si fottano!”. La pensano così anche milioni di spettatori. Compresi quelli che, di Williams, non vedevano più una pellicola da anni e ultimamente lo avevano intercettato giusto negli spot per Sky.   IL DESIDERIO della moglie è sacrosanto: ricordarlo per le opere e non per l’epilogo. Eppure, della scomparsa, non fa male solo l’andarsene anzitempo quanto – e soprattutto – la cesura nettissima tra la percezione che si desiderava avere di lui e la realtà della sua quotidianità più intima. Robin Williams ha incarnato per decenni il bene che trionfa sul male, il sogno e la fantasia, il lieto fine e la speranza che non muore, l’adulto che resta bambino e il giullare che induce il mondo a sorridere perché è solo così che in fondo si può sopravvivere. Più che interpretare Patch Adams, lui era Patch Adams. Ora si ha la conferma che Williams, dotato di un talento non comune che troppa critica ha finto di non vedere, si è imposto di ridere non perché ne avesse voglia ma perché avvertiva che ne avesse bisogno il mondo. Ha detto: “Ho sempre pensato che la peggior cosa nella vita fosse rimanere soli. Non lo è. La peggior cosa è stare con persone che ti fanno sentire solo”. E solo doveva sentirsi spesso, nonostante fama e ricchezza. La sua morte fa male anzitutto a chi oggi veleggia sui quarant’anni, perché a cavallo tra Ottanta e Novanta sembrava impossibile che un film di successo non ne contemplasse la presenza. La sua e quella di Kevin Costner, un altro che pareva durare in eterno e oggi invece pubblicizza il tonno. Good morning Vietnam, L’attimo fuggente, Risvegli, La leggenda del Re pescatore, Hook, Mrs. Doubtfire. Tutti girati in pochi anni, tra il 1987 e il 1993. I suoi anni d’oro, anche se il pubblico televisivo lo conosceva già per il “na-no na-no” di Mork & Mindy. Avrebbe giratomolti altri film, restando pericolosamente ancorato al personaggio dell’eterno immaturo folgorato sulla via della fantasia. L’Oscar, come spesso capita, arrivò più come risarcimento che per la qualità effettiva della parte da non protagonista in Will Hunting.   Qua e là osò ruoli da cattivo, come in Insomnia di Christopher Nolan, ma l’apice della fama era lontano. Per il vasto pubblico sarebbe rimasto sempre quello di “Oh capitano mio capitano”. Il professore dei sogni. Sullo sfondo, le tante cicatrici. La droga negli Ottanta, consumata anche con John Belushi, che fu uno degli ultimi a vedere prima della morte. I tre matrimoni, le crisi. L’aiuto dato all’amico   Christopher Reeve, l’attore di Superman rimasto tetraplegico dopo un incidente a cavallo. La ricaduta nell’alcolismo e le cure nel 2006. L’operazione alla valvola aortica nel 2009. Nel settembre scorso, Williams era tornato al David Letterman Show. Sembrava allegro: sembrava, appunto. Sin troppo su di giri. Pareva un uomo che si imponeva di ridere, per reiterare l’illusione. Presentava la serie tivù The Crazy Ones, la storia di un uomo “con alle spalle tre matrimoni e tanti problemi con alcol e droga, insomma uno come me”.   Parlò di Mrs Doubtfire; “Un personaggio non facile. All’inizio sembravo la Thatcher, avrei spaventato a morte i bambini: ‘Filate a nanna, bambini, o vi bombardo il lettino!’. Una volta sono entrato in un sexyshop vestito da Mrs Doubtfire. Faccio al commesso: ‘Mi scusi, quel vibratore a due teste lì, quello lì, ne avete uno che non abbia tutte quelle vene? E avete per caso dei lubrificanti aromatizzati?’”. Poi accennò ai suoi monologhi: saggi di talento puro, soprattutto a fine anni Settanta e lungo tutti gli Ottanta. Novanta minuti di stand-up comedy, esilarante e coraggiosa, trasmessa dalla HBO e in parte eternata nel dvd Live On Broadway del 2002.   STIMOLATO da Letterman, quella sera di settembre ammise: “I monologhi comici? È meno costoso che andare in analisi. Per me era un modo di raccontare la mia vita. Evito di parlare troppo della mia vita personale, ma durante quegli spettacoli ho toccato temi interessanti: mi riferisco alle ricadute con l’alcol e al fatto che ho scelto una clinica per alcolisti nella regione dei vini. Nel caso avessi cambiato idea”. Il suo ultimo monologo si intitolava Armi di autodistruzione, altro esempio di una concezione generosa quanto nichilista dell’arte: esibire in chiave ironica le proprie ferite per far ridere gli altri, continuando a ripetere che esiste un buongiorno anche per il Vietnam. Che i comatosi possono risvegliarsi. E che il carpe diem, forse, non è solo una citazione di Orazio.

Da Il Fatto Quotidiano del 13/08/2014. Andrea Scanzi via triskel182.wordpress.com

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