Antonio Armellini Integrità, Ascot e Costa Azzurra Il crinale ambiguo dei Paesi del Golfo Nella tragedia che insanguina il mondo arabo e minaccia l’Occidente modernità e Medioevo si intrecciano in una relazione perversa

Antonio ArmelliniIntegrità, Ascot e Costa Azzurra
Il crinale ambiguo dei Paesi del Golfo
Nella tragedia che insanguina il mondo arabo e minaccia l’Occidente modernità e Medioevo si intrecciano in una relazione perversa

Nella tragedia che insanguina il mondo arabo e minaccia l’Occidente, modernità e medioevo si intrecciano in una relazione perversa. La definizione di «Beatles» (del terrore) per i quattro assassini di origine britannica ne è una rappresentazione orribile: quella musica è la stessa che hanno ascoltato i carnefici e le loro vittime, accompagnandoli entrambi nella loro formazione di giovani adulti.I Paesi in cui operano alcune centrali finanziarie del terrorismo fondamentalista hanno acquistato grandi proprietà nel centro di Parigi e di Londra, in Sardegna e nella Costa Azzurra, e hanno preso il controllo di fette importanti della finanza e dell’industria internazionale del lusso. Lo Sceicco Al Makthoum è di casa nelle corse di Ascot care alla regina Elisabetta; i centri finanziari di Dubai e Abu Dhabi sono paradisi dello shopping in cui folle di turisti si muovono in piena libertà. In Qatar gli Al Thani hanno costruito grandi musei e si preparano a ospitare i mondiali di calcio. Per non parlare di Bahrein, oasi non dichiarata dove dare libero corso alle «debolezze» occidentali. Occidente dunque: nell’architettura, nella globalizzazione, nei consumi e nell’assunzione di modelli di vita sconosciuti solo un paio di generazioni fa. E al tempo stesso luogo in cui alligna una minaccia mortale per la sua sopravvivenza.

Le istituzioni di questi Paesi sono perlopiù recenti e fragili e hanno importato modelli politici e di comportamento piegandoli strumentalmente alla loro natura. Il meglio di due mondi per certi versi: il rispetto formale per le regole da un lato, la spregiudicatezza di un potere privo di reali controlli dall’altro. Tutte esprimono una ambiguità che consente di vivere dell’Occidente, e nell’Occidente, nella proiezione esterna mantenendo una dimensione di chiusura quasi feudale all’interno. In questo coacervo di sedimenti antichi e di sovrastrutture nuove, l’Islam rappresenta il riferimento capace di definire comunque una identità autonoma. La rinascita del sentimento panislamico in Paesi che hanno tutti un passato di dipendenza coloniale rappresenta, oltreché un fatto religioso significativo, una affermazione di riscatto collettivo fortemente condiviso.

Quella in corso presenta delle guerre di religione una delle caratteristiche classiche: la lotta per la supremazia politica perseguita sotto le insegne della vera fede. Non tanto per quel che riguarda le migliaia di aspiranti terroristi, figli di emigrati di seconda o terza generazione pronti a lasciare una esistenza senza slanci ma garantita, per vivere l’avventura del martirio: per questi l’attrazione risiede nel fallimento dei modelli di integrazione avviati nei vari Paesi e nella promessa che il messaggio totalizzante dell’Islam da un lato, e la dimensione politica di una rivincita «contro» dall’altro, rappresentano. Costituiscono un pericolo tanto forte quanto subdolo: non basta rafforzare i meccanismi di intelligence , che sono in ritardo rispetto al fenomeno. È indispensabile approfondire le ragioni della crisi che ha coinvolto l’insieme dei processi di inclusione che si era ritenuto potessero, sia pure con ritardi e difficoltà, promuovere una ragionevole omogeneizzazione di società sempre più multiculturali.

Religione e politica si intersecano nei comportamenti degli attori principali della regione, in maniere difficili da decifrare senza tenere a mente entrambe. Il primo livello, fra Iran sciita e Arabia Saudita sunnita-wahabita è quello di uno scontro di religione in cui particolarmente forte è l’impegno di Riad, che vede messo in discussione il suo ruolo di tutore della fede. Esso riguarda in cascata la sorte dell’Iraq e quella della Siria di Assad, con il coinvolgimento di Paesi «laici» come l’Egitto e la Turchia, per cui il vessillo della fede riveste un’importanza più strumentale. Trasversale è la posizione dei Fratelli musulmani, appoggiati o combattuti a seconda del rischio che presentano per la stabilità di regimi nei quali l’aspetto religioso può avere carattere dirompente. Il quadro si complica ulteriormente quando si esamini il fondamentalismo sunnita, che Qatar e Arabia Saudita (con il sostegno degli Emirati) appoggiano in chiave anti-Assad, ma sul quale si dividono per quel che riguarda l’Isis (Islamic State of Iraq and Syria, lo Stato islamico), dichiarato fuorilegge da Riad e appoggiato – senza dirlo – dal Qatar in funzione anti-saudita.

Doha ospita ad un tempo la più importante base militare Usa della regione e finanzia anche i Fratelli musulmani e Hamas. Un piccolo Paese dalle grandi ambizioni deve fare i conti con vicini molto ingombranti: l’Iran in primo luogo, con cui la dirimente religiosa funziona egregiamente, e l’Arabia Saudita, confratello nella fede ma avversario nel potere. Per riuscirvi ha giocato in maniera spregiudicata sulla discrasia fra modernità e medioevo, perseguendo obiettivi «antichi» attraverso gli strumenti della diplomazia del denaro e della comunicazione. Da Al Jazeera che, nata come un clone della Bbc, si è trasformata in una macchina informativa e di propaganda dall’impatto eccezionale, ad una politica di acquisizioni che, passando dal turismo al calcio e alla finanza, ha dato allo Sceicco Al Thani un potere di condizionamento sui Paesi occidentali che, usato con discrezione, conta, eccome. È un gioco pericoloso su cui – specie sulla scacchiera dell’ Isis – il Qatar potrebbe bruciarsi le dita ma, dal suo punto di vista, l’alternativa ad una politica di movimento costante non può essere che quella del cedimento a vicini più forti. Anche se si sono fatti studi sofisticati a Oxford o Harvard, l’eredità di una terra che ha vissuto per secoli di mercanzia e di pirateria influenza mentalità e comportamenti.

Guerra di religione dunque? Sì, ma al tempo stesso conflitto in cui la geopolitica gioca un ruolo fondamentale. Agitare il vessillo della risposta cristiana (fra l’altro, difficilmente sostenibile) non servirebbe a molto; per disarticolare la minaccia – a parte gli interventi militari necessari, e immediati – dovremmo cominciare da casa nostra, per capire come estirpare la gramigna di una suggestione che mina dall’interno la nostra società e porta agli orrori che stiamo vivendo.

di Antonio Armellini da corriere.it

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