Beppe Severgnini alla ricerca della fiducia il ferragosto di un paese in bilico

beppe-severgniniIL FERRAGOSTO DI UN PAESE IN BILICO
Alla ricerca della fiducia

Ferragosto è una festività romana, cristiana, italiana. Il riposo di Augusto (feriae Augustii) è diventato, per tradizione, quello di tutti noi. Un riposo che dovrebbe essere sereno. Quest’anno la meteorologia, l’economia e le armi l’hanno reso, invece, ansioso. Ansia comprensibile: basta che non diventi rassegnazione.
Matteo Renzi, al governo da sei mesi, appare preoccupato. L’insistenza con cui chiede ottimismo inizia a somigliare a quella dei predecessori. Alcuni scatti denotano nervosismo. Non ne ha motivo. Non si cambia l’Italia in sei mesi (né l’economia, né l’umore). Occorre procedere per gradi: spiegando, semplificando, rassicurando. L’ottimismo a comando non esiste.
Ha ragione, il giovane presidente del Consiglio, a ricordare che non siamo soli a faticare. Ieri è stato diffuso il dato della crescita del Pil per l’eurozona: solo 0,7% su base annua. Fa altrettanto bene, Renzi, a ricordare che siamo un grande Paese – la terza economia del continente, la seconda industria dopo la Germania – e abbiamo motivi d’essere orgogliosi. Fa meno bene a derubricare la preoccupazione come rassegnazione, e a liquidare i critici come «gufi».
Sono frasi buone per Twitter o per la campagna elettorale. Ma col primo non si governa, e la seconda appare esclusa (proprio da lui). Forse il premier dovrebbe limitare gli obiettivi e, già che c’è, le dichiarazioni, le celebrazioni e le inaugurazioni, che costringono a essere enfatici e un po’ generici. Qualcuno l’ha fatto notare: se quel paragone tra la ripresa e l’estate l’avesse tirato fuori Silvio Berlusconi («Non è arrivata quando volevamo, magari non è bella come volevamo, arriva un po’ in ritardo, ma arriva») sarebbe stato deriso.
Matteo Renzi è determinato. Ha costretto il Senato elettivo ad abolire se stesso, ed è come convincere i pesci rossi a togliere il tappo dell’acquario: non facile. Perché non anticipa, come suggerito sul Corriere da Ferrera, Giavazzi e Alesina, la riforma sul lavoro? Introducendo un contratto a tutele crescenti dimostrerebbe al mondo che facciamo sul serio. Le preoccupazioni, nelle istituzioni internazionali e sui mercati, ci sono: è infantile nasconderselo. Mario Draghi ha chiesto «un segnale importante a settembre»? Bene: noi mandiamolo prima.
Gli italiani che oggi si riuniscono a pranzo vogliono essere ottimisti. Il nostro vocabolario del disagio è ridotto, rispetto a quello di inglesi, tedeschi o francesi (niente gloom , nessuna Angst , poco malaise ). Siamo una nazione reattiva. Siamo stati troppo poveri per sentirci depressi. Abbiamo resilienza, fantasia e coraggio. Ma non possiamo accettare che chi sta al governo dica va tutto bene! e chi sta all’opposizione risponda va tutto male! (salvo scambiarsi i ruoli alla prima occasione).
Non è giusto costringere gli italiani a scegliere tra trionfalismo e disfattismo. Molti di noi sono pronti a investire, a provare, ad assumere: ma occorrono norme e garanzie, non polemiche e promesse. La fiducia non si pretende, si conquista. Matteo Renzi deve capirlo.
Ferragosto è un ottimo momento per ripartire. Tre splendidi racconti di Cesare Pavese sono riuniti sotto il titolo La bella estate. Siamo ancora in tempo. Con qualche dichiarazione in meno e un po’ di concretezza in più, potrebbe diventare la stagione della riscossa.

da corriere.it

 

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