Beppe Severgnini la geografia del malessere i forconi e le strumentalizzazioni

severgniniCHI STRUMENTALIZZA IL VERO DISAGIO
La geografia del malessere

Tutti abbiamo incontrato, negli ultimi giorni, persone preoccupate e deluse. Lavorano negli ospedali, sui treni, nelle scuole, negli uffici, nelle fabbriche e nelle caserme. La sera tornano in appartamenti di periferia, salgono per scale bisognose di manutenzione, parcheggiano davanti a una villetta a schiera. Di loro non ha parlato nessuno.
Abbiamo parlato tutti, invece, dei Forconi. Un nome bucolico e minaccioso, una miscela di frustrazione e prepotenza, la capacità di sfruttare l’ansia iconografica dei media. Non sono molti, qualche migliaio. Ma uno scontro di piazza produce immagini più interessanti di una riunione intorno al tavolo della cucina, cercando di far quadrare i conti.

Se l’Italia non esplode è per merito di milioni d’italiani seduti intorno a milioni di tavoli in milioni di cucine: ma non bisogna abusare della loro pazienza. Finché la protesta rimane in certe mani, ed esce da certe bocche, resta confinata al folklore: le divisioni grottesche intorno alla «marcia su Roma» lo dimostrano. I partiti politici non credano, tuttavia, di liquidare l’accaduto come uno sfogo. Indulgenti verso i Forconi, o mescolati tra loro, ci sono italiani normali: umiliati dalle autorizzazioni, assillati dai pagamenti, asfissiati dalle imposte.

Sono passati dieci mesi dal trionfo elettorale del Movimento 5 Stelle, e qualcuno sembra aver dimenticato la lezione. Esiste un’Italia che non ce la fa più: economicamente, fiscalmente, psicologicamente. Appena trova un megafono per gridare «Basta!» lo afferra. È una fortuna che, negli ultimi vent’anni, siano stati megafoni e non manganelli: dal referendum di Segni alla Lega di Bossi, dalle promesse di Berlusconi ai vaffa di Grillo.

Nessuno di questi, per motivi diversi, ha saputo diventare un partito: con le sue regole, i suoi ricambi, i suoi recuperi. Eppure tocca proprio a loro – ai partiti – creare il ponte tra le cose chieste e le cose fatte. Accade dovunque. Quando le democrazie hanno cercato alternative, hanno trovato guai. Come minimo, hanno perso tempo. La protervia, la pigrizia e l’egoismo famelico dei partiti italiani non costituiscono un’attenuante: non provino a tirarsi indietro. Matteo Renzi non ha solo il diritto di guidare il Partito democratico: ne ha il dovere. A Milano, ieri, non è stato «incoronato», come s’è letto. La corona spetta ai re; ai servitori toccano secchio e straccio, perché c’è molto da pulire e riordinare. Cambierà anche a destra e al centro? Si spera. Perché se i partiti non fanno il lavoro, ci penserà qualcun altro. E potrebbe risultare meno innocuo dei Forconi, meno velleitario di Beppe Grillo.

In una delle sue poesie più belle, The Second Coming , W.B. Yeats scrive: «I migliori mancano di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di intensità appassionata». In democrazia i migliori sono – dovrebbero essere – coloro che sono stati eletti per scavare nella complessità e uscirne con qualche soluzione. I peggiori non sono necessariamente cattivi, ma non hanno la preparazione, la disciplina e i mezzi per risolvere i problemi che si accumulano. Hanno invece passione, rabbia, energia. In mancanza di meglio, qualcuno potrebbe accontentarsi. Sarebbe un errore. Chi pensa che i problemi d’Italia si risolvano con sputi, vaffa e forconi, prenda un libro di storia, e capirà come può andare a finire. Male. Molto male.

Beppe Severgnini da corriere.it