Beppe Severgnini : Perché è così complicato assumere una ragazza? Non riesco ad assumere la mia stagista

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assumere una ragazza?

Assumere un ragazzo dovrebbe essere semplice: è un’ordalìa. Potrebbe essere una soluzione: è diventato un problema. Dovrebbe costituire una gioia: è una fatica. Non c’è da stupirsi se la disoccupazione giovanile italiana sia cresciuta ancora, arrivando al 43,7%. Offrire un lavoro è diventato un atto di eroismo. Cercarlo, lo è sempre stato. Stefania Chiale ha 26 anni, è piemontese, è sveglia e impara in fretta. L’ho capito nei nove mesi di stage retribuito (sei più tre). La difficoltà, in questo periodo, non è stata, per me, insegnare; o, per lei, imparare. È stata districarsi in mezzo a regole esoteriche. Una per tutte. Il datore di lavoro – il tutor aziendale, cui si aggiunge un tutor organizzativo – deve condividere una o più sedi con lo stagista. Poco importa se, nel XXI secolo, lavorare a distanza sia comune, semplice e spesso inevitabile. La normativa dello stage non lo prevede. Un registro dev’essere firmato, ogni giorno, dal tutor e dallo stagista, accanto all’orario d’entrata e d’uscita. In nove mesi, sono 578 firme.

Stefania, nel frattempo, non ha imparato solo a firmare rapidamente. Sa come preparare un’intervista e come funziona un programma televisivo, è capace di trovare fonti per un’inchiesta e organizzare un incontro pubblico. Ha condotto le interviste al Festival internazionale del giornalismo di Perugia. Ora scrive su La 27esima ora , il blog multiautore del Corriere della Sera , e per Io Donna . Con cinque coetanei, ha fondato una start-up, Good morning Italia . Ma ha bisogno, come tutti gli italiani delle sua età, di un reddito e qualche certezza. Ho già una collaboratrice; vorrà dire che ne assumerò un’altra, e mi piacerebbe avviarla al giornalismo. Uno stipendio in più, un disoccupato in meno nelle statistiche.
Sembra facile!, sospirava l’omino Bialetti a Carosello.

Le possibilità sono queste: un contratto a tempo indeterminato, il nuovo contratto a termine, un contratto a progetto e l’apprendistato. Il primo non è adatto. Per la ragazza questo è un passaggio, in attesa che le redazioni riprendano ad assumere; non un’occupazione a vita. Il contratto a tempo determinato senza causale, di cui s’è tanto discusso, è poca (e carissima) cosa: un rapporto di lavoro subordinato dove, se il datore di lavoro spende 30.000 euro, il lavoratore ne prende solo 16.900. Il tradizionale contratto a tempo indeterminato, dal punto di vista aziendale, è meno oneroso.

C’è il contratto a progetto, ma non è molto più conveniente: 30 mila di costo aziendale, 17.900 al lavoratore. E sul sito delle piccole e medie imprese (www.pmi.it) mettono in guardia: «Si sottolinea che la nuova disciplina di fatto non incide sulle disposizioni applicative già fornite dal ministero con la circolare numero 29 del 2012, che individua una serie di attività a cui non si possono applicare contratti a progetto. La precisazione si rende necessaria perché il Dl modifica la precedente disposizione parlando dell’impossibilità di applicare questi contratti ai casi di compiti “esecutivi e ripetitivi”, sostituendo la precedente congiunzione “o”». Chiaro? Certo che no. E non è finita. In mancanza dei requisiti specifici – «collegamento ad un determinato risultato finale, autonoma identificabilità nell’ambito dell’oggetto sociale del committente, non coincidenza con l’oggetto sociale del committente» – è previsto che il co.co.pro venga trasformato in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
Resta l’apprendistato, con la speranza che l’Ordine dei giornalisti capisca come un’esperienza del genere equivale a un praticantato. Studiamo la cosa, con l’aiuto di un bravo consulente dei lavoro. Questa fattispecie è leggermente più vantaggiosa: mantenendo il costo aziendale (30.000 euro), al lavoratore arrivano 20.430 euro.

Ma assumere una giovane, futura collega si rivela complicato (sfruttarla gratuitamente, sono certo, risulterebbe più semplice). Potremmo applicare il Contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl) del Terziario Confcommercio, ma appare forzato.
– Qualifica: Apprendista impiegata
– Livello da acquisire: 3° livello
– Inquadramento durante il periodo di apprendistato: 4° livello
– Orario di lavoro: 40,00 ore settimanali
– Programma formazione: vedasi piano formativo individuale allegato.
Stefania però non farà l’impiegata, sebbene questa sia la categoria Inps. Non solo. Per la sua qualifica, il Ccnl prevede una durata di 36 mesi («Non è possibile indicare una durata inferiore se non per qualifiche molto basse», mi spiegano). Senza parlare della complessità del «piano formativo individuale» e della «scheda per la rilevazione della formazione professionalizzante interna (la formazione trasversale esterna sarà certificata dall’Ente erogatore)».
Per farla breve: io vorrei dare un lavoro a Stefania, Stefania vorrebbe lavorare con me, ma siamo bloccati. Un disoccupato in più e uno stipendio in meno nelle statistiche italiane.

di BEPPE SEVERGNINI da corriere.it

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