Caos Iraq cinque cose da sapere Francesca Paci

FRANCESCA PACICinque cose sul caos in Iraq
Provando a mettere in ordine le idee

Una decina di giorni fa, mentre i riflettori globali erano ancora incerti se spostare definitivamente l’attenzione da Gaza per concentrarsi sull’Iraq minacciato dagli uomini neri dell’IS (Islamic State), un giovane e brillante attivista egiziano, uno dei quelli veramente democratici (anti Mubarak, anti commissariamento della transizione 2011 da parte dell’esercito, anti Morsi, anti Fratelli Musulmani soprattutto dopo averli visti un anno al potere, anti Sisi) si è fermato a riflettere. “Gaza mi spezza il cuore – ha detto Alfred – ma, onestamente, l’avanzata degli islamisti del califfo al Baghdadi è molto molto più preoccupante, per tutti”.

Che abbia torto o ragione, Alfred coglie un punto fondamentale: la questione israelo-palestinese ha sempre goduto e gode di un seguito enorme in occidente in generale e nel nostro paese in particolare, un interesse spropositato che mette in ombra altre crisi regionali altrettanto incistate e assai più esplosive. E’ un dato di fatto che nulla toglie alle vittime palestinesi e israeliane, alle centinaia di bambini morti a Gaza, alle nevrosi causa dei bombardamenti e alle vite spezzate di cui La Stampa ha dato quotidianamente conto durante l’ultima guerra a Gaza con i reportage di Maurizio Molinari e con il diario “Voci da Gaza”, testimonianza in diretta di chi era schiacciato in mezzo tra le trincee avversarie.

L’Iraq dunque. Siamo tornati alla casella di partenza come quando giocando a Monopoli peschi la carta “riparti dal via”? Siamo tornati al calderone scoperchiato nel 2003 da George W. Bush e dai suoi fanatici consiglieri gasati dall’idea di “esportare la democrazia”? Di certo la seconda guerra irachena e la rimozione di Saddam Hussein (con motivazioni fallaci e soprattutto assai diverse di quelle del precedente intervento in Afghanistan) pesano come un macigno sulla storia di questi giorni. Inoltre c’è l’impressione che il Medioriente reiteri all’infinito le medesime storie, che sia fatalmente impantanato nella medesima melma e che ci sia ben poco da fare per tirarlo fuori. Raccontano diplomatici senior che ormai ci sia una stanchezza diffusa rispetto alla regione, che abbia saturato tutti, che troppe carriere si siano bruciate tentando di mettere ordine nell’ingovernabile. Eppure nulla, neppure in Medioriente, avviene meccanicamente, all’improvviso, evento senza processo. E la scarsa pazienza nel capire il Medioriente in progress (giacchè le energie disponibili sono già concentrate tutte sulla questione israelo-palestinese) si risolve in una semplificazione degli eventi che li riduce a dicotomie schematiche bianco/nero, buoni/cattivi, amerikani/resto del mondo.

I CURDI
Cominciamo dai curdi, i valorosi guerrieri peshmerga che includendo le donne tra le loro fila (sono circa 16 mila dei 40 mila combattenti in campo) stanno sbarrando la strada ai macellai dell’IS. A meno di voler mandare truppe in campo come nelle guerre del secolo scorso, i curdi sono oggi la speranza dell’occidente. Eppure, ricorderebbero e ricordano loro se direttamente interpellati, l’occidente “che s’indigna per le ingiustizie” non ha mai caldeggiato particolarmente la causa dei curdi, il più grande gruppo etnico senza uno Stato (30 milioni di persone) il cui destino non gode della simpatia tributata invece per esempio ai palestinesi (sebbene lottino per la loro autodeterminazione dal 1920).
Certo, c’è stata una stagione fortunata all’epoca di Ocalan, il leader del PKK transitato a un certo punto anche in Italia prima di essere rinchiuso vita natural durante nel carcere turco di Imrali. Ma si trattava del partito dei lavoratori curdi e comunisti, coccolato dalle sinistre e inviso invece per esempio all’amministrazione americana (che oggi turandosi il naso ne sostiene l’azione coprendo con i bombardamenti la sua battaglia contro l’IS accanto agli altri combattenti curdi), si trattava insomma di una causa divisiva e non di una causa nazional-identitaria, una causa buona per i compagni e meno buona per gli altri. Ancora oggi il ministro degli esteri tedesco Steinmeir ha messo in guardia il mondo da un sostegno troppo “generoso” a favore dei curdi: attenzione, potrebbero guadagnare credito internazionale e chiedere poi uno Stato nazionale (con ambizioni perfino sulla ricca Kirkuk).

MAMMA LI CURDI?
I curdi quindi ,vorrebbero uno Stato che identificano con il vasto altopiano nella parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia a cavallo tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e Armenia.Tra chi teme e non poco le future rivendicazioni imbracciabili dai peshmerga c’è certamente la Turchia, storica nemica giurata perfino della lingua curda (e accusata di persecuzione da numerose Ngo a partire da Amnesty International). A onor del vero tra chi non hai mai dimenticato i curdi ci sono i radicali italiani, favorevoli all’ingresso della Turchia in Europa ma anche storicamente inamovibili sui diritti da concedere alla minoranza curda in Turchia (circa 12 milioni di persone).
C’è da dire che ultimamente la Turchia ha assunto una linea più “pragmatica” e, così come Israele, commercia floridamente con il Kurdistan iracheno, l’unico che, dalla fine di Saddam, ha una certa autonomia politica come regione federale dell’Iraq (anche il Kurdistan siriano ha guadagnato autonomia politica da quando è scoppiata la rivolta contro Assad degenerata poi in guerra civile). Dal 2005 la leadership curda ha ottenuto infatti da Baghdad il riconoscimento di un governo regionale, una capitale, Erbil, e una parziale gestione delle ingenti risorse petrolifere. Ma da lì a pensare che Erdogan sia felice di una prospettiva più grande ce ne passa. Eppure è una delle mille contraddizioni mediorientali: la Turchia che ha alimentato la rivolta contro l’ex amico siriano Assad anche chiudendo gli occhi sull’avanzata degli islamisti estremisti si ritrova come effetto il rafforzamento dei curdi in campo contro gli stessi islamisti.

IL RUOLO DELL’AMERICA
Il tiro al bersaglio contro Obama sembra essere lo sport dell’estate. Di nuovo: giuste o sbagliate che siano, le scelte di Obama vanno però contestualizzate alla luce della Storia che gli è esplosa in mano.
Primo: è vero che l’intervento in Iraq del suo predecessore George W. Bush ha acceso la miccia di un fuoco mai spento (gli accordi di Sykes-Picot con la mappa della regione disegnata a tavolino, l’atavico scontro sunniti-sciiti, la ferocia di Saddam contro le minoranze sciite e curde…). Ma è anche vero che nel 2003 i curdi erano tra i pochi attori regionali a non essere affatto dispiaciuti per la guerra americana (si stima che almeno 30 mila siano periti sotto Saddam). Anzi, ancora oggi la chiamano “grande battaglia di liberazione dell’Iraq” e ricordano come già allora mentre gli Stati Uniti martellavano Baghdad nell’illusione di imporvi la democrazia loro si battevano contro gli islamisti di Ansar al Sunna al Halbja. In quegli anni c’era un ristorante curdo al centro di Torino il cui proprietario (curdo, dunque non arabo) era costantemente minacciato (e di brutto) per aver detto chiaramente di essere contro la guerra.
I curdi sono un modello di democrazia, tolleranza, progresso, una Svezia mediorientale? Certamente no. Perfino in questi giorni di gloria non sono mancati resoconti di come, per esempio, gli eroici peshmerga della prima ora abbiano poi dimenticato i perseguitati yazidi non appena sono arrivati i rinforzi americani. Eppure è un fatto che la zona autonoma da loro amministrata dopo la caduta di Saddam sia la meglio funzionante e quella nella quale le differenze culturali e religiose sono state finora più rispettate, laddove invece nell’Iraq governato dal premier sciita al Maliki (oggi rimosso) le tribù sunnite protestano quotidianamente da anni (nell’indifferenza dell’occidente e dell’America che le aveva assoldate per battere al Qaeda in Iraq durante il surge del 2006-2007) contro la discriminazione sfociata in rabbia, in scioperi e infine nel sostegno suicida agli uomini neri di al Baghdadi.

AMLETO, CHI ERA COSTUI?
Obama tentenna, sbaglia, è indeciso, mostra di navigare a vista nel turbolento mare del Medioriente che avrebbe assai volentieri abbandonato per far rotta verso la Cina. Eppure non c’è presidente americano che più di Obama abbia tentato di allontanarsi dal Medioriente nella convinzione (questa sì corretta) che il mondo sia sempre più multipolare, che gli Stati Uniti non possano essere più il poliziotto del mondo (non perchè non vogliano ma perché non lo sono più e basta), che forse la soluzione alle mille crisi della sponda sud del Mediterraneo sia proprio nel disimpegno americano. Non a caso nessun presidente americano è stato sin dall’inizio meno amato di Obama in Israele, dove pochi hanno dimenticato che il neo insediato inquilino della Casa Bianca tenne il suo primo discorso al Cairo per dire “sono super partes”. Poi, due anni dopo, sono scoppiate le primavere arabe e l’imprevedibile è piombato nella notte di Obama come il fantasma del padre in quella di Amleto.
Di certo qualsiasi cosa faccia Obama in Medioriente è sbagliata o viene letta come tale.
Prendete l’Egitto. Prima il presidente USA ha difeso Mubarak; poi si è schierato con piazza Tahrir (all’aeroporto del Cairo ci sono ancora i manifesti con la sua frase “vorrei che i giovani americani imparassero il coraggio dei loro coetanei egiziani”); poi ha sostenuto le prime libere elezioni del Paese; quando è stato eletto Morsi lo ha salutato come il legittimo presidente; è stato muto mentre i ragazzi tornavano in piazza contro Morsi aspettando per non sbagliare; ha condannato il golpe dello scorso anno e sospeso gli aiuti militari agli amici dell’esercito egiziano in nome della democrazia; ha ascoltato chi gli spiegava che si trattava di una nuova transizione e che se costretti a scegliere tra il fascismo militare e quello islamico i giovani egiziani liberal preferivano mal volentieri il primo; infine ha riallacciato i rapporti con l’Egitto contando sulla forza potenzialmente stabilizzatrice del Paese e scommettendo sul fatto che il popolo egiziano sia cambiato e che la Storia non torni indietro tanto facilmente (su questo ha ragione). Eppure con chi parli parli in Egitto Obama è il nemico americano: per i filo esercito (che ora guardano con simpatia a Putin), per i Fratelli Musulmani, per i liberal, per tutti. Se prendiamo Gaza (mai presidente americano è stato tanto duro contro le colonie in Cisgiordania, il vero punto su cui pungolare Israele) o l’Iraq (da cui si è ritirato) la prospettiva non cambia.

IL MEDIORIENTE IN FIERI
Anche se ci vorranno generazioni per vedere i frutti di quanto accaduto nel 2011, il risveglio arabo è un momento storico di portata rivoluzionaria. La regione è cambiata, le alleanze sono cambiate, la Storia sta cambiando. Per una volta, checché si sollazzino i complottisti, la dinamica è tutta interna: sunniti contro sciiti, sunniti turchi e qatarini contro sunniti del Golfo, padri contro figli (tanti, giovani e istruiti), Iran contro Arabia Saudita, sauditi in lotta contro se stessi per la successione al trono, islam politico contro se stesso per annegare nel passato o traghettarsi nel futuro, jihadisti di ogni genere alla riscossa approfittando della confusione generale. Onestamente: chi invidia oggi Obama?
A) La Turchia era un modello islamico di sviluppo e sta mostrando le mire autoritarie di Erdogan che da un lato filtra con l’ambizioso Qatar e sostiene gli islamisti in Siria e in Egitto ma dall’altro ne ha paura, accetta obtorto collo il rafforzamento degli odiati curdi, tuona contro Israele per darsi credibilità ma ci mantiene saldissimi rapporti commerciali.
B) L’Egitto cerca a tentoni una strada e se il presidente el Sisi capirà che è finita l’era dei Faraoni risparmierà alla regione lo sbando senza bussola, al Paese altra sanguinaria repressione e a se stesso la sorte di vedersi contestato dalla ormai impaziente piazza nel giro di un anno.
C) Israeliani e palestinesi, sebbene siano quelli che abbiamo tutti più a cuore, sono quelli probabilmente più vicini alla possibilità di una soluzione politica (e chissà che non la trovino davvero nel momento in cui i loro rispettivi sponsor esteri dovessero lasciarli soli).
D) I curdi si battono per se stessi e indirettamente per noi (con le nostre armi), ma incassano crediti che domani sarà difficile per l’occidente pretendere d’ignorare.
E) Nella Siria dimenticata soccombono i ribelli della prima ora, quelli che si battevano a mani nude per le riforme mentre il presidente Assad liberava dalle prigioni in cui la aveva rinchiusi a nome degli americani jihadisti tipo Abu Musab al Suri. Oggi Assad è l’alleato dell’occidente nella guerra al terrorismo, l’ennesima. E pazienza se parecchi indizi facciano pensare che l’abbia fomentata: solo oggi che lo fa in coppia con i caccia Usa l’aviazione di Damasco bombarda Raqqa, dove da mesi e mesi sventola indisturbata la bandiera nera dell’IS (mentre Hama e Homes e Daraa venivano rase al suolo dalle bombe-barile). Secondo alcuni rapporti l’IS avrebbe ucciso più ribelli di Assad. Pazienza. Oggi Assad è l’alleato occidentale, anche se è sostenuto dal Putin che sanzioniamo, anche se ha fatto quasi 200 mila morti, anche se forse aiutare i ribelli siriani liberal della prima ora come stiamo facendo adesso con i peshmerga avrebbe fermato prima il dilagare dell’IS.
F) La Libia è un caos ma a chi rimpiange Gheddafi servirebbe probabilmente parlare con i libici che gli spiegherebbero come la dissoluzione dello Stato in tribù rivali non deriva dall’intervento Nato ma dal lavoro capillare di Gheddafi che per 40 anni si è adoperato per distruggere lo Stato moltiplicandolo in mille controllabili micro gruppi. E poi, era davvero meglio quando invece di avere gli sbarchi a Lampedusa Gheddafi rinchiudeva per noi gli immigrati in feroci lager nel deserto da cui potevamo facilmente distogliere lo sguardo? Qualcuno dirà di sì, ma è difficile sostenere in assoluto che la Libia FOSSE MEGLIO PRIMA.
G) L’Iraq è la battaglia finale? Non lo sarà, ma per capire cosa sta accadendo lì non basta prendersela con Obama per questa nuova guerra giusta, ingiusta, umanitaria o disumana. Serve molto di più, leggere, viaggiare, ascoltare i migliaia di giovani Alfred che in tutti i Paesi della regione annusano l’aria che vivono e maldestramente, immaturamente, goffamente tentano di raccontare.
FRANCESCA PACI da lastampa.it

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