Esperto Carlo Cosmelli, docente di Fisica a La Sapienza: un reattore rischia di esplodere a Fukushima

Fukushima, l’esperto: un reattore rischia di esplodere
Intervista a Carlo Cosmelli, docente di fisica all’Università la Sapienza di Roma.

Monia Cappuccini

Iodio e uranio, ora ci si è messo anche il plutonio a complicare la crisi giapponese alla centrale di Fukushima. Elemento ad altissima tossicità, impiega 239 anni prima di dimezzarsi e ha la capacità di fare danni per migliaia di anni. E’ stato rilevato ieri in lievi tracce, ma in ben cinque differenti punti dell’impianto. “Un dato che aggrava la situazione a Fukushima” spiega Carlo Cosmelli, docente di fisica presso l’Università La Sapienza di Roma. “La fuoriuscita di plutonio conferma il principio di fusione in atto nel reattore. Il rilascio degli isotopi è pericoloso e monitorane il livello servirà a capire se gli interventi di stabilizzazione stanno dando buoni esiti o meno”.

Carlo Cosmelli, che idea si è fatto sull’incidente di Fukushima?
Di certo è stato di una gravità incredibile ma anche imprevedibile. Il terremoto non ha provocato grandi danni strutturali alla centrale, tanto che i reattori sono rimasti i piedi. I problemi sono sorti con il black out seguito alla scossa, che ha fatto saltare i sistemi di sicurezza ordinari, e, ancor più grave, lo tsunami che ha spazzato via tutti i sistemi di raffreddamento ausiliari.

Cosa non è chiaro invece?
Non si capisce se per un errore di valutazione o per una mancanza di previsione, non ci si è preoccupati da subito del reattore spento, che sta creando seri problemi. Paradossalmente il danno maggiore non si è verificato in uno dei reattori in funzione, ma in quello inattivo dove sono piazzate le piscine di stoccaggio per l’uranio esaurito, materiale che necessita di essere continuamente raffreddato e trattato, non essendo ancora una scoria solida.

Che tipo di problemi sta creando?
Si è già innescato un inizio di fusione parziale, per ammissione dello stesso governo giapponese. L’ulteriore surriscaldamento dell’uranio rischia di far esplodere il sistema. Intorno alle barre radioattive viene generalmente fatta circolare dell’acqua al fine di raffreddarle. Se questo processo si interrompe, come sta avvenendo, il calore aumenta di migliaia di gradi, fino a creare un aumento di pressione tale da far esplodere il reattore. Dentro le camera a tenuta si trova dell’uranio ancora allo stato liquido, che può riversarsi nell’atmosfera oppure fondere il pavimento per poi fuoriuscire.

Il sospetto sorge legittimo: il governo giapponese non dice tutto perché non sa o perché non vuole far sapere?
Qualcosa si sa, mancano però i numeri certi, ad esempio qual è il reale livello di radioattività dentro la centrale. Probabilmente c’è anche un po’ di paura visto che il reattore era di proprietà della Tepco, una ditta privata, e in questi casi bisognerebbe affidarsi ad una commissione internazionale più che agli interessi dell’industria. A Fukushima hanno aspettato alcuni giorni prima di cominciare a pompare acqua di mare sul reattore, mettendolo così fuori uso definitivamente. Se avessero proceduto subito sarebbe stato meglio. Se ne sono resi conto dopo? Non lo sappiamo e solo pochi possono saperlo.

Insomma, siamo di fronte a una nuova Chernobyl…
Il Giappone è tecnologicamente avanzato e sa come intervenire in queste circostanze. Basta pensare che lo stesso presidente dell’Associazione mondiale per l’energia atomica si è recato subito a Fukushima per verificare di persona la gravità della situazione, mentre a Chernobyl i tecnici sono riusciti ad entrare nella centrale solo una settimana dopo l’incidente. Certo, i reattori di Fukushima sono stati costruiti negli anni ’70 e progettati almeno dieci anni prima, senza prevedere l’onda che ha spazzato via tutti i sistemi di scurezza, ma quelli in funzione a Chernobyl erano talmente vecchi che nessun paese occidentale li avrebbe mai utilizzati.

Dei tecnici fatti evacuare dalla centrale cosa dice?
Che ci sia della radioattività entro dei limiti accettabili all’interno della centrale è normale. Il fatto strano è che ai tecnici sia entrata dell’acqua dentro la tuta, e non si capisce se le ustioni riportate siano state causate dall’acqua bollente o dalle radiazioni. La domanda rimane: come fa ad entrare dell’acqua in un sistema stagno?

E della radioattività riscontrata nell’acqua di mare invece?
Le particelle radioattive sono pesanti e una volta sprigionate nell’aria poi ricadono per terra, nel mare e sulle piantagioni (da qui il divieto di non mangiare insalata). Parlare di radioattività in assoluto non ha senso, perché viviamo in un ambiente radioattivo: nel mare del Sudamerica la radioattività è 72 volte superiore a quella degli Stati Uniti; a San Pietro a Roma è 5 volte più dell’Italia, ad esempio. Da Fukushima però arrivano notizie incerte e a volte contraddittorie sugli elementi presenti e sul loro livello di radioattività: c’è sicuramente lo iodio, che rimane radioattivo per circa 6 giorni, tanto che alle popolazioni colpite da un disastro nucleare viene generalmente somministrata una dose di iodio buono per bloccare l’assorbimento di quello nocivo. Altro discorso vale per l’uranio e il plutonio, elementi molto pericolosi e con dei tempi di smaltimento lunghissimi, la cui rilevazione restituisce la gravità della situazione.

La soluzione del sarcofago è praticabile?
In ultima ratio e solo quando il reattore verrà stabilizzato definitivamente.

da ILSALVAGENTE.IT

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