Chi va a letto tardi rende di più

sonnoCONFRONTO FRA I DUE CRONOTIPI. IL SEGRETO DELLA RESA MAGGIORE STA NEL CERVELLO
La rivincita dei nottambuli
Chi va a letto tardi (ma dorme 8 ore) ha performance migliori
MILANO – È la rivincita dei tira-tardi la sera. Forse perderanno, il mattino dopo, quei preziosi momenti che «hanno l’oro in bocca», ma si scopriranno più attivi duran­te il giorno e, soprattutto, ver­so sera, quando gli altri, i mattinieri, cominceranno a sbadigliare per la stanchezza. Tutto merito, dicono alcu­ni ricercatori belgi, della par­ticolare interazione che si crea fra il loro orologio biolo­gico (quello che regola il rit­mo sonno-veglia) e la cosid­detta pressione del sonno (le­gata non tanto all’ora più o meno tarda, quanto al nume­ro di ore trascorse da svegli).
Quando si parla di sonno, il mondo si divide in due: i gufi-nottambuli, che tenden­zialmente vanno a letto tardi, e le allodole-mattiniere che non riescono a dormire dopo le sei-sette di mattina. Un de­stino scritto nei geni. E fra questi, ci sono anche i casi estremi di chi si corica all’al­ba e di chi, a quell’ora, si alza. Philippe Peigneux e Chri­stina Schmidt dell’Università di Liegi hanno proprio scelto questi due estremi per la lo­ro ricerca: 16 mattinieri e 15 nottambuli. L’idea era quella di valutare le performance mentali di questi due diversi «cronotipi», nel corso della giornata. A tutti veniva con­cessa, per una settimana, la possibilità di dormire secon­do gli schemi abituali, ma per una durata standard di otto ore per notte: rimaneva­no così svegli all’incirca 16 ore durante il giorno. Succes­sivamente, per due giorni consecutivi, i partecipanti ve­nivano sottoposti, nel corso della giornata, a una serie di test utili a valutare il grado di attenzione e la capacità di concentrazione (dovevano osservare dei numeri su uno schermo e schiacciare un pul­sante quando cambiavano). Non solo: venivano anche sottoposti a una risonanza magnetica, per monitorare l’attività cerebrale, un’ora e mezza dopo la sveglia e dopo 10 ore e mezza trascorse da svegli. È vero, come già si sapeva, che i mattinieri cominciano in gran forma la giornata, ma perdono progressivamen­te lo sprint, cominciano a sentire la pressione del son­no e, salvo un guizzo di atten­zione verso il tardo pomerig­gio, scivolano a poco a poco verso uno stato di torpore. Gli altri, invece, migliorano le loro performance mentali, a mano a mano che passano le ore, e le mantengono an­che in serata.

Il segreto di questa situa­zione, come spiegano i ricer­catori su Science, sta in una parte del cervello, chiamata nucleo sovrachiasmatico, che regola appunto i ritmi circadiani: nel tipo mattinie­ro, la pressione del sonno, che si accumula a mano a ma­no che passano le ore, non è contrastata dall’azione di questo nucleo, che invece ri­sulta molto attivo nei not­tambuli. Ecco perché appaio­no ancora freschi e riposati anche dopo undici ore di ve­glia (e di lavoro). Conseguenze pratiche di questa nuova ricerca nella vi­ta di tutti i giorni? Almeno due. Chi valuta i rischi di inci­denti, per esempio nel cam­po dei trasporti, non deve più tenere conto soltanto del­l’ora del giorno o del tempo trascorso al lavoro, ma an­che del «cronotipo» del lavo­ratore. Seconda. Chi si rico­nosce nel genere «nottambu­lo » può essere contento, ma non del tutto. Se sceglie un lavoro che gli consente, co­munque, di dormire otto ore e di svegliarsi tardi, va bene. Ma se poi è costretto ad alzar­si presto, rischia di andare in debito di sonno.
Adriana Bazzi
da corriere.it

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