Cino Ricci Odiavo i velisti

cino ricci odiavo i velistiSono lo skipper ribelle che ha portato l’Italia in Coppa America
Aneddoti, retroscena e rivelazioni: il popolare velista si racconta per la prima volta a 30 anni da “Azzurra”

“Azzurra”, la barca della prima campagna italiana di Coppa America che si svolse a Newport nel 1983. Sotto, la copertina del libro

Lascio l’anonimo palazzotto grigio di corso Marconi 10. Piove, cade una pioggerellina fitta fitta. Gli ippocastani sono lucidi di gocce e riflettono le luci delle finestre. Dove ho messo la macchina? È una Renault famigliare verde bottiglia.

Sono immerso nel buio invernale di Torino. E ’ il 1981, febbraio. Mi chiamo Cino Ricci, ho quarantasette anni, con mio fratello ho un’impresa di costruzioni che lavora in tutto il mondo, ma io sono essenzialmente un regatante. Anche abbastanza conosciuto, nel mio ambiente. Essenzialmente, perché in questi anni la vela è soprattutto passione e non ti dà da vivere. Vado a fare regate dappertutto, le barche non sono mie, ma a bordo sono io che comando.

Non vedo nulla di quanto ho attorno. Potrebbe essere anche estate ed esserci un sole così, che non me ne accorgerei. Non ho mai dato molta importanza alle circostanze secondarie, agli orpelli, alle chiacchiere. Al colore. Sono sempre andato dritto all’obiettivo, fregandomene di tutto il resto. Non m’interessa, non ricordo… In questo caso, però, è l’emozione che mi acceca. Un’emozione intensa, che mi fa battere il cuore all’impazzata. Sento i colpi, sono come quelli di un martello. Qui, nel petto.

Sono appena uscito dall’ufficio di un’icona, dell’uomo più potente d’Italia, del presidente della Fiat. Altro che palazzotto anonimo. Ho appena lasciato l’Estoril di un re. Stanze in cui sono passati industriali, politici, manager, dirigenti, sindacalisti, giornalisti. Sale che hanno assistito a decisioni aziendali strategiche: acquisizioni, vendite, bilanci, ricapitalizzazioni e chissà cos’altro. Anche oggi in questi uffici è stata presa una decisione importante. Una decisione che mi tocca da vicino. Una scelta che, ne sono conscio, rigirerà la mia vita come un calzino. Spazzerà via tutto quello che ho, che ho fatto, che mi sta vicino. E io sono pronto a gettare via tutto.

Cerco la macchina, la trovo, mi metto al volante. Ci sono Violati e Marchi? Devono esserci, perché li ho portati io, siamo venuti insieme. Sono passato a prenderli a Milano, dunque sono a piedi e devono tornare con me. Ma non so, adesso è come se non li vedessi… Ho voglia di urlare, di cantare. Il cuore mi pompa sangue a mille, sento ancora l’emozione in gola. Il cuore che continua a battere forte. Dove sono arrivato? Fin dove ho guidato? Non ricordo di essere partito, di aver schiacciato la frizione, innestato la « prima », pigiato sull’acceleratore.

Non rammento nulla della strada, del tragitto. Ci sono in macchina Violati e Marchi? Li devo riportare a Milano, ci devono essere per forza. Innesto il pilota automatico. Vado avanti, macino chilometri e non me ne accorgo. Piove? Non lo so mica. So solo che devo passare da Milano e poi devo tornare a Forlì. Il resto non m’interessa. Ho da pensare. La testa mi ribolle come il cratere di un vulcano. I pensieri arrivano e vanno, sono come cumulonembi sconquassati dai venti. Penso a tutto quello che devo fare. Penso alla mia vita, che da domattina cambierà. Ho un lavoro da compiere, ed è un lavoro enorme. Una montagna intera da spostare a mani nude. Chi è mai salito prima d’ora in Italia su un 12 Metri? Nessuno. Chi ha mai fatto prima d’ora in Italia la Coppa America? Nessuno. La stessa Coppa America è una roba da iniziati. Giusto da addetti ai lavori, e nemmeno quelli. Chi l’ha mai vista, l’America’s Cup in Italia? Devo partire da zero, cominciare dal nulla o quasi. E devo confrontarmi con gente che è già sulla vetta e non ha nessuna intenzione di scendere. Figurarsi se mi lascerà salire…

Ecco, il cuore mi riprende a battere all’impazzata. Sento l’adrenalina che mi scorre nelle vene, che arriva dritta al cervello, come una botta. Ripenso alle parole dell’Avvocato. Ricci, mi ha convinto… Sono andato da lui preparato, con una pila di carta alta così, ma non c’è stato bisogno di mostrarla. Ci siamo guardati a lungo negli occhi e ho parlato, parlato, mettendoci dentro tutta la passione per un’impresa in cui credo. Ma certo, quando ha pronunciato quella frase… Non che non me l’aspettassi. Anzi, era quello che desideravo, che agognavo. Era il mio obiettivo. Però, quando finalmente te lo senti dire… L’Avvocato ha detto sì. Adesso anch’io ho la possibilità di salire sulla vetta della vela, sulle orme dei grandi timonieri… I Charlie Barr, Bob Bavier, «Bus» Mosbacher… Mi sembra di toccare il cielo con un dito. È un sogno che si avvera.

CINO RICCI E FABIO POZZO da lastampa.it

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