Coraline e la porta magica

coraline-e-la-porta-magicaIL RACCONTO ANIMATO DI HENRY SELICK È UN VERO CAPOLAVORO A SORPRESA DELLA STAGIONE
Coraline e la porta magica
Un’Alice nel paese degli inganni per la rivoluzionaria fiaba in 3D

Eccolo il film da non perdere, il capolavoro «nascosto» tra gli ultimi scampoli di stagione. E non fatevi ingannare: sembra un film per bambini, realizzato con i pupazzi animati (ma è sconsigliato ai troppo piccoli: meglio dagli otto, dieci anni in su), invece è un’opera straordinariamente adulta, che ribalta la struttura della fiaba per affrontare temi e problemi decisamente «da grandi», dal rapporto genitori-figli all’ingannevolezza dei desideri indotti.

Ridotta all’osso, la storia di Coralinee la porta magica è una specie di rilettura morale di Alice nel paese delle meraviglie. Appena trasferitasi con i genitori in una curiosa casa rosa, l’undicenne Coraline (il nome nasce da un errore di battitura — Coraline invece che Caroline — che l’autore del libro all’origine del film, Neil Gaiman, non ha voluto correggere) cerca di passare le giornate come può, infastidendo uno strano gatto nero, litigando (cioè facendo amicizia, come è tipico a quell’età) con il coetaneo Wybie, spiando i comportamenti dei vicini (le sfiorite ex attrici Spink e Forcible, l’eccentrico signor Bobinsky), ma soprattutto soffrendo per le disattenzioni dei genitori, troppo presi entrambi con il lavoro (sono sempre al computer per scrivere cataloghi di giardinaggio). A liberarla da questa grigia routine quotidiana ci penserà una porticina nascosta nella nuova casa, che permetterà a Coraline di entrare in un «altro»mondo.

L’«altro» padre che vive dietro la porta

E qui c’è la prima grande idea del film di Henry Selick, perché il mondo fantastico in cui si addentra Coraline non è quello misterioso e divertente di Alice ma è praticamente identico a quello reale, con un’«altra » mamma e un «altro» papà, un «altro» Wybie, un’«altra» signorina Spink e così via. Una copia speculare dove tutto sembra più bello e accogliente, a cominciare dall’erba naturalmente «più verde », ma dove tutti hanno una caratteristica inquietante: al posto degli occhi hanno due bottoni. E mentre all’inizio l’andirivieni tra i due mondi è semplice e quasi piacevole (basta addormentarsi nell’«altro» letto per svegliarsi in quello reale), a un certo momento l’«altra» mamma comincerà a pretendere sempre di più, fino a chiedere a Coraline di farsi sostituire gli occhi reali con due bottoni…

A questo punto il film, che ha in serbo ancora molte avventure e sorprese che lasciamo alla curiosità dello spettatore, rivela in pieno quello che ambisce essere, una favola morale capace di affrontare alcuni dei temi centrali della nostra cultura: l’apparire come categoria dominante del reale, il mito della forma fisica (la mamma vera ha un commovente rigonfiamento adiposo intorno ai fianchi; l’«altra», quando rivela la sua vera anima, si mostra in tutta la sua funerea magrezza), il disprezzo per la routine e la fatica quotidiana, l’attività artistica come sola realizzazione degna di un uomo (il padre vero fatica davanti al computer mentre l’«altro» si esibisce in meccaniche performance alla tastiera di un pianoforte) e, più in generale, la voglia che molti sembrano avere di «chiuderci» gli occhi per mostrarci un mondo fintamente colorato e allegro, fatto a loro immagine e somiglianza.

Ma quello che a parole può rischiare lo schematismo (e assomigliare magari a una specie di «rivincita » dei genitori nerds), nel film di Selick assume forme straordinariamente ricche e complesse, che l’animazione in stop motion permette di moltiplicare quasi all’infinito. I pupazzi del film, che figurativamente ricordano quelli di un film precedente del regista, Tim Burton’s Nightmare Before Christmas, si piegano a ogni possibile sfumatura espressiva (Coraline riesce amostrare 16 diverse espressioni in soli 35 secondi) mentre le riprese in 3D per una volta sono davvero funzionali al tema prescelto. Basti vedere le scene in cui i fondali delle scene cambiano sotto i nostri occhi, passando dalla bidimensionalità alla tridimensionalità, dal colore al bianco e e nero o viceversa, non certo per meravigliare lo spettatore ma perché davvero necessarie al senso e all’evoluzione della storia (come il pavimento su cui si stanno affrontando Coraline e l’«altra» madre, che si trasforma all’improvviso in una specie di rete/buco nero che tenta di imprigionare l’eroina).

In questo modo l’effetto un po’ straniante di una terza dimensione visiva diventa l’equivalente fisico della scelta (altrettanto disturbante) di abbandonare la consequenzialità causa-effetto per far proseguire la narrazione secondo una logica puramente fantastica, dove i colpi di scena sono altrettanti ribaltamenti delle aspettative. In questo modo lo spettatore è costretto a entrare davvero in un mondo magico e non prevedibile, perché ogni tipo di «difesa » razionale finisce per perdere valore. E lo scontro finale tra Coraline e l’«altra»madre, dove ogni logica si dissolve di fronte alle invenzioni della regia, diventa l’incubo di un mondo in cui davvero l’apparenza è capace di nascondere ogni tipo di trappola.

Paolo Mereghetti corriere.it

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