Debutto a Cannes per this must be the place di Paolo Sorrentino con Sean Penn

Sorrentino e Penn stregano Cannes
Ecco “This must be the place”: applausi alla prima proiezione. L’attore: “Spero di festeggiare”

Applausi per l’atteso film di Paolo Sorrentino “This Must be the Place”, secondo film italiano in corsa per la Palma d’oro e che uscirà in Italia distribuito da Medusa in autunno.

Sorrentino descrive la pellicola come «il romanzo di formazione di un uomo rimasto bambino fino a 50 anni, la curiosità ossessiva per i nascondigli degli ex criminali nazisti, la passione per la musica e l’amore per l’America e il viaggio».

Il bambino si chiama Sean Penn, un’icona del cinema americano, un sex symbol, due premi Oscar in salotto per Mystic River e Milk, che il regista napoletano conobbe proprio a Cannes nel 2008 quando Penn era il presidente della giuria che assegnò al Divo il Grand Prix. «Mi ha dato il copione, c’era la sfida di creare anche visivamente un personaggio profondamente depresso – racconta Sean Penn – bisognava plasmarlo nella voce, nella camminata. Mi sono visto i suoi precedenti lavori e sono stato colpito, accidenti sono film di una mente originale. Mi sono affidato a lui, si è dimostrato un maestro, sul set era molto ispirato, era come se lui suonasse il piano e io girassi solo le pagine».

Il risultato è un film «per cui spero di festeggiare domenica sera», dice Penn mentre lo scaramantico Sorrentino sussurra «è la mia quarta volta a Cannes – su 5 film, ndr – ma non è che si costruisce una carriera su questo. La Palma d’oro? penso proprio di no. Stare qui in concorso è già il miglior risultato possibile». Una rock star punk di 50 anni, depressa anche per il peso della morte di due giovani fan, impossibilitata a suonare ancora «ci è sembrato quanto di più vicino all’idea di un bambino mai cresciuto», dicono Sorrentino e il co-sceneggiatore Umberto Contarello. Sean Penn e Sorrentino – che aveva in mente Robert Smith leader dei Cure – hanno immaginato Cheyenne magro, catatonico, con la voce flebile, rossetto rosso, smalto nero ai piedi e parruccone dark, lento nei movimenti, molto gotico e molto effeminato nonostante una moglie “normale” (Frances McDormand) che fa il pompiere e accetta di andare a letto con uno così combinato.

Una caricatura, come il Toni Servillo – Andreotti del Divo? «Non sono caricature – replica il regista – entrambi sono personaggi reali, possibili, quello che hanno in comune è che sono persone “atipiche”, non normali perchè io penso che sia interessante raccontare al cinema persone con una qualche eccezionalità». Molta parte del film è musicale (il titolo stesso è di una canzone dei Talking Heads), con David Byrne che in una scena madre interpreta se stesso, artista poliedrico, mentre Cheyenne confessa il fallimento della sua vita. E molta parte è lo spazio americano, l’on the road che affascina il cinema da sempre: lunghi piani sequenza tra deserti e praterie e molti primi piani di interni alla Edward Hopper. «È il luogo cinematografico per eccellenza, ho fatto tanti sopralluoghi, mi sentivo un turista, avevo l’eccitazione di un bambino alla scoperta. Il cinema può avere momenti di noia. This must be the place è stato un ricominciare, come fare un primo film. Un’esperienza unica, indimenticabile, che spero di ripetere», aggiunge Sorretino alla prima esperienza internazionale. I riferimenti sono a David Lynch, a Paris Texas di Wenders e il regista lo ammette: «non lo vedo da molti anni ma deve essere rimasto impigliato nella testa anche se distante dalla memoria».

Nel personaggio «innocente, naif, alla ricerca di se stesso che interpreto», c’è, dice Penn, nel gettare ogni paura per andare a scovare il criminale nazista che perseguitò il padre ad Auschwitz, «un senso americano di vendetta. Per capirlo basta pensare alle reazioni che ci sono state alla notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden». L’attore, che sulla love story con Scarlett Johannson dice solo «un segreto deve rimanere segreto», è a Cannes con due film: This must be the place e The tree of life di Malick, «ma sono molto diversi, e tra loro c’è anche una distanza di anni». Il film è una coproduzione italo-franco-irlandese realizzata da Nicola Giuliano, Andrea Occhipinti, Francesca Cima (Indigo Film e Lucky Red) e Medusa film: diverse sono le trattative che il venditore internazionale Pathe ha in corso, la più importante riguarda l’uscita in America.

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