Detroit è il baricentro strategico del risiko globale del mondo dell’auto

DetroitGrandi manovre nel mondo dell’auto
Detroit è il baricentro strategico del risiko globale che coinvolge
top manager e alleanze industriali. Per la prima volta una donna
guida la GM. Mulally (Ford) in bilico. Dongfeng contesa dai francesi

C’è fermento nelle stanze dei bottoni. Un turnover di manager (e di alleanze e di iniziative industriali) mai visto. Con Detroit e le sue Big Three al centro del mondo, ma riflessi strategici a tutto campo, dall’Europa alla Cina. Sergio Marchionne è al lavoro per perfezionare l’integrazione di Chrysler/Fiat (la spina è il valore del 41,5% di quote in mano al fondo Veba) cui seguirà la quotazione del nuovo gruppo alla Borsa di New York. Così arriveranno capitali preziosi per rilanciare anche Alfa Romeo. Di certo Auburn Hills sarà sempre più importante nel futuro del Lingotto.

Intanto General Motors si è svincolata dal Tesoro americano, che ha venduto (recuperando 39 miliardi di dollari) le ultime azioni dopo l’intervento di 4 anni fa per evitare a GM il fallimento. «Una scommessa ripagata – ha commentato Barack Obama – perché l’industria dell’auto è tornata». La sorpresa riguarda la leadership del colosso di Detroit che per la prima volta avrà un presidente donna: a Dan Akerson subentrerà a metà gennaio Mary Barra, 51 anni, ingegnere cresciuta rapidamente all’interno dell’azienda. General Motors è impegnata ora nella volata finale per il trono di n. 1 al mondo: lo scorso anno Toyota la sorpassò vincendo al fotofinish con 9,75 milioni di veicoli venduti davanti proprio a GM (9,29 milioni) e Volkswagen (9,07). Adesso il Gruppo giapponese punta a diventare il primo nella storia a superare quota 10 milioni. GM vanta numeri entusiasmanti in Cina (3 milioni di consegne, però Vw l’ha appena superata di stretta misura) mentre ha deciso di ritirare (dal 2016) il marchio Chevrolet dal mercato europeo, giudicato a ragione poco redditizio per il brand.

Insensate, soprattutto, le sovrapposizioni di prodotto con Opel. Toccherà dunque alla filiale tedesca, e a Vauxhall nel Regno Unito, l’onore (e l’onere) di garantire alla casa madre numeri e reddito nel Vecchio Continente dove il ritorno al profitto, salvo complicazioni, è previsto fra due anni. Resterà il brand di lusso Cadillac. In ogni caso l’Europa piace davvero poco a GM, se dopo pochi mesi sì è già pentita dell’alleanza con PSA (Peugeot-Citroën) sbarazzandosi del 7% di azioni acquisite dai francesi. Non sottoscriverà aumenti di capitale, pur mantenendo una collaborazione industriale. A Detroit si dice che General Motors non abbia gradito l’intrusione di Dongfeng Motor, partner annunciato di PSA. La società cinese tratta un ingresso con il 20% del capitale (quota analoga a quella che avrà il governo francese). Ma l’esito dell’operazione non è scontato: Dongfeng infatti ha regalato un colpo di scena siglando ufficialmente un accordo con i grandi rivali della Renault per una joint venture che produrrà in Cina: i due presidenti, Carlos Ghosn e Xu Ping, hanno annunciato un investimento di 870 milioni di euro per costruire un nuovo stabilimento a Wuhan, attivo dal 2016 con una capacità iniziale di 150 mila unità l’anno (raddoppiabili).

I «dispetti» tra costruttori francesi non si fermano qui. Carlos Tavares, ex braccio destro di Ghosn nella gestione dell’alleanza Renault-Nissan allontanato dal manager libanese dopo aver dichiarato di «ambire alla leadership di un gruppo importante», sarà il nuovo Ceo di Peugeot-Citroën. Entrerà il 1° gennaio nel direttorio e sostituirà entro la primavera Philippe Varin (al vertice dal 2009), il primo artefice del progetto d’alleanza con i cinesi. PSA ha molti problemi, dopo la chiusura della fabbrica di Aulnay e gli 11 mila esuberi.

Da Detroit, come si evince, il risiko dei top manager e delle joint venture emigra a livello globale. Ma c’è un altro caso aperto nella capitale del Michigan, e riguarda la terza sorella Ford. Sul banco degli «imputati» addirittura il grande risanatore, Alan Mulally. Le smentite su un suo addio anticipato sono state numerose nelle ultime settimane, però lui non le ha mai confortate direttamente. L’ex uomo forte della Boeing e poi profeta dell’autonomia (il suo motto: One Ford) è corteggiato da Microsoft che cerca un successore a Steve Ballmer. Mulally potrebbe andarsene prima della scadenza del mandato (fine 2014) e la Ford, dove il nipote del fondatore Bill Ford è sempre più impegnato in prima linea, ha già pronto l’erede: Mark Fields, l’attuale Chief operating officer.

PIERO BIANCO da lastampa.it

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