Diego Cammarata dopo il dissesto di Palermo nominato al Senato come consulente Per i tagli alla spesa degli enti locali

L’ex sindaco spendaccione chiamato
a tagliare i costi di Palazzo Madama

Cammarata si era dimesso dalla carica di sindaco dopo il dissesto finanziario delle aziende municipalizzate del capoluogo siciliano
Cammarata da Palermo all’incarico in Senato

Qualcuno a Palermo l’ha presa come una battuta: «Cammarata? Sarà un omonimo». E invece no, è proprio lui, l’ex sindaco costretto a dimettersi a gennaio scorso sotto il peso di un’amministrazione sull’orlo del fallimento.

Trascinata verso il rosso dal disastro delle aziende controllate dal Comune: dai rifiuti alle manutenzioni. E che ti fa, invece, Cammarata? Viene nominato consulente del Senato. E consulente per che cosa? Per i tagli alla spesa degli enti locali.

Abbastanza per scatenare sul web l’indignazione e l’ironia di centinaia di cittadini. Lui, l’ex sindaco, non fa una piega: «Nessun dissesto finanziario e nessun commissariamento riguardano la mia gestione. La verità è che siamo alle solite: siccome di me non si può dire che sono un corrotto o un mafioso ci si aggrappa a cose ridicole».

E’ un fatto però che l’Amia, l’azienda rifiuti che era il gioiellino di famiglia dell’ex sindaco Leoluca Orlando – appena rieletto – aspetta a giorni la pronuncia dei giudici sul suo fallimento dopo avere inghiottito in dieci anni 850 milioni. Che la Gesip, carrozzone di precari, abbia finito i soldi dell’ennesima proroga e non sappia più come foraggiarsi. Che il commissario straordinario nominato dopo le dimissioni di Cammarata abbia dovuto varare un bilancio lacrime e sangue che, a cinque giorni dalla scadenza di legge, il Consiglio non osa approvare. Che alle ultime elezioni nel centrodestra c’era la gara a prendere le distanze da un’amministrazione uscente (quella con più personale d’Italia: 9.594 occupati, uno ogni 69 abitanti) che per stare a galla era stata costretta a utilizzare pure i soldi del fondo di riserva, quelli per le calamità naturali.

Eppure adesso è nientemeno che Palazzo Madama a volersi avvalere delle collaborazione di Cammarata e proprio per i tagli agli enti locali, sotto l’ombrello dell’unico amico politico che è rimasto all’ex primo cittadino (il presidente del Senato Renato Schifani) e a fianco del deputato questore Angelo Maria Cicolani, eletto nel Lazio.

Al quale, poveretto, tocca pure la parte in commedia più difficile, quella di fare da scudo alla seconda carica dello Stato. «Il presidente Schifani – dice – è totalmente estraneo alla vicenda. Tirarlo in ballo è pertanto strumentale e fuori luogo. L’ex sindaco di Palermo fa parte esclusivamente della mia segreteria. Ho voluto utilizzare nell’ufficio di Questura le conoscenze giuridiche e amministrative dell’avvocato Cammarata, che conosco e apprezzo da moltissimi anni».

Ma le bordate arrivano. A tirarle, è il senatore di Italia dei Valori, Fabio Giambrone, strettissimo collaboratore di Orlando. «Può un ex sindaco commissariato per aver portato al dissesto finanziario la sua città essere chiamato come consulente al Senato per un disegno di legge sui tagli di spesa negli enti locali?», chiede prima di rivolgere un appello a Schifani. «Revochi immediatamente l’incarico a Cammarata se non vuole che mezza Italia gli rida dietro e l’altra mezza si indigni ulteriormente».

Lui, il protagonista delle polemiche, rende la pariglia: «Precisiamo intanto che non ho nessuna consulenza da parte del Senato ma sono distaccato sulla base di una norma che, penso, Giambrone dovrebbe ben conoscere perché è la stessa che ha consentito il suo distacco da dipendente delle Poste al Comune di Palermo». E così Cammarata svela il percorso che l’ha portato al Senato. Un distacco dal ministero della Pubblica istruzione dovuto al suo ruolo di docente negli istituti medi e superiori ottenuto dopo un concorso pubblico fatto in gioventù.

Ma lo stipendio di professore, per uno che ha fatto il sindaco, che è stato condannato a pagare dalla Corte dei Conti 200 mila euro di risarcimento per la nomina illegittima di consulenti, e che ha quattro inchieste giudiziarie sulle spalle, non è proprio lauto. Lo studio di avvocato ormai è chiuso. Il futuro politico incerto. Così ecco lo strapuntino a Palazzo Madama, con un rimborso spese di mille euro al mese. Meglio che niente.

LAURA ANELLO da lastampa.it

One comment

  1. zac

    ahahahahahh, guardatelo come ride, sembra dirci “è inutile che protestiate io sono io e voi non siete un cazzo” (dal marchese del grillo)