E’ morto Alfredo Di Stefano Sconcerti per me ( Gianni Brera e Adalberto Bortolotti ) era il più grande di tutti

alfredo_di_stefano_ospedaleDi Stefano fu il più grande di tutti
(E Totti ha il suo stesso tiro)
Professionista maniacale che sapeva divertirsi, aveva lo stesso carisma di Maradona, la classe di Valentino Mazzola e il senso del gol di Pelé

È molto probabile che Alfredo Di Stefano sia stato il più grande giocatore del mondo. Gianni Brera per esempio lo giudicava così. Anche Adalberto Bortolotti, finissimo storico del calcio e direttore di Stadio, la pensava alla stessa maniera. Ma i giudizi nel calcio sono spesso generazionali, si ama molto di più quello che si è visto. Oggi tutti dicono Maradona o Messi perché corrono con noi, pochi per esempio si chiedono cosa fosse Meazza, forse non inferiore. Di Stefano ha giocato per oltre vent’anni tra gli anni quaranta e gli sessanta. Aveva una grande caratteristica, era universale. Credo che in questo possa essere paragonato a Valentino Mazzola. Giocava centravanti ma solo di nome, si spostava in realtà dovunque sentisse il gioco. Si dice che Pedernera, altro fuoriclasse del tempo, quando vide il ragazzo arrivare nel River, avesse subito intuito che gli avrebbe portato via il posto e si accanisse nel fargli dispetti. Naturalmente Di Stefano gli portò via il posto.

Aveva una facilità estrema nel segnare, ha chiuso con quasi cinquecento gol, ma la sua parte più spettacolare era l’impostazione. Giocava spesso di prima e a chi lo giudicava «troppo semplice», rispondeva «provaci tu». Aveva un carattere molto forte e un paio di idee fisse: fare soldi, tanti, sempre di più. E divertirsi molto possibilmente con gli abiti più eleganti. Ma le sue tentazioni erano sempre dietro a un professionismo unico, maniacale, che riuscì a farlo giocare fino a oltre quarant’anni. Quando arrivò al Real aveva paradossalmente forse già dato il meglio di sé. Aveva ventisette anni in un’epoca in cui si era vecchi a ventinove. Il vero Di Stefano era quello organizzato e selvaggio con i capelli biondi e la faccia triangolare, un po’ alla Mariolino Corso. Nel Real il triangolo si fece presto rotondo, ma il suo calcio non perse niente. Inutile ricordare che con quel Real vinse otto scudetti e cinque Coppe dei Campioni. Aveva accanto Puskas, Gento, Santamaria, ma fu sempre il suo Real. Era lui la differenza. Per collocarlo un po’ più nel nostro tempo, basta dire che è stato l’unico giocatore a cui è stato assegnato il Pallone d’oro per meriti precedenti.
Il carisma di Diego, lo stile di Mazzola, il tiro di Totti
Alla ricerca del vero numero uno, credo sia giusto da dire che per carisma assomigliava a Maradona, per stile totale e peso in campo a Valentino Mazzola, per senso del gol a Pelé, che, fra questi era il più attaccante, quindi abbastanza laterale. Fantastico specialista, ma non uomo della squadra. Dovessi scegliere un giocatore attuale, direi che Totti gli assomiglia nel tiro improvviso, per tecnica, e per come si allarga sul campo. Ma Di Stefano è stato molto più decisivo. I fuoriclasse assoluti si giudicano da come costruiscono costantemente le loro squadre. Di Stefano ha sempre e soltanto vinto, dovunque sia stato.
La Colombia e il calcio «barbaro»
Riuscì a far diventare una stella mondiale perfino una squadra di Bogotà, il Millionares, dove andò a giocare nel suo periodo migliore, tra i 24 e i 27 anni lasciando senza nostalgie l’Argentina e il suo River. Erano i tempi in cui la Colombia era stata messa fuori dal calcio ufficiale. Così, per continuare a giocare, portarono i migliori sudamericani pagandoli venti volte il loro stipendio. Quel tempo si ricorda ancora come l’Eldorado. Di Stefano sentì l’odore dei soldi e se ne andò. Vinse tutto anche in Colombia, i Millionares diventarono una squadra famosa in tutto il mondo. Lì Di Stefano giocò un calcio lineare e barbaro, faceva quello che sentiva senza le briglie di una grande organizzazione sulle spalle. Fantastico.
Sessant’anni da spagnolo
Viveva da sessant’anni in Spagna adorato come un Dio del calcio, trovando la pace dopo cento polemiche con tutti. Per un anno intero i giornalisti spagnoli, quando scrivevano di lui, lo chiamavano «il numero nove». L’ordine era di non pronunciarne il nome. C’è un ultimo aneddoto che ne racconta la gloria e la diversità. Quando alla Juve arrivò Del Sol, per raccontarlo non si disse che correva tanto e giocava anche bene. Si disse solo che era quello che aveva portato le valige a Di Stefano. Bastava.

di Mario Sconcerti da corriere.it

 

AVEVA 88 ANNI: NEGLI ANNI ‘50 CON PUSKAS E ALTRI FUORICLASSE DIVENNE SIMBOLO E LEGGENDA DEL CALCIO
È morto Di Stefano, la «freccia bionda» che fece grande il Real
Era ricoverato a Madrid per un infarto. Ha vinto 5 Coppe Campioni, 1 Intercontinentale e 8 campionati. Due volte Pallone d’oro, non ha mai potuto giocare un Mondiale

Alfredo Di Stefano con le cinque Coppe dei Campioni vinte con il Real Alfredo Di Stefano con le cinque Coppe dei Campioni vinte con il Real shadow
La Saeta Rubia si è fermata per sempre. A 88 anni Alfredo Di Stefano, leggenda del calcio mondiale, ha ceduto alla fine all’ennesimo attacco cardiaco. Il suo cuore soffriva da tempo: nel 2005 gli era stato applicato un pacemaker. Colpito da infarto mentre era in strada, a Madrid, l’ex fuoriclasse del Real era stato ricoverato sabato 5 luglio all’ospedale Maranon in condizioni critiche.
Con Puskas e gli altri grandi
Argentino, nato nel 1929 a Buenos Aires, figlio di un emigrato italiano, da metà degli anni Cinquanta Di Stefano ha acquisito anche la cittadinanza spagnola. Proprio in Spagna, dopo gli esordi argentini nel River Plate e una prima parte di carriera in Colombia, è diventato uno dei simboli del Real Madrid che con lui e con altri campioni come Puskas, Kopa e Gento, ha cominciato a costruire la propria leggenda internazionale.

Dalla Colombia all’Europa
Il soprannome glielo trovano subito i tifosi argentini: quel ragazzo dai capelli chiari e dallo scatto fuori dal comune diventa la «saeta rubia», la freccia bionda, già da adolescente nella seconda squadra del River Plate. Il Real Madrid lo porta in Europa quando la sua fama in Sudamerica è già grande come i successi della squadra colombiana del Millonarios, che in quattro stagioni contribuisce a far grande con tre titoli nazionali, 157 gol e numeri di tecnica sopraffina. Ma il campionato colombiano non è parte della Fifa e Di Stefano rientra in Argentina. Sembra possibile un ritorno al River, ma invece spuntano le due Grandi di Spagna, il Real Madrid e il Barcellona, entrambe decise ad avere il suo talento.
La rinuncia del Barcellona
Il presidente del Real Madrid, Santiago Bernabeu, tratta l’acquisto con il club colombiano, mentre i blaugrana fanno la stessa cosa con il River Plate. Ne nasce una disputa legale con inutili tentativi di mediazione della federazione spagnola. Alla fine il Barcellona rinuncia. Finirà per pentirsene. Di Stefano arriva a Madrid nel 1953: con la maglia del Real giocherà undici stagioni vincendo 8 volte la Liga e 5 volte la Coppa dei Campioni, contribuendo in modo decisivo alla nascita della leggenda del Real Madrid in Coppa dei Campioni. La manifestazione, infatti, comincia nel 1955-56 e le prime cinque edizioni (con formula e partecipazione molto diversa da quella estesa di oggi) sono vinte appunto dal Real. Quel bottino iniziale di cinque trofei è metà del totale di vittorie in Coppa Campioni del club madridista, che ha conquistato proprio quest’anno la tanto desiderata «decima». Di Stefano chiude la sua carriera al Real a 38 anni proprio con una finale, questa volta persa, di Coppa dei Campioni, quella giocata nel 1964 a Vienna contro l’Inter di Helenio Herrera e vinta dai nerazzurri 3-1. Termina la sua carriera da giocatore, premiata ben due volte con il Pallone d’Oro (1957 e 1959) con altre due stagioni nella Liga indossando la maglia l’Espanyol, ritirandosi a 40 anni. Per la Fifa è uno dei cinque grandi del ‘900 insieme Pelè, Maradona, Beckenbauer e Cruijff.
Mai al Mondiale

Tanto ha raccolto con i club, tanto poco con la nazionale. Anzi, con «le» nazionali perché dopo l’esordio con l’Albiceleste argentina (e due presenze anche con la Colombia), quando ottiene la cittadinanza spagnola Di Stefano sceglie in via definitiva la Spagna. Ma la «Roja», a quell’epoca, può soltanto sognare una squadra vincente come quella degli anni recenti. E Di Stefano non basta a conquistare successi internazionali: il fuoriclasse del Real non avrà mai la soddisfazione di giocare una partita in un Mondiale. Nell’unica occasione in cui, durante la sua carriera, la Spagna partecipa a una fase finale (1962, Mondiale in Cile), Alfredo Di Stefano è infortunato. Più soddisfazioni ottiene invece dalla carriera di allenatore tra Spagna (due volte sulla panchina del suo Real, poi Elche, Valencia, Rayo Vallecano, Castellon), Portogallo (Sporting Lisbona) e Argentina (Boca e River). In tutto conquista tre campionati (due in Argentina, uno in Spagna), una Supercoppa di Spagna e una Coppa delle Coppe con il Valencia.

da corriere.it

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