E’ morto il regista francese Alain Resnais 91 anni

alain resnaisCentellinando il sapore della vita fino all’ultimo giorno,muore Alain Resnais, il Proust del cinema
Regista di Hiroshima mon amour, che, secondo Louis Malle, cambiò la storia del cinema. Il suo ultimo film, Aimer, boire et chanter, era stato accolto molto bene al festival del cinema di Berlino
All’età di 91 anni Alain Resnais, il regista francese é morto ieri sera a Parigi ”con attorno a sé la sua famiglia”, come ha dichiarato alla France Presse il suo produttore Jean-Louis Livi. Sabine Azéma, sua formidabile compagna, potrebbe dire che Alain Rasnais ha centellinato il sapore della vita fino all’ultimo giorno. Lo aveva lasciato a casa poche settimane fa per accompagnare al Festival di Berlino l’ultima invenzione del “grande vecchio” del cinema francese: quel “Aimer, boir et chanter” che la giuria avrebbe premiato con l’Orso d’Argento, come “il film che apre nuove prospettive al cinema”. Un bel complimento per il distinto, aristocratico e appartato signore di tanti successi di critica che il grande pubblico poco conosceva e che è stato però il maggiore rivoluzionario del cinema parigino attraverso più di cinque decadi. Tre pensieri vengono alla mente nel rendere oggi omaggio ad Alain Resnais, figlio di farmacista, nato a Vannes il 3 giugno del 1922: l’immagine del vecchio leone, col ciuffo ribelle di capelli bianchi e gli occhiali scuri a celare uno sguardo sempre dolce e curioso, con cui salutò per l’ultima volta il pubblico – tutto in piedi – del festival di Cannes dove ebbe il suo ultimo riconoscimento (un premio speciale alla carriera legato al suo film del 2009 “Les herbes folles”). Poi la percezione di una straordinaria consonanza di pensiero con l’amatissimo Marcel Proust di cui – unico nella storia del cinema – seppe adattare l’idea di “tempo sensibile”, quella percezione del reale che nella mente si accende a tratti, si illumina per un ricordo, una sensazione, una associazione di idee scomponendo e ricomponendo senza fine la presunta linearità della vita. Infine la contraddizione per la quale uno degli artisti più longevi e vitali dell’immagine in movimento ne è rimasto, fino alla fine, uno dei più originali innovatori.  Sbarca a Parigi a 19 anni, la salute minata da frequenti crisi d’asma (proprio come Proust che legge avidamente), la passione per l’arte coltivata grazie a una madre che non lo vuole confinato negli spazi ristretti della provincia. Ha in valigia il suo primo cortometraggio (“L’aventure de Guy” girato a 14 anni con una cinepresa a passo ridotto). E’ baciato dalla fortuna dei predestinati visto che va a stare nello stesso palazzo di Gérard Philipe di cui diventerà amico e che grazie a una conoscenza comune si iscrive alla prima scuola di cinema d’Europa (l’Idhec) nel 1943. Ha l’arroganza dei giovani e dopo appena un anno lascia gli studi per misurarsi direttamente con la regia. A parte un goliardico tentativo con l’amico Philipe (“Aperto per inventario”, 1946) e un tirocinio come assistente alla regia, si lascia attrarre dal linguaggio del documentario e, con oltre 20 titoli all’attivo in pochi anni e un Oscar di categoria (“Van Gogh”, 1947), diventa un maestro riconosciuto del cinema della realtà. Forse è proprio questa capacità di intercettare e trasformare la verità sensibile grazie alla macchina da presa che lo avvicina alle scuole artistiche che vanno di moda nella Parigi esistenzialista degli anni ’50: il nouveau roman in letteratura e la nouvelle vague al cinema. In verità Alain Resnais frequenta soprattutto i salotti letterari e trova nella “de-costruzione” del racconto di Marguerite Duras e nella sperimentazione stilistica di Alain Robbe Grillet i suoi punti di riferimento. Grazie alla prima esordisce nel lungometraggio con l’applaudito Hiroshima mon Amour (1959), insieme al secondo va alla conquista del Leone d’oro alla Mostra di Venezia (“L’anno scorso a Marienbad”, 1961). Con due documentari dello stesso periodo (“Notte e nebbia” dedicato all’orrore di Auschwitz e “Tutta la memoria del mondo” dedicato al senso universale della biblioteca) diventa l’artista di riferimento della Nouvelle Vague, ma non aderirà mai veramente al movimento. A quella rivoluzione estetica (cui rende omaggio con “Muriel”, 1963) preferirà un impegno civile più diretto, ispirato dal sodalizio con lo sceneggiatore spagnolo Jorge Semprun di cui girerà “La guerra è finita” (1966). L’adesione ai movimenti pacifisti della sinistra francese e l’insuccesso del film successivo “Je t’aime, je t’aime”, lo portano lontano dall’Europa: per due anni vive a New York e scopre una cultura anglosassone che si addice perfettamente alla sua anima rigorosa, al primato della ragione. Torna in patria nel 1974, convince un vero divo come Jean-Paul Belmondo a interpretare il grande truffatore Stavinsky nel film omonimo, e cambia prepotentemente stile: con la ricostruzione d’epoca della vita di un grande truffatore della Belle Epoque ricongiunge il suo stile con la tradizione del racconto a soggetto. Ma è quasi una parentesi, perché da quel momento il suo cinema diventa macchina di ricerca. Prende a pretesto i temi che gli sono cari: la memoria in “Providence” con Dirk Bogarde (1977), la scienza con “Mon oncle d’Amerique” (1980), interpretato dallo scienziato Henri Laborit, il melodramma con “La vita è un romanzo” (1983), il racconto d’appendice con “Mélo” (1986), il fumetto con “Voglio tornare a casa” (1989), il teatro con uno dei film più popolari “Smoking/No smoking” (1993). E’ proprio l’incontro con il commediografo inglese Alan Ayckbourn ad appassionarlo negli anni dell’ultima maturità, tanto da ricorrere ai suoi testi ben tre volte, fino al film del congedo. Con la scomparsa di Resnais si chiude il secolo del soggettivismo e del dubbio: scompare la coscienza secolare della cultura europea e si apre il tempo dell’incertezza, che nelle sue opere è anticipata e vissuta senza dramma, con il distacco della ragione e la malinconica nostalgia della passione.

da notiziarioitaliano.it

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