E On Italia il gruppo tedesco se ne va dall’Italia ?

Fuga dall’Italia energetica: E.On batte in ritirata
La centrale di Fiume Santo La difficile situazione del gruppo tedesco, dalla rinuncia alla centrale di Fiume Santo alle ingenti perdite finanziarie

ROMA – Che le cose stessero prendendo una brutta piega lo si era capito già qualche mese fa, quando era arrivata a E.On Italia la tanto sospirata autorizzazione ministeriale per la trasformazione a carbone della centrale elettrica di Fiume Santo in Sardegna. Dopo aver atteso cinque anni e con una congiuntura elettrica nel frattempo profondamente mutata, il gruppo tedesco ha deciso di rinunciare, senza preavviso, all’investimento e di battere sostanzialmente in ritirata.

Il colpo di grazia è venuto poi dai conti del primo trimestre di quest’anno: il margine operativo lordo in caduta del 23 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e l’utile netto ancora peggio, a 1,3 miliardi (-34 per cento). “E.On mantiene le proprie posizioni – mette le mani avanti il gruppo di Dusseldorf – nonostante straordinarie sfide in termini di business e di normativa energetica. Le stime per il 2011 sono sostanzialmente invariate nonostante il previsto impatto negativo della crisi economica sul business dell’elettricità e la crescente pressione sui margini del gas, oltre agli sviluppi negativi addizionali causati dalla chiusura di due delle sue centrali nucleari in Germania”.

Vista dalla parte dei lavoratori del gruppo in Italia, scesi unitariamente in sciopero, la situazione appare sostanzialmente diversa, con il rigetto integrale del piano strategico che prevede la drastica riduzione degli investimenti in Europa e, in particolare, in Italia, pregiudicando in maniera irreversibile la capacità produttiva e l’occupazione. Nel dettaglio, si contestano i mancati investimenti negli impianti di Fiume Santo, Ostiglia e Tavazzano; la riduzione della branch italiana a mera piattaforma produttiva priva di ogni autonomia; le decisioni strategiche assunte senza alcuna consultazione preventiva; l’abbandono di impianti come Teverola e Ferrara; il disinteresse verso il Mezzogiorno dimostrato in Calabria.

La gravità della situazione ha determinato il coinvolgimento del Governo che, a detta dei sindacati, condivide le preoccupazioni per il futuro della società, per gli effetti negativi sul sistema elettrico italiano, per l’occupazione diretta e indotta, per il mancato sviluppo dei territori che ospitano gli impianti produttivi. Tanta preoccupazione però ha prodotto soltanto il “topolino” di un tavolo di consultazione, anzi due: uno per la vertenza in sé, a cui convocare i vertici della multinazionale tedesca, e l’altro per monitorare e trovare le soluzioni ai problemi elettrici del Paese. Lo scetticismo sull’esito di questi “pannicelli caldi” è doveroso, dal momento che un tavolo di consultazione non costa niente e non si nega a nessuno.

da romacapitale.net

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