Enrico Franceschini è morto Mikhail Kalashnikov 94 anni quando sparai con l’Ak 47

Mikhail KalashnikovQuando sparai con un kalashnikov

E’ morto a 94 anni Mikhail Kalashnikov, l’inventore del fucile mitragliatore più famoso del mondo, l’arma dell’esercito russo ma anche di tanti movimenti ribelli e guerriglieri. Una volta è capitato anche a me di sparare con un kalashnikov. Ero a Kabul, la capitale dell’Afghanistan, come inviato di “Repubblica”, nei primi anni ’90, nei giorni in cui, dopo il ritiro delle truppe sovietiche, stava per crollare il regime fantoccio pro-Mosca, sul punto di essere conquistato dai mujaheddin, i ribelli afghani, all’epoca appoggiati dalla Cia in chiave anti-sovietica. Si sapeva che la capitale, ultimo baluardo in mano alle forze governative, era vicina a cedere da un momento all’altro. Non si sapeva che cosa sarebbe successo a quel punto a coloro che i mujaheddin vi avrebbero trovato dentro. Un mattino i ribelli arrivarono: presero un quartiere alla volta, rapidamente, senza fatica, e infine si presentarono anche all’unico albergo ancora in funzione, dove risiedevano un centinaio di giornalisti stranieri, me compreso. Ero nel cortile dell’hotel quando vidi arrivare i primi mujaheddin, con il turbante in testa e il fucile a tracolla. Uno di essi venne dritto da me, mi mise il kalashnikov in mano e disse “spara!”. O meglio, non so esattamente che parola disse, ma il gesto con cui l’accompagnò non lasciava dubbi. Bè, almeno non era lui a sparare a me, pensai. E sembrava abbastanza amichevole, come se quel suo comando, perché di comando si trattava, fosse una prova, un modo di vedere da che parte stavo, che tipo ero e come lui doveva comportarsi di conseguenza. Così imbracciai il kalashnikov, lo puntai verso il cielo, e sparai. Il ribelle e i suoi compagni trovarono la cosa molto divertente. Ripreso il fucile, andarono a prendere possesso dell’albergo, senza minacciare nessuno. Quella notte, dalla terrazza dell’hotel, assistemmo ai fuochi d’artificio più grandi e più belli che abbia mai visto in vita mia: ma non erano fuochi artificiali. Erano i ribelli che, dalle colline e montagne tutto attorno a Kabul, sparavano in aria traccianti luminosi per celebrare la loro vittoria. E con che cosa sparavano? Con i kalashnikov, naturalmente.

Enrico Franceschini da repubblica.it

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