Enrico Franceschini L’Ucraina, i piedi rossi e la corazzata Potiomkin

L'uomo della Citta Vecchia di Enrico FranceschiniL’Ucraina, i “piedi rossi” e la corazzata Potiomkin

Una ventina d’anni fa, in cima alla scalinata del porto di Odessa, la città dell’Ucraina meridionale affacciata al mar Nero, mi pareva che quel luogo simbolo della prima rivoluzione russa (1905) e del film diretto dal grande regista sovietico Sergej Ejzenstein che ne era stato tratto, “La corazzata Potiomkin” (1926), fosse scampato a nuovi conflitti e ad altro sangue. L’Unione Sovietica era crollata nel 1991, distrutta da tensioni etniche, riforme caotiche e declino economico: lasciato uscire dalla bottiglia il genio della democrazia con la perestrojka, Gorbaciov si accorse che era impossibile pilotarlo, controllarlo, tantomeno ricacciarlo dentro. Ma l’ultimo segretario generale del Pcus non fu l’unico a farne le spese. Al posto dell’Urss nacquero quindici stati indipendenti, le 15 ex-repubbliche sovietiche. In quattordici delle quali, al di fuori della più grande, la Russia, vivevano 25 milioni di russi, che si ritrovarono dalla sera alla mattina privati della cittadinanza del paese a cui appartenevano, l’Urss appunto, e accorpati a una nuova nazione. Su “Repubblica”, seguendo la fine dell’impero sovietico come corrispondente da Mosca, chiamai “piedi rossi” questi 25 milioni di persone che si sentivano russi ma non lo erano più, evocando la sorte in qualche modo simile dei “piedi neri”, i francesi d’Algeria dopo la decolonizzazione. I “piedi rossi” erano disseminati dappertutto nelle 14 ex-repubbliche sovietiche e la loro presenza rappresentava un potenziale motivo di destabilizzazione. Nel Baltico, dove si erano sentiti padroni, classe previlegiata al tempo dell’Urss, ora venivano discriminati e maltrattati dal nuovo potere lituano, lettone, estone. In Kazakhstan e nelle altre ex-repubbliche dell’Asia centrale, si sentivano altrettanto estraniati. In teoria la situazione più delicata e pericolosa era in Ucraina, dove i russi erano quasi metà della popolazione; e ancora di più nella penisola di Crimea, “donata” per decisione di Krusciov dalla Russia all’Ucraina nel 1954, dove i russi erano una netta maggioranza e la flotta sovietica, poi russa, aveva (ed ha) una delle sue più importanti basi navali. In Ucraina, oltretutto, erano stazionati una buona parte dei missili nucleari di cui disponeva l’Urss. I pessimisti prevedevano che a causa dei “piedi rossi” ci sarebbero state ribellioni e focolai di violenza in tutto l’ex-impero “del male”, come l’aveva chiamato Reagan, con addirittura il rischio di una guerra a colpi di armi atomiche tra Russia e Ucraina, coinvolgendo eventualmente l’Occidente in quella che sarebbe potuta ragionevolmente diventare la terza guerra mondiale.

Tuttavia il temuto peggio non accadde. L’Ucraina smantellò i suoi armamenti nucleari e li diede alla Russia. I russi non si ribellarono praticamente quasi da nessuna parte, a eccezione dell’Abkhazia, piccola regione della Georgia sulle rive del mar Nero, confinante con la città di Sochi in cui si sono appena svolte le Olimpiadi invernali, che è ora di fatto un enclave separato, riconosciuta da Mosca come uno stato sovrano (ma da nessun altro) e protetta dalle forze armate di Putin; e della repubblica del Dniestr, altro enclave russo protetto con la forza dal Cremlino, in Moldavia. Dall’alto della scalinata di Odessa, città natale di due grandi scrittori (russi) come Isaac Babel e Anna Achmatova, teatro (nella ricostruzione cinematografica) del massacro compiuto dai cosacchi dello zar e del cannoneggiamento dei marinai della corazzata Potiomkin per difendere la popolazione locale, che fu la miccia della rivoluzione, dove ero andato per raccontare appunto per il nostro giornale l’evolversi del post-sovietismo, vent’anni fa mi pareva che il più grave pericolo fosse scampato e che i pessimisti avessero dunque tutto sommato avuto torto.

Davanti a quanto sta avvenendo oggi in Ucraina, bisogna forse in parte ricredersi, ma non bisogna meravigliarsi. Se la Russia ha mosso i carri armati per “riprendersi” e proteggere i russi dell’Abkhazia e del Dniestr (oltre che per riaffermare un proprio “imperialismo” sulle province perdute del suo impero), non è sorprendente che minacci di farlo per la Crimea. La terza guerra mondiale non è scoppiata per Abkhazia e Dniestr. Il caso della Crimea è però più serio, anche per le dimensioni dell’Ucraina e la sua posizione geostrategica in Europa. Una secessione della penisola, per ricongiungersi alla Russia, è chiaramente l’obiettivo di Putin. Il nuovo governo di Kiev e i mediatori occidentali dovranno operare con estrema velocità e  abilità per evitarlo, ammesso che sia possibile. E ammesso che, davanti ai separatismi di tante altre parti del mondo, dalla Scozia alla Catalogna, dall’Irlanda del Nord al Kashmir, anche questo in via di principio non abbia qualche ragione di essere. Una nuova “guerra di Crimea” non si può escludere. Si vedrà se con reazioni solo economiche e diplomatiche, o anche militari, da parte occidentale e soprattutto americana, sebbene sembri improbabile, dopo aver fatto tanto fatica per richiamare a casa le sue truppe da Iraq e Afghanistan, che Obama voglia rimandarle da qualche altra parte. L’Unione Sovietica era l’ultimo grande impero multietnico del mondo: era inevitabile che crollasse. Ma i tremori sotterranei, quando crolla un grande impero multietnico, durano molto a lungo: è un miracolo che nell’ex-Urss non fossero ancora esplosi in un terremoto di grandi proporzioni. L’orrore suscitato dai morti nelle strade di Kiev, nei giorni scorsi, non è differente da quello filmato da Ejzenstein nella famosa scena della carrozzina sulle scalinate di Odessa. Auguriamoci di non vederne altre simili, o di più spaventose, nei prossimi mesi.

Enrico Franceschini da repubblica.it

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