Eugenio Scalfari editoriale di domenica 16 novembre 2014 Torni a fiorir la rosa che pur dianzi languìa

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MI CAPITA spesso, ma credo che accada a tutti, di capire meglio la natura della realtà che ci circonda se sono stimolato da incontri occasionali che in apparenza non hanno nulla a che vedere con essa: un vecchio film, una vecchia canzone, una frase letta in un libro o su un giornale.
Nei giorni scorsi ho visto un film del 1991 intitolato A proposito di Henry . Il protagonista, che è Harrison Ford, viene colpito da un incidente che lo paralizza completamente e gli toglie anche la memoria e la parola. I medici lo ritengono spacciato ma non è così: le cure che gli praticano dopo molti mesi hanno risultati sorprendenti, al punto che lui torna a casa e perfino al lavoro: era un avvocato molto importante e anche molto autoritario in studio, in tribunale e in famiglia. Ma pur essendo perfettamente guarito, Henry si rende conto che l’autoritarismo d’un tempo e l’autorevolezza che ne derivava non gli piacciono più, li sente come gravi difetti di carattere e concentra tutte le sue forze nel cambiare se stesso. Ci riesce e diventa un altro uomo, umile, affettuoso, caritatevole. Prima era dominato dall’orgoglio e tutto gli era dovuto; adesso vuole soltanto il bene degli altri e nulla per sé. Dopo la parola “ End” ho pensato che Henry aveva rottamato se stesso.

Qualche giorno dopo ho trovato canzoni della mia giovinezza incise su un cd. Tra quelle canzoni ce n’è una che racconta tutti i guai che affliggono il cantante che tuttavia termina con un finale consolatorio cantato in un francese bastardo che si rivolge ad una immaginata marchesa sua amica e dice così: “Malgré cela, Madame la Marquise, tout va très bien, tout va très bien”.

Significa che l’ottimismo è il solo modo per sopportare la fatica di campare. Un giovanotto che voleva parlarmi del suo futuro di giornalista e si dichiarava un cronista perfetto perché privo di idee politiche, ripeteva spesso durante il colloquio che della politica lui se ne fregava. Quel “me ne frego” mi ha fatto ripensare a tempi del passato: i fascisti avevano il “me ne frego” come parola d’ordine e lo mettevano anche nelle loro canzoni. Ho letto sul Manifesto che Asor Rosa parla anche lui del “me ne frego” come di un ricorrente malanno italiano. Stiamo molto attenti, con queste cose non si deve scherzare perché sono pessimi segnali per la vita democratica d’un Paese.

Infine m’è venuto tra le mani il libro di poesie del Parini e sfogliandolo con antico amore ho colto due versi assai belli e speranzosi: “Torna a fiorir la rosa / che pur dianzi languìa”. Recessione, depressione, deflazione: hai visto mai che questo scenario possa improvvisamente cambiare?
Voi vi domanderete perché io v’abbia fatto questi racconti invece di approfondire la realtà. Rispondo che ciascuno di essi configura un’ipotesi e scegliere tra di esse non è affatto facile, ma forse adesso le vediamo più chiaramente.

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L’elemento politico che più degli altri caratterizza la situazione italiana è quello che Matteo Renzi definisce il Partito della Nazione. Non è il solo, si sprecano articoli, analisi, libri su questo tema. Il Partito della Nazione è visto bene da quasi tutto il Pd, ma anche dal centro democratico e comunque è una realtà: è un partito che fa prevalere i concreti interessi nazionali sulle ideologie.

C’è un solo guaio, ma non è affatto piccolo: il Partito della Nazione è soltanto uno. Pensare che ce ne possano esser due è privo di senso. Infatti ce n’è uno solo, quello di Renzi che raccoglie i voti della sinistra moderata, del centro e d’una parte della destra.

Grillo non ha niente a che vedere col Partito della Nazione, la Lega ovviamente è il suo contrario. Berlusconi no. Lui è favorevole, ideologie non ne ha mai avute. Però riconosce che quel partito c’è già e non è il suo, ma lui lo appoggia. Deve inghiottire qualche amaro boccone? Pazienza, purché duri e lui ne sia uno dei tanti padrini. Ha contrattato che la legislatura duri fino alla sua fine, 2018. E se dovesse continuare per un’altra legislatura? Benissimo, lui ne sarà sempre un padrino. L’obiettivo dei suoi fedelissimi è quello. Della famiglia anche. Affari e politica vanno d’accordo per un
padrino del Partito della Nazione. E poi Berlusconi ha già detto più volte che Renzi lui sentimentalmente l’ha adottato.

Naturalmente esser guidati da un solo partito non è una conquista per la democrazia, anzi è una bastonata in testa. Attenzione però: ci sono vari modi di intendere la democrazia. Bipartitica? È un’ipotesi. Monopartitica: perché no, se il partito unico è democratico.

Il Partito della Nazione di Renzi è democratico, al suo interno si discute liberamente, Renzi non è solo al comando (l’avevo scritto qualche giorno fa ma lui mi ha smentito), con lui c’è una squadra che lavora, è competente, discute e ascolta tutti. Discute anche con il leader, ma poi è lui che decide.

Questa è la ragione per cui Renzi non vuole più il Senato, ma un assetto monocamerale. Contano solo i deputati e quindi il popolo sovrano che li elegge. Ma come li elegge? Ecco che arriva la riforma elettorale. In buona parte sono designati dal leader, in piccola parte dalle preferenze (pessimo tappabuchi, dovrebbero almeno essere collegi uninominali).

La tecnica è questa. Tony Blair? Certo, Tony Blair, di fronte al quale la Corona non contava assolutamente niente. E sarà così anche tra poche settimane, quando Napolitano si dimetterà. Il nuovo nome sarà Renzi a indicarlo e candidarlo. Qual è l’identikit che ha in mente? * * * In Germania la gente non sa neppure il nome del Presidente della Repubblica. Quello del Cancelliere naturalmente lo conoscono tutti. Gli italiani però, almeno quelli che vanno a votare ed hanno quindi una sia pure sfocata visione del bene comune, il nome dell’inquilino del Quirinale vogliono conoscerlo, vogliono che abbia un prestigio ed anche qualche potere. Il motore starà a Palazzo Chigi e non al Quirinale, ma il Presidente della Repubblica “rappresenta la Nazione” ed è anche la tutela della Costituzione, quindi dev’essere una personalità che la gente conosce e apprezza.
Renzi lo sa, perciò la sua non sarà una scelta facile, uomo o donna che sia. E poi l’elezione del Capo dello Stato è sempre stata una scommessa. Solo Ciampi passò subito alla prima votazione e Napolitano alla quarta, perché se lo meritavano. Anche Cossiga passò subito, chi comandava allora era De Mita, che ottenne il “placet” immediato del Pci.

Tutti gli altri sono stati contrastati prima che un nome uscisse dalle urne con la maggioranza prescritta e così è possibile che avvenga anche questa volta.

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Sarebbe utile sostituire Renzi e mettere al suo posto una persona che non guidi il Partito della Nazione ma il Pd?

Personalmente non credo sarebbe utile. Oggi il cambiamento lo vogliono tutti e non guardano molto se è un cambiamento ben fatto o mal fatto. E poi c’è la battaglia di Bruxelles che dovrà essere effettuata con coraggio e Renzi il coraggio ce l’ha. Lui pensa di vincere a Bruxelles. Qualora non vincesse, cioè non ottenesse i finanziamenti dei quali ha bisogno, governerà col deficit. Romperà con l’Europa? No, ma cercherà di fare di testa propria finanziando gli investimenti col deficit. Ma fino a che punto?

D’altra parte lui sa che se non ripartono gli investimenti e la nuova occupazione, l’opinione pubblica e soprattutto i giovani e i lavoratori, si arrabbierebbero molto con lui. In parte sta già avvenendo e la sua popolarità sta perdendo smalto.
A me Renzi non piace, vorrei che si auto- rottamasse come Harrison Ford nel film che ho raccontato. Ma per il bene del Paese debbo sperare che il suo programma abbia successo e “torni a fiorir la rosa che pur dianzi languìa”.

Eugenio Scalfari repubblica.it

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