Eugenio Scalfari editoriale di domenica 23 novembre 2014 Le nuove povertà che bussano alla nostra porta

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IL TEMA che oggi desidero trattare è quello quanto mai attuale della povertà. C’è sempre stata da che esiste il mondo, ma oggi la società globale nella quale viviamo l’ha reso diverso da precedenti epoche ed è appunto questa diversità che dev’essere approfondita. Prima però, come talvolta accade in questo nostro appuntamento domenicale, dedicherò una premessa alla lettera che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha indirizzato ieri al direttore del nostro giornale. Non spetta a me rispondergli ma una breve considerazione personale ritengo debba esser fatta.

Quella lettera mi è piaciuta. Spiega che la sua è una politica di sinistra e lo spiega con dovizia di persuasivi argomenti. Sostiene che la sinistra va cambiata per essere adeguata al mondo moderno ma mantenendo fermi i suoi principi che riassume identificandoli con la difesa dei deboli e degli esclusi. Afferma anche che il Pd non è un suo partito personale e che hanno torto quelli che dicono che lui comanda da solo. Questo lo avevo scritto io domenica scorsa e lui se ne era già pubblicamente risentito. Mi spiace rispondere che io continuo ad esserne convinto, come sono convinto che non basta sostenere d’essere per il cambiamento perché si può cambiar bene ma anche cambiar male. A parte queste due osservazioni critiche confermo che la sua lettera mi è piaciuta e ne condivido il contenuto. Purtroppo però essa corrisponde assai poco alla realtà che il nostro Paese sta vivendo e che la politica del governo non è ancora riuscita a modificare. Renzi fa annunci ai quali finora non sono seguiti fatti. Il solo intervento concreto è stato il bonus degli 80 euro, dieci miliardi purtroppo buttati al vento che graveranno sul bilancio dello Stato fino al 2016 e forse oltre. Avrebbe dovuto utilizzarli per creare nuova domanda e nuova offerta di investimenti. Per il resto nulla abbiamo visto finora. Ora il confronto si sposta in Europa. Molti auguri, caro Matteo, a te e a tutti noi, sperando di non uscirne con le ossa rotte ma anzi con un netto miglioramento delle nostre condizioni.

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Che cos’è la povertà e come si può combattere? Esistono molte ricette, per giudicare la povertà bisogna rivisitare il passato. Papa Francesco ne ha parlato infinite volte e proprio in questi giorni ne ha parlato ancora. Cito una sua frase che risponde con molta chiarezza alla domanda che ho qui posta: “Che cos’è la povertà? Di questo solitamente si tace, si sottolineano molto i soldi che mancano per creare lavoro, per investire in conoscenza, in formazione, per progettare un nuovo welfare e per salvaguardare l’ambiente. È giusto, ma il vero problema non sono i soldi che da soli non creano sviluppo. La loro mancanza è diventata una scusa per non sentire il grido dei poveri e la sofferenza di chi ha perso la dignità di portare a casa il pane perché ha perso il lavoro. Il rischio è che l’indifferenza ci renda ciechi, sordi e muti, presenti solo a noi stessi con lo specchio davanti. Uomini e donne chiusi in se stessi. C’era qualcuno così che si chiamava Narciso. Quella strada no. Noi siamo chiamati ad andare oltre, il che vuol dire allargare, non restringere, creare nuovi spazi e non limitarsi al loro controllo. Andare oltre significa liberare il bene e goderne i frutti”.  Così papa Francesco e “L’Osservatore Romano” che pubblica interamente il suo messaggio e lo intitola appunto “La trappola di Narciso”. Aggiungo a questa del Papa un’altra citazione che traggo da una poesia d’amore di Pablo Neruda. S’intitola “La povertà” e alcuni versi, rivolti alla donna amata, suonano così: “Amore, non amiamo / come vogliono i ricchi / la miseria. Noi / la estirperemo come dente maligno / che finora ha morso il cuore dell’uomo”. “Se non puoi pagare l’affitto / esci al lavoro con passo orgoglioso / e pensa, amore, che ti sto guardando / e uniti siamo la maggior ricchezza / che mai s’è riunita sulla terra”. La “caritas” verso il prossimo di Francesco e l’amore verso la sua donna di Neruda: due modi entrambi fondati sull’amore come unica soluzione per sfuggire la miseria e fare dei poveri e degli esclusi il primo obiettivo della nostra vita.

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Le civiltà antiche avevano come fondamento la schiavitù e questa situazione durò molto a lungo, quasi fino ai tempi moderni cambiando di nome ma restando nella sua essenza sempre presente in gran parte del mondo. Ci furono i servi della gleba, le “anime morte” e i poveri. I ceti dirigenti e possidenti consideravano la povertà come una sorta di schiavitù. I poveri non potevano esprimersi e partecipare alla vita pubblica e alle istituzioni che la guidano. Erano tutt’al più carne da cannone quando c’erano le guerre. I poveri in guerra mettevano a servizio delle classi dirigenti tutta la violenza repressa che gli covava dentro. Ad un certo momento però nacque in alcune zone del mondo la libertà o meglio il diritto di libertà. Quel diritto reclamava, tra le tante altre cose, la lotta contro la povertà poiché la sua presenza avrebbe di fatto limitato ai ceti abbienti la capacità d’esser liberi. Le persone con scarsi redditi sono giuridicamente libere ma non hanno la capacità di esserlo. Se guardiamo, tanto per fare un esempio, all’Egitto di oggi e agli altri Paesi della costiera meridionale del Mediterraneo ci rendiamo conto di che cosa sono state le cosiddette primavere arabe: il tentativo d’una gioventù povera che voleva uscire dalla povertà e conquistare i diritti di libertà che in teoria erano legalmente riconosciuti. Ebbero successo all’inizio, ma poi sono naufragate una dopo l’altra quando la plebe dei poveri è stata chiamata all’appello dal ceto dominante ed ha respinto obbedendo alla consueta e inevitabile servitù. I poveri insomma sono la palla al piede della democrazia. Lo erano nel mondo antico e lo sono ancora oggi.

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La società globale però, in cui da almeno trent’anni viviamo con l’affermarsi delle nuove tecnologie, ha introdotto alcune notevoli differenze la prima delle quali è l’emergere di nuovi Stati poveri verso un benessere prima sconosciuto e contemporaneamente l’aumento della miseria in zone del mondo già povere. Le diseguaglianze si sono accresciute in misura sconvolgente. Questa situazione ha portato le migrazioni ad un livello mai conosciuto prima. Da quando l’uomo è apparso sulla terra il fenomeno delle migrazioni è sempre stato presente e dominante, ma riguardava comunità relativamente piccole. Ora siamo otto miliardi di persone e continueremo ad aumentare secondo tutte le previsioni, ma le enormi diseguaglianze hanno reso le migrazioni un fenomeno che già ora e sempre più in futuro diventerà dominante. Centinaia di milioni di persone vorranno trasferirsi da Paesi in preda alla miseria ed alla barbarie vera e propria verso luoghi più ricchi e più pacifici. L’Europa in particolare è destinata a diventare un paese meticcio, cioè una mescolanza di etnie che in parte già c’è ma il livello del meticciato è destinato a crescere in misura esponenziale. Siamo già entrati in una fase in cui le migrazioni di massa non saranno affatto pacifiche ma scateneranno scontri violenti ed anche mutamenti politici rilevanti. In Italia, in Francia e in altri Paesi d’Europa queste reazioni sono già in atto ma destinate a crescere. Metteranno in discussione la moneta unica e faranno risorgere i nazionalismi come reazione all’ideale dell’unità europea. Spesso questi mutamenti politici non vengono connessi con l’immigrazione ed è invece proprio quella la loro motivazione profonda. L’antidoto non è quello di abolire la diseguaglianza, che entro certi limiti è perfino un elemento di stimolo della produttività del sistema, ma di contenerla entro limiti accettabili. E qui entra in gioco, tra i vari fattori, anche quello religioso come elemento di ulteriore scontro tra le etnie migratorie da un lato e come elemento potenzialmente positivo di fraternità dall’altro. Papa Francesco predica la fraternità tra le religioni perché Dio è ecumenico ed è lo stesso per tutti, non è cristiano, non è musulmano, non è asiatico: è Dio per tutti. “Noi cattolici  –  ha detto più volte  –  parliamo tutte le lingue del mondo, cioè cerchiamo di capire gli altri e di amarli perché questo è il solo modo di amare Dio. Si chiama “agape””. Ecco, “l’agape” è uno dei modi per sconfiggere la povertà e render pacifiche le migrazioni di massa. Concludo con i versi di Neruda dalla poesia che abbiamo già citato: “Ahi, non vuoi, / ti spaventa / la povertà, / non vuoi / andare con scarpe rotte al mercato / e tornare col vecchio vestito (…) se la povertà scaccia / le tue scarpe dorate, / che non scacci il tuo sorriso che è il pane della mia vita”. È questo che tutti vogliamo.

di EUGENIO SCALFARI da repubblica.it

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