Eugenio Scalfari editoriale di domenica 5 ottobre 2014 Sior paron dalle belle brache bianche caccia le palanche

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DATE le palanche, cioè salari adeguati alle persone e ai lavori che svolgono nell’azienda. Questa bella canzone cantata dai braccianti e dai coloni delle leghe contadine nel Veneto e nell’Emilia io l’ho sentita per la prima volta nel bellissimo film “Novecento” di Bernardo Bertolucci. Lui ha raccontato come pochi altri la società italiana del secolo scorso. L’hanno chiamato alcuni storici il secolo breve; invece è stato lunghissimo: è durato almeno centovent’anni e come sempre accade nella storia degli uomini ci ha lasciato del bene e del male.

I padroni con le belle brache bianche che fanno parte integrante di questa storia cominciarono ad apparire nella società nella tarda metà dell’Ottocento e molti di essi lavoravano diversamente ma con eguale intensità dei loro dipendenti. Il loro problema è di creare imprese laddove esistevano soltanto latifondi e paludi. E il sistema in qualche modo funzionò perché ne sorsero in vari luoghi e non più soltanto nell’antico triangolo il cosiddetto “polo” e cioè Torino Milano e Genova. Ad essi si aggiunsero Savona, Alessandria, Novara, Varese, Brescia, Bergamo, Treviso, Padova e poi questa specie di coda di una stella cometa che aveva il suo centro tra Piemonte e Lombardia si diffuse anche sulla costiera adriatica arrivando fino a Pescara, Foggia, Bari, Lecce. Lì si fermò la luce di quelle stelle grandi e soprattutto piccole. E i padroni rimasero più saldi che mai ma in molti punti diventarono padroncini per la piccolezza delle aziende e la scarsità di manodopera che vi era impegnata.

La canzone che serve da titolo di quest’articolo termina con la richiesta dalla quale abbiamo iniziato il testo: “Date le palanche”.

Abbiamo già detto che cosa sono le palanche ma nella situazione che stiamo attualmente vivendo la parola serve da metafora: la palanca non è più denaro ma è la pubblica opinione, il consenso, che premia o punisce i padroni. I quali ovviamente vivono soprattutto di relazioni di favore dell’opinione pubblica, di affari con lo Stato e soprattutto di buoni profitti. Lavorano ancor più dei loro predecessori e non portano più le brache bianche. Adesso il governo in carica vuole favorirli abolendo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, cioè abolendo la giusta causa secondo la quale il licenziamento di un dipendente è condizionato appunto da una motivazione giuridicamente accettabile. Verrebbe mantenuto però il reintegro in caso di licenziamento dovuto a motivi disciplinari e discriminazione che è qualche cosa di più (o di meno secondo i punti di vista) della giusta causa. La discriminazione serve a vietare con l’apposito ricorso alla legge alcuni tipi di licenziamento e cioè quelli determinati da differenze di etnia, di religione e di sesso. Qualcuno pensa di abbinarvi anche provvedimenti discriminatori di tipo economico, ma la norma ancora non è scritta e quindi attendiamo.

A me tuttavia non sembra che questi provvedimenti siano utili e dirò il perché.

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L’illegittimità per discriminazione sarà rigorosamente indicata dalla legge che il giudice dovrà ovviamente e altrettanto rigorosamente applicare. Personalmente ho la sensazione che tra discriminazione e giusta causa ci siano molte coincidenze e in certe circostanze e per certe ragioni possono diventare addirittura sinonimi o essere invocati come tali dagli interessati.

Facciamo un esempio: un dipendente di pelle scura o comunque di etnia diversa viene sospettato di essere colpevole di appropriazione indebita e per questo licenziato. È ovvio pensare che l’interessato incolpato si difenda negando il fatto del quale non esistono prove concrete.

Che fa il giudice a questo punto? Se accerta l’inesistenza delle prove deve far valere la discriminazione in favore del dipendente di colore. A questo punto il giudice può e probabilmente deve appellarsi alla Corte costituzionale perché risolva un caso molto difficile e cioè la perdita del posto di lavoro da parte di persona accusata con prove quantomeno incerte ma coperta da una norma di legge molto precisa che impedisce che sia licenziato soltanto per il colore della pelle.

Che deciderebbe a quel punto la Corte? E a ben pensarci una legge di questo genere è costituzionalmente corretta o invece crea una situazione che rende diseguali i cittadini i quali, sulla base della Costituzione tutelata dalla Corte, debbono essere assolutamente eguali di fronte alla legge. Questa è una situazione molte ingarbugliata che probabilmente darà luogo ad una sequela di processi innumerevoli e potrebbe anche essere eccepita dal presidente della Repubblica.

Ho saputo poche ore fa che il presidente della Confindustria, Squinzi, asserisce che i padroni non esistono più ma ci sono soltanto lavoratori che svolgono lavori diversi, alcuni manuali più o meno sofisticati di primo o di secondo o di terzo livello ed altri, gli imprenditori ed i loro collaboratori, lavori di testa, dedicati a relazioni sociali e politiche, alla creatività aziendale.

Purtroppo questa situazione auspicata da Squinzi avviene di rado e sarebbe bene che avvenisse più spesso. Ma sta di fatto che l’abolizione dell’articolo 18 fornisce al lavoratore-imprenditore una libertà di decisione che nessun altro nell’azienda ha e quindi padrone era, padrone resta anche perché il governo sta mettendo fuori gioco le rappresentanze sindacali. Di palanche, quelle vere, ce ne sono poche o nessuna ma a questo punto voglio ricordare una questione che ho già sollevato nel mio articolo di domenica scorsa. Il governo sta pensando, e fa benissimo a pensarlo ed attuarlo, a compensare almeno i licenziati con appositi sostegni economici che rientrerebbero nella definizione di salario nazionale. Scarso ma sufficiente alla vita: pane ed acqua e poco contorno.

Questo compensa sicuramente, nei limiti del possibile, la perdita del salario o stipendio che sia, ma non compensa la dignità del lavoro cioè la perdita del posto di lavoro il quale nel 99 per cento dei casi non sarà rinnovato perché di lavoro in giro non ce n’è. Il lavoratore quindi non perde soltanto il salario ma perde la dignità e l’esistenza del lavoro, se ne sta a casa a quarant’anni o poco più in attesa che arrivi l’età della pensione e intanto incrocia le dita o legge la Settimana enigmistica . Questa dignità non va compensata monetariamente? E in cifra superiore perché superiore ne è il danno d’averla perduta, rispetto al sostegno del mancato salario? Ci sono le risorse per far questo? A me non pare ma questo aggrava di gran lunga la situazione che stiamo vivendo anche perché non a caso il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci ricorda un giorno sì e un giorno no che la dignità del lavoro va comunque preservata e  –  aggiungo io  –  è tutelata dal primo articolo della Costituzione.

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A questo punto si pone il problema, del resto strettamente connesso a quelli che abbiamo fin qui svolto, sulla natura del Partito democratico italiano. Il nostro giornale ha dato notizia che gli iscritti al Pd sono attualmente centomila mentre furono cinquecentomila appena un anno fa. I circoli del partito sono praticamente vuoti; i leader di corrente quando vogliono mobilitare i loro amici li riuniscono in luoghi fuori dai circoli dove dovrebbero parlare a tutti anziché soltanto ai loro. Si chiama partito liquido o così lo chiamano e sarebbe appunto basato non sui militanti ma sul popolo e sono tre i partiti o movimenti di questa natura: il Pd guidato da Renzi, Forza Italia guidata da Berlusconi e i 5 Stelle guidati da Grillo.
Tre partiti populisti. Può piacere o meno questa definizione ma di questo si tratta e Renzi infatti non sembra affatto preoccupato di questo declino quantitativo; sembra anzi che gli faccia piacere e lo ha anche pubblicamente detto. Lui si rivolge al popolo e naturalmente al popolo di sinistra visto che noi abbiamo aderito per sua iniziativa e come era giusto avvenisse al Partito socialista europeo. Dunque siamo socialisti. Dalle riforme fin qui annunciate (ma pochissimo eseguite) di socialismo non pare ci sia granché. Tant’è che mentre i sindacati battono i piedi e pensano al peggio il presidente della Confindustria è felice della situazione e non è il solo, ce ne sono molti altri come lui altrettanto felici.

Non che ricevano favori specifici ma promesse d’incentivi, quelli sì, miglioramento della loro posizione nelle aziende sicuramente e infine l’abolizione di questo articolo 18 che a loro certo non dispiace.

In realtà Renzi ha realizzato un piccolo capolavoro, bisogna dargliene atto e per quanto mi riguarda lo faccio con piacere: ha creato un nuovo partito il quale in sede europea aderisce ai socialisti ma poi va molto d’accordo sia con Hollande che certamente socialista è sia con Cameron che è un conservatore della più schietta specie. Il partito Pd trattiene o addirittura recupera dagli astenuti una parte dei votanti ma prende anche molti voti dalla destra berlusconiana o da quegli astenuti che votarono l’ultima volta per Forza Italia e questa volta hanno preferito Renzi.

Naturalmente alle elezioni del 25 maggio siamo stati quelli che hanno stravinto rispetto al totale degli altri partiti europeisti. Abbiamo vinto con 11 milioni di voti. Sono molti? Sono il 41,8 per cento degli elettori italiani, una percentuale formidabile e quasi mai raggiunta. Non si guarda mai però ai voti assoluti. I voti assoluti presi da Renzi sono stati 11 milioni; quelli presi da Veltroni quando guidò il partito per la prima volta al voto politico (non europeo) furono 13 milioni. Le percentuali erano molto più basse perché paragonate con un numero di elettori molto più alto. È curioso che questo rapporto tra cifre percentuali e cifre assolute non venga mai ricordato ed è un errore per un partito che si dice di sinistra e prende soprattutto voti da destra.

Ripeto: è un piccolo capolavoro ma la natura del partito è completamente cambiata.

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Una brava economista che vive a in Inghilterra insegna nell’Università del Sussex, Mariana Mazzucato in un articolo da noi pubblicato venerdì ha analizzato la differenza tra la politica di incentivi agli interventi privati e la politica effettuata da enti di vario genere e specializzati in diversi settori ma tutti della stessa natura pubblica. Questi enti promuovono ed effettuano e guidano gli investimenti e finora i privati hanno accettato con franca soddisfazione queste offerte ed hanno ingrossato le dimensioni di capitale e posti di lavoro di queste iniziative.

Il luogo di tutto ciò si trova nella Silicon Valley dove fioriscono queste iniziative le quali hanno contribuito in modo ampio ad una ripresa negli Stati Uniti. Credo sia opportuno ricordare che iniziative analoghe costituirono la dorsale di politica economica di Roosevelt il quale la portò avanti e la lasciò in eredità al Paese.

Il nostro Renzi è stato di recente alla Silicon Valley, ha visitato una buona parte degli impianti e degli investimenti ivi esistenti, ha parlato con i responsabili sia pubblici sia privati. Se le affermazioni della Mazzucato sono esatte (come ho motivo di pensare) Renzi dovrebbe star per cambiare i suoi progetti che riguardano appunto l’avvio di nuovi investimenti e la creazione di posti di lavoro e in qualche modo ricavarli da quanto ha visto e constatato nella Silicon Valley altrimenti non si capisce a che cosa sia mai servita quella gita.

Del resto voglio ricordare che la nascita dell’Iri avvenne per analoghe considerazioni e l’Iri nei primi quarant’anni della sua esistenza fu una leva di direzione e di esecuzione di investimenti importantissimi per l’Italia, a cominciare dalla siderurgia che a quell’epoca era un investimento modernissimo, alle autostrade che misero sulle ruote l’unificazione linguistica e culturale del Paese. Poi decadde perché mani inesperte (non tutte di certo) e spesso conniventi e non collaboranti con interessi privati, ridussero l’Iri ad un ospedale o poco più. Prodi fu il primo dei suoi presidenti a voler disfare quella istituzione ormai logora e lo fece vendendo o tentando di vendere alcune attività alimentari che erano le più lontane dal ciclo originario.

Comunque oggi non c’è più e nessuno lo rimpiange. Ma l’esperienza della Silicon Valley opportunamente aggiornata e rinnovata come essa stessa fa di continuo, non va dimenticata con leggerezza.

Caro Squinzi, lei dice a volte cose molto sensate e a volte  –  mi permetta di dirlo  –  alcune sciocchezze. I padroni ci sono sempre ed oggi semmai sono più forti e più ricchi di prima e questo è un punto sul quale lei di solito sorvola ma che rappresenta uno degli aspetti essenziali per risanare la struttura economica e politica di questo Paese.

di EUGENIO SCALFARI da repubblica.it

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