Eugenio Scalfari editoriale di domenica 7 dicembre 2014 La Banca centrale e l’acquisto di bond: i veri obiettivi di Draghi e quelli di Renzi

scalfari vignettaLa Banca centrale e l’acquisto di bond: i veri obiettivi di Draghi e quelli di Renzi

PER mettere davanti agli occhi della gente una situazione, un fatto, una persona, esistono almeno tre strumenti visivi e quindi mentali: la fotografia, il video, il film. Danno risultati molto diversi l’uno dall’altro: la fotografia ritrae in modo istantaneo, il video in modo animato, il film in modo narrativo e interpretativo. Infatti nel film ci sono gli attori ma c’è anche un regista che guida gli attori, le luci, il montaggio. Qualche volta per diventare il vero padrone del film l’attore fa anche il regista.

Quanto a noi giornalisti che abbiamo il compito di informare con spirito critico, noi guardiamo dall’esterno queste rappresentazioni, le interpretiamo e talvolta le giudichiamo; se il giornale dove scriviamo è autorevole possiamo anche condizionarli.

Il mio proposito è quello di raccontare oggi il film d’un personaggio molto spiccato e influente come Mario Draghi e comprendere la sua tattica economica e politica alla luce della sua strategia e poi applicare a Matteo Renzi questo stesso metodo. Credo sia il miglior modo per capire quanto sta accadendo in Italia e in Europa.
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Il tema che più appassiona e coinvolge Draghi non è soltanto la politica monetaria che a stretto rigore è il suo compito istituzionale, ma è la politica economica e l’assetto istituzionale dell’Europa.

Draghi è da tempo convinto che nella società globale i continenti diventati Stati hanno la forza sufficiente per confrontarsi; la loro potenza deriva dall’ammontare della ricchezza, dalle risorse naturali e dalla demografia. Se il continente non diventa uno Stato ma continua ad essere un bazar di tante entità nazionali, queste non sono in grado di aver voce nella società globale, diventano staterelli con un ruolo secondario e quindi subalterno. È il caso dell’Europa che non ha una sua politica estera, una difesa comune e neppure una politica economica e fiscale.

Draghi questo problema lo sente come prioritario su tutti gli altri ed è questa priorità che spinge la sua strategia di fondo; se non si tiene presente e ci si limita a fotografare le sue mosse senza inquadrarle, si capisce ben poco. Lui d’altro canto deve tener conto dei binari dove corre il suo treno, delle stazioni dove transita e dei capi che manovrano gli scambi e i semafori col disco verde che consente il passaggio e quello rosso che lo impedisce.

Il suo obiettivo è di alzare il volume di liquidità della Banca centrale da lui guidata dai duemila miliardi attuali ad almeno tremila e anche di più. Solo con questa massa di risorse monetarie può sbloccare il “credit crunch” che ancora affligge molti Paesi dell’Eurozona.

Ma quell’obiettivo è realizzabile soltanto se, oltre all’acquisto di debiti dalle aziende che sarebbe l’ideale per promuovere investimenti e consumi, potrà adottare la “quantitative easing” cioè l’acquisto massiccio di titoli del debito sovrano dei membri dell’Eurozona.

In realtà chi avrebbe maggior bisogno di trasferire parte del proprio debito da creditori privati alle casse della Bce sono i Paesi economicamente in recessione, ma questo riempirebbe di titoli assai poco appetibili la Banca centrale. Se non sono spazzatura poco ci manca: Grecia, Portogallo, Italia (specie dopo il declassamento dell’agenzia di rating Standard & Poor’s dichiarato tre giorni fa). Di qui la decisione  –  se la “quantitative easing” sarà adottata  –  di applicarla a tutti i paesi dell’Eurozona in proporzione al loro reddito. In quel caso nei forzieri della Bce entrerebbero anche bond di elevata solidità. Per quanto riguarda l’Italia, noi riceveremmo una quota non superiore ai 90 miliardi, pari al 17 per cento del totale previsto per la “quantitative easing”, ma tutta l’Europa tirerebbe un respiro di sollievo per l’irrorazione monetaria ricevuta dall’intera Eurozona. Si farà o non si farà? La decisione dovrebbe essere presa il 22 gennaio ma l’esecuzione non sarà comunque immediata.

Questa è la fotografia della situazione. Il quadro generale, economico e politico, perseguito da Draghi è però un altro: la vigilanza bancaria affidata alla Bce, già in corso di esecuzione, l’unità del sistema bancario, anch’essa già parzialmente avviata, la garanzia europea su tutti i depositi bancari che dovrebbe preludere ad un bilancio unico dell’Unione e infine il trasferimento dei debiti sovrani ad un solo debito europeo con relativa cessione di sovranità fiscale. I singoli Stati insomma avrebbero analogo rilievo nei confronti dell’Ue di quanto l’abbiano il Texas, la Virginia, il Massachusetts, il Mississippi e tutti gli altri verso la Presidenza e il Congresso degli Usa.

Questo è il traguardo a raggiungere il quale Draghi lavora e questo è il vero binario dove il suo treno procede. Non corre purtroppo, ma comunque avanza.

La Germania è naturalmente il Paese leader, senza l’appoggio del quale non è pensabile di realizzare l’obiettivo. Continuerebbe a mantenere la leadership anche in un’Europa non più soltanto confederata ma federata e un continente finalmente diventato uno Stato più ricco di risorse degli stessi Usa?

Personalmente penso di sì e credo che anche Draghi sappia che senza questa certezza sarebbe molto difficile che il treno proceda: disco rosso e non verde. Ma la Germania non è il solo ostacolo. C’è anche la “grandeur” della Francia e c’è anche l’ostacolo non trascurabile dell’Italia.

Noi siamo un Paese in pessime acque economiche e abbiamo sulle spalle il maggior debito pubblico d’Europa e uno dei più elevati del mondo intero. Questa è senza dubbio la nostra debolezza ma paradossalmente anche la nostra forza: un default del debito italiano farebbe saltare in aria tutto il sistema bancario del mondo occidentale, non esclusi molti paesi asiatici; insomma un dissesto di gigantesche proporzioni.

Sicuramente Matteo Renzi utilizzerà questa nostra debolezza-forza nelle trattative che sta per intraprendere con le autorità europee, la Commissione e i governi dell’Eurozona.

Ma Renzi da che parte sta e che cosa veramente vuole? Anche qui bisogna distinguere tra tattica e strategia, tra singole mosse che colgono il presente e finalità proiettate sul prossimo futuro.

Le sue mosse Renzi le ha da tempo dichiarate e le ripete quasi quotidianamente: vuole prestiti europei previsti da Juncker e li vuole al più presto senza dover versare il contributo che Juncker chiede agli Stati membri. Vuole l’autorizzazione ad una politica di “deficit spending” destinata a investimenti da effettuare al di fuori del bilancio ufficiale. Il debito aumenterà, ma quello sul quale mette gli occhi la Commissione europea no e quindi neppure il deficit del 3 per cento stabilito dall’accordo di Maastricht, anche se Renzi chiede l’autorizzazione a superarlo fino al 2017 come la Francia.

Questi sono gli obiettivi immediati. Ma poi c’è l’obiettivo di fondo: rafforzare la struttura confederata dell’Unione e non muovere nessun passo verso quella federale. Esattamente il contrario della strategia di Draghi e la ragione è evidente: in una struttura federale il potere di Renzi, come di tutti i capi di governo dei Paesi membri dell’Ue, diventerebbe simile al potere d’un governatore regionale o del sindaco di un’area metropolitana. Renzi non vuole un declassamento di questo genere perciò si opporrà fino in fondo e farà quanto gli è possibile perché tutti gli altri Paesi  –  a cominciare dalla Germania  –  facciano altrettanto. Ma ha la forza sufficiente per farlo?

In parte la sta perdendo e i sondaggi ne mandano un segnale. È questa una delle ragioni per cui vuole procedere a tempo di record all’approvazione delle riforme, a partire da quella del lavoro, dalla legge elettorale e dall’abolizione di fatto del Senato, dall’elezione del nuovo capo dello Stato (quando tra poche settimane Napolitano darà le dimissioni) che sia di fatto uno strumento nelle sue mani.
Queste sono le sue finalità. È coraggioso, non si vedono nel Pd alternative, anche se il suo “Jobs act” non crea nes- sun posto di lavoro ed è di assai dubbia costituzionalità. L’insoddisfazione degli italiani nei suoi confronti è in costante aumento, la diminuzione delle tasse e la sconfitta dell’evasione fiscale sono favole che hanno molto poco da spartire con la realtà.

Questo è il quadro con cui gli italiani debbono confrontarsi, al quale c’è da aggiungere la forte sofferenza della democrazia parlamentare di fronte ad una legge che abolisce il Senato e trasforma il sistema consentendo al potere esecutivo di spolpare il potere legislativo e dove la corruzione continua a dilagare come prima e più di prima.

Aggiungo due parole (perché l’ho già detto domenica scorsa) sulla fiducia chiesta per la legge delega relativa al “Jobs act”. Salta agli occhi di tutte le persone consapevoli che è del tutto irragionevole porre la fiducia sulle leggi delega. Così facendo si trasforma il libero voto in una situazione di libertà forzosa, si chiude il deputato o il senatore aderenti al partito di maggioranza dentro una gabbia, si reprime la libertà di dissenso sugli obiettivi che la delega si propone e che saranno resi esecutivi e precisati nei loro fondamentali aspetti dai decreti costitutivi che non sono neppure discussi dalle Camere. Sono analizzati da una commissione che emette un parere soltanto consultivo. La delega in sostanza è ottenuta con la gabbia della fiducia e non torna più in Parlamento. L’incostituzionalità è evidente e penso che la Corte la dichiarerebbe se ne fosse investita nei modi appropriati.

Ma c’è anche un’altra osservazione sulla costituzionalità del “Jobs act”: esso contiene una notevole diseguaglianza tra i lavoratori già occupati nelle aziende e quelli che vi accedono con un periodo di prova e stipendi a tutele crescenti.

Questi lavoratori hanno un privilegio rispetto ai già occupati: le aziende che li assumono ed essi stessi sono sgravati dal pagamento dei contributi mentre quelli già occupati non godono di queste facilitazioni. Per converso questi ultimi sono ancora coperti dall’articolo 18 per quanto riguarda i licenziamenti, mentre i nuovi assunti ancora precari non hanno questa protezione.

Al tirar delle somme i lavoratori che fanno il medesimo lavoro si trovano in condizioni molto diverse, il che è palesemente incostituzionale.
Tendere alla produttività, alla competitività e all’aumento dei posti di lavoro fa parte purtroppo del mondo delle favole, mentre il tempo passa, i sacrifici aumentano, l’economia è inceppata, la corruzione aumenta.

Scrive nella poesia “Le Campane” Edgar Allan Poe: “Batte il tempo, il tempo, il tempo, mentre suona a morto, a morto, in un rùnico concerto, al rimbombo di campane, di campane, di campane… “. Campane a festa o campane a morto?

di EUGENIO SCALFARI da repubblica.it

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