Eugenio Scalfari editoriale di domenica 9 novembre 2014 È l’Italia il personaggio pirandelliano in cerca d’autore

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I nomi che dominano la scena italiana ed europea in questi giorni sono due: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi. Qualche osservatore malizioso ha anche messo in rapporto queste due eminenti personalità ipotizzando un’eventuale successione dell’uno all’altro ma le cose non stanno affatto così, Draghi non ha alcuna intenzione di andare al Quirinale, i suoi compiti e i suoi obiettivi sono del tutto diversi come lui stesso afferma pregando i suoi amici di diffonderla. Cosa che, adempiendo al suo invito, faccio con piacere.

Napolitano dunque se ne va. Compirà novant’anni in giugno e molti speravano che restasse fino a quella data, invece non sarà così: le condizioni fisiche che sarebbero sopportabili per sostenere normali responsabilità non gli consentono invece di esercitare ancora per molti mesi le funzioni connesse alla carica estremamente impegnativa che ricopre da otto anni. Darà le dimissioni entro la fine dell’anno e probabilmente ne darà l’annuncio con il messaggio alla Nazione del 31 dicembre prossimo. Si apre quindi fin d’ora il tema della sua successione, nel quale non spetta certo a lui dare indicazioni di sorta.

Avrebbe voluto — e l’ha detto al nostro collega Stefano Folli — che alcune leggi di riforma istituzionale fossero state approvate durante il suo mandato e in particolare quella di riforma elettorale; ma il lavoro del Parlamento si è ingolfato per approvare una serie di annunci e proposte e perciò il desiderio di Napolitano resta inappagato.

Questa è la situazione con la quale la nostra vita pubblica dovrà fare i conti da domani in poi e che chiama in causa altri tre nomi da aggiungere a quelli di Napolitano e di Draghi e cioè Renzi, Grillo, Berlusconi.

“Sei personaggi in cerca di autore”, scrisse Pirandello per una delle sue più brillanti tragicommedie. Ma i nostri cinque non cercano autore, lo sono stati e alcuni di loro lo sono ancora. È l’Italia semmai che cerca il suo autore e ancora non l’ha trovato. Io la penso così e non sono affatto felice.

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Giorgio Napolitano è stato, non c’è dubbio, uno dei nostri migliori presidenti della Repubblica: ha avuto un rispetto non formale ma profondo per gli altri poteri dello Stato e per le prerogative che la Costituzione attribuisce al Presidente; ha considerato i cittadini come i destinatari dei benefici che la democrazia gli riconosce. La sua fermezza è stata probabilmente la maggiore caratteristica della sua presidenza e gli ha anche consentito di far sentire ai governi in carica la “moral suasion” che il Presidente può e deve usare per aiutare il potere esecutivo a governare il Paese nel modo migliore.

Le circostanze l’hanno obbligato a nominare tre governi senza che avessero ricevuto la preventiva designazione elettorale: quelli di Monti, di Letta, di Renzi. Li ha nominati perché la crisi economica internazionale aveva colpito anche e soprattutto l’Italia ed era necessario tentare di superarla o almeno di contenerla senza renderla ancora più critica ricorrendo ad elezioni anticipate, per di più con una legge elettorale sconfessata dalla Corte Costituzionale.

A volerlo sintetizzare nella sua essenza, questo è stato il ruolo di Napolitano. Le sue dimissioni aprono da domani una fase delicatissima che sarà di non facile né rapida soluzione. La ragione è semplice da spiegare: Renzi e il suo partito vorranno ora un inquilino del Quirinale che riconosca la primazia del capo del governo. Cioè esattamente il contrario di quanto è accaduto nell’ultimo quinquennio.

È un cambiamento? Certamente lo è, ma non nel senso di un’apertura al futuro, bensì di un ritorno al passato. Per tutto il corso della Prima Repubblica furono la Democrazia cristiana e i suoi alleati a “tener per mano” l’inquilino del Quirinale. La Dc lo eleggeva e la Dc lo guidava. Ci furono le sole eccezioni di Gronchi e di Pertini e non a caso: Gronchi era stato eletto da una inconsueta coalizione di minoranze e Pertini aveva un carattere che non a caso ne ha fatto uno dei capi della Resistenza. Per tutti gli altri il motore stava nel governo e il Quirinale aveva un ruolo subordinato. Il progetto di Renzi è di ritornare alla vecchia Dc nel suo rapporto con il Quirinale. Ma una difficoltà c’è: il Pd non ha nel plenum del Parlamento la maggioranza assoluta richiesta per l’elezione del Presidente. Quindi ha bisogno di costruirla. Con Berlusconi e/o con Grillo.

Il gioco sarà questo e comincerà fin da domani.

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Nel frattempo l’economia italiana ed europea attraversano una fase di gravi tensioni ed è per questo che le carte del gioco sono nelle mani di Draghi.

Osservando con attenzione le sue mosse si capisce che il cardine della sua politica è quello di avvicinare quanto più è possibile l’azione della Bce ai privati. È il solo modo per agire sull’economia reale e quindi superare la crisi in atto.

Quando si parla di privati, specialmente in Italia, si parla di banche. Draghi sa bene che la Bce sulle banche deve operare ma mantiene fermo il principio del rapporto diretto tra Bce e privati, imprese che emettono obbligazioni garantite e ricevono prestiti su di esse.

Quanto alla politica monetaria vera e propria la Bce, con un voto all’unanimità a Francoforte, è autorizzata a portare il suo bilancio dai duemila miliardi attuali a circa tremila. L’obiettivo è di mettere a disposizione delle banche prestiti a quattro anni ad interesse praticamente zero. E in più l’acquisto di obbligazioni cartolarizzate e altre forme di sostegno. Il risultato, in parte già raggiunto in Europa, è la discesa del tasso di interesse e, di riflesso, del tasso di cambio euro-dollaro.

Per quanto riguarda l’Italia, Draghi ritiene che sono necessarie riforme rapide sul lavoro, sulla produttività e sulla concorrenza. Non so che cosa pensi delle battaglie che i sindacati fanno contro l’abolizione dell’articolo 18 ma non credo siano per lui di grande interesse. Ci deve essere, certamente, una protezione dei lavoratori contro vessazioni ingiustificate, ma non può essere limitata e comunque diversa tra un tipo di lavoratore e l’altro. Personalmente credo sia questo anche l’obiettivo della Cgil, ma Draghi di questi problemi non parla. Parla invece dell’Europa riconoscendo che il suo obiettivo sarebbe quello di necessarie cessioni di sovranità dei singoli Stati in favore dell’Unione. Lo preoccupa molto  –  a quanto so  –  il continuo aumentare dei partiti entrati nel Parlamento europeo e che detestano l’Europa, detestano la moneta comune e detestano soprattutto l’immigrazione. Se continua questa tendenza il Parlamento europeo correrà il rischio di essere in mano alle forze che rifiutano moneta comune e immigrazione.

È un tema estremamente preoccupante e Draghi ha perfettamente ragione a denunciarne la gravità.

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Per quanto riguarda l’articolo18, del quale ho spesso parlato le scorse settimane, ho approfondito il tema della sua abolizione e sono arrivato alla conclusione che l’articolo 30 della Carta dell’Unione ha la sua interpretazione più netta e chiara nell’articolo 52 della Carta medesima.

Anzitutto il titolo di quell’articolo: “Portata e interpretazione dei diritti e dei principi” e poi il primo comma dell’articolo suddetto che così recita: “Eventuali limitazioni all’esercizio dei diritti e delle libertà riconosciute dalla presente Carta devono essere previste dalla legge e rispettare il contenuto essenziale di detti diritti. Possono essere apportate limitazioni solo laddove siano necessarie e rispondano effettivamente a finalità di interesse generale riconosciute dall’Unione e dall’esigenza di proteggere i diritti”. Il che vuol dire che l’articolo 30 che prevede il ricorso di ogni lavoratore contro licenziamenti ingiustificati non può essere abolito perché andrebbe a ledere “l’interesse generale dell’Unione” già approvato insieme al Trattato di Lisbona.

La Cgil dovrebbe semmai estendere l’articolo 18 a tutti i lavoratori, quale che sia il loro specifico contratto di categoria.

Sarà comunque interessante vedere l’adesione dei lavoratori della Fiom allo sciopero generale ormai imminente.

di EUGENIO SCALFARI da repubblica.it

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