Fed Cup e la defezione delle nostre tenniste Errani, Vinci, Pennetta e Schiavone in Usa con Karin Knapp, Camila Giorgi e le due giovanissime Nastassja Burnett e Alice Matteucci

camila giorgi us open 2013Fed Cup, scelta o dovere?
Le nostre migliori tenniste hanno chiesto di non partecipare al 1° turno di Fed Cup contro gli Usa a febbraio. La Fit le ha – giustamente – accontentate, mentre in passato si comportò diversamente con Bolelli e Seppi in Coppa Davis. Errani, Vinci, Pennetta e Schiavone hanno dato tantissimo alla nazionale, ma un codice etico o si applica sempre o diventa superfluo.

A Cleveland, per il primo turno di Fed Cup 2014 contro gli Usa, l’8 e il 9 febbraio andremo senza le nostre migliori giocatrici: Errani, Vinci, Pennetta e Schiavone. Non per scelta tecnica, ma perché l’hanno chiesto loro.
Quella di Cleveland è una «trasferta disagevole», come recita il comunicato del sito web della federtennis, e le ragazze non hanno – comprensibilmente – voglia di fare avanti e indietro fra Parigi, gli Usa e di nuovo l’Europa dopo aver passato due settimane in Australia. Troppa fatica, troppi fusi orari. Capitan Barazzutti ha ascoltato e accettato, e probabilmente convocherà al loro posto Karin Knapp, Camila Giorgi e le due giovanissime Nastassja Burnett e Alice Matteucci. «In accordo con la Federazione – ha spiegato Barazzutti sempre sul sito della Fit – abbiamo deciso di accogliere la richiesta delle nostre veterane. Anche e soprattutto in virtù del fatto che queste ragazze hanno già dimostrato il loro enorme attaccamento alla maglia azzurra, sacrificandosi più di chiunque altro e mettendo spesso da parte dei legittimi interessi personali. Le quattro Fed Cup vinte e il lustro che hanno dato all’Italia in questi anni, anche a livello individuale, non possono essere ignorati. Non si tratta però di un disimpegno totale – ha aggiunto il nostro ct – Errani, Vinci, Pennetta e Schiavone hanno già dato la loro disponibilità per eventuali incontri successivi nel corso del 2014». Tutto bene, tutto giusto. A patto però di ricordarsi che per un comportamento simile – il rifiuto di una convocazione in Coppa Davis – Simone Bolelli nel 2008 fu squalificato a vita («finché ci sarò io non giocherà più in nazionale», tuonò il Presidente Binaghi), invocando un articolo del regolamento federale. E fu poi reintegrato solo quando si fu liberato del coach “scomodo” Claudio Pistolesi. Che il mite Andreas Seppi fu accusato di “ammutinamento” prima di un match con il Lussemburgo, per il quale fu costretto a presentarsi a Torre del Greco come Federico a Canossa. Anche Filippo Volandri rifiutò – ufficiosamente – una convocazione, ma la faccenda passò sotto silenzio, come del resto è accaduto più recentemente in Fed Cup con Francesca Schiavone. Insomma, due pesi e due misure (o tre, o quattro…).
Intendiamoci: la Fit sbagliò allora a accanirsi contro i suoi stessi giocatori, non certo ora che ascolta e accoglie serenamente le loro richieste di professionisti. Ed è anche vero, stravero che le nostre ragazze alla nazionale in questi anni hanno dato tanto. Quando però si parla di etica, di rispetto “per la maglia”, di regolamenti, un minimo di coerenza sarebbe consigliata. O si decide che la maglia va comunque rispettata, a prescindere dallo status dell’atleta e dall’occasione; oppure si accetta la realtà dei tempi, il mutare delle condizioni, riconoscendo che una convocazione si può anche rifiutare senza drammi. Come succede in tante altre federazioni, a partire da quella Svizzera che pure le “diserzioni” di Federer le ha pagate spesso care.
Diversamente si fa nascere il sospetto che i famosi codici etici, spesso invocati maldestramente anche da altre federazioni pronte poi a smentirli alla prima occasione, altro non siano che un paravento per la politica, un mezzuccio increscioso utile a colpire i “nemici” (cioè chi semplicemente critica o dissente) e ad assolvere gli amici, secondo convenienza. Un sospetto che va evitato. O la convocazione è una “tassa” morale – e allora non si può certo evitare di pagarla anche se la si è versata a lungo in precedenza; o è un contributo libero, una opzione che un professionista può accettare o rifiutare.
L’assenza delle nostre migliori giocatrici ora ci condanna a una sconfitta quasi certa con gli Usa in Fed Cup, una competizione nella quale i nostri successi sono stati molto esaltati – con un po’ di retorica ma anche con buone ragioni – dalla Fit negli scorsi anni. Trovarsi a difendere con le seconde linee il titolo conquistato a novembre a Cagliari contro la Russia, è quantomeno scoraggiante, e può trasformarsi in un danno di immagine: «gli assenti hanno sempre torto», spiegarono i nostri dirigenti quando proprio a Cagliari la Russia spedì le riserve delle riserve.
In federazione stavolta però si è deciso di incassare lo smacco con eleganza e understatement: ne prendiamo atto, rallegrandoci di finalmente si sia usciti dal medioevo delle scomuniche (grazie anche alle critiche della stampa “nemica”?) entrando a pieno titolo nella modernità di uno sport professionistico. La speranza è che, alla prima defezione di qualche azzurro più vulnerabile delle nostre veterane, non si torni alle antiche, pessime abitudini.

STEFANO SEMERARO da lastampa.it

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