Federico Rampini a rivoluzione dei giovani trentenni che salverà l’Italia

federico rampiniDai trentenni la rivoluzione che ci salverà

NEW YORK- Ogni anno nel mese di marzo cerco di tornare a San Francisco (dove ho abitato per quattro anni) per un evento che organizza la fondazione Mind the Bridge, dedicato alle startup. Lo considero una cura anti-depressiva per chi ha perso fiducia nel nostro Paese: in quella gara-esposizione tra “startupper” italiani si vedono tanti inventori, innovatori, imprenditori che hanno da poco varcato la soglia dei vent’anni, e con la sola forza delle loro idee attirano l’interesse dei più esperti venture capitalist californiani.

Le startup sono imprese giovani “nella testa”, nella loro cultura, anche se non necessariamente nell’età anagrafica dei fondatori. Innovative, generalmente con alto contenuto di tecnologie avanzate, ma non destinate a rimanere piccole o di nicchia, tutt’altro. Le startup per la cultura dei loro fondatori sono lontane mille miglia dal nanismo di certe piccole imprese e “partite Iva” nostrane, che nella dimensione ridotta hanno una vocazione, spesso per motivi inconfessabili (più libertà di sfruttamento e licenziamento; più facilità a sfuggire agli schermi radar del fisco). Furono startup Hewlett-Packard, Microsoft, Apple, Google, Facebook. Il termine startup per gli italiani era ancora un neologismo esotico quando mi trasferii a vivere a San Francisco 13 anni fa; oggi è nell’uso corrente e questo universo merita la massima attenzione. Questo non è un fenomeno di punta riservato ad altri (la California), non è un dinamismo d’eccezione destinato a pochi eletti. Ecco un dato su cui riflettere, nell’interesse dei giovani: negli Stati Uniti già prima della grande crisi, tra il 1997 e il 2005, le aziende pre-esistenti hanno distrutto più posti di lavoro di quanti ne abbiano creati (saldo netto, meno un milione di posti); tutta l’occupazione nuova è stata generata dalle aziende neonate: più tre milioni di assunzioni.

Gli imprenditori startupper quando è possibile tendono anche ad aggregarsi fra loro, non soltanto per scopi imprenditoriali ma anche socialmente, nel tempo libero. Gli serve per organizzare una sorta di controffensiva psicologica. Hanno bisogno di frequentare i propri simili, non solo per scambiarsi idee e collaborare su progetti specifici, ma anche perché ritrovandosi assieme si “contagiano” in un’atmosfera di fiducia, ottimismo, tensione verso il successo. In Italia fa notizia soprattutto l’agonia interminabile di una classe dirigente fallimentare: e non mi riferisco solo alle vicende della politica ma anche a quelle dell’economia. Il capitalismo italiano che fa notizia e ha visibilità sui media è ancora dominato da elementi dinastici, oligarchici, sempre più decadenti, provinciali, avvitati in una logica di rendita parassitaria, di difesa di vecchie posizioni. Casi come la Telecom o l’Alitalia sono semplicemente la “sanzione” di un capitalismo che dopo avere estratto ogni rendita si ritira e lascia avanzare gruppi stranieri. La salvezza verrà da una rivoluzione, verrà dai trentenni delle startup. Sono già in mezzo a noi, è ora che siano loro a fare notizia.

L’economia americana sta generando 200.000 nuovi posti di lavoro al mese, il tasso di disoccupazione scende con regolarità da tre anni, e tuttavia perfino questa “macchina da guerra” ha un problema: il dualismo del mercato del lavoro. Una parte troppo piccola dei nuovi posti che si creano qui in America, sono altamente qualificati e ben remunerati. Un’altra parte, ancora troppo vasta, sono invece lavori sottopagati. Perciò anche gli Stati Uniti si pongono il problema di avere nel loro sistema “più Silicon Valley e meno fast-food”, perché le giovani generazioni possano tornare ad aspirare a una mobilità sociale in ascesa. E sì che gli Stati Uniti, una Silicon Valley ce l’hanno già…

Guardando alla creazione di nuovi posti di lavoro sull’arco di diversi decenni, l’America ha questa caratteristica: l’occupazione qualificata è stata generata soprattutto da aziende nuove, che non esistevano neppure trenta o quarant’anni fa, mentre i vecchi nomi del capitalismo Usa hanno licenziato più di quanto assumessero. Il modello di un’economia trainata dall’innovazione, dopo la Silicon Valley californiana è stato replicato altrove: per esempio nella città di Austin (Texas) e attorno al polo universitario di Boston.

Un altro caso interessante è la città di Seattle. Sulla punta settentrionale della West Coast, nello Stato di Washington, Seattle è la più stretta rivale di San Francisco nella sua creatività imprenditoriale e tecnologica. Seattle storicamente si sviluppò attorno al suo porto sul Pacifico. Ebbe poi un aiuto dalle commesse pubbliche militari nella seconda guerra mondiale, donde l’insediamento della Boeing e una vocazione nell’aerospaziale. Ma negli ultimi trent’anni i nomi-simbolo di Seattle sono altri: nell’ordine temporale di nascita si chiamano Microsoft, Amazon, Starbucks. In tre settori assai diversi (un colosso del software, il numero uno del commercio online, la più grande catena mondiale di bar), queste aziende sono dei simboli d’innovazione, o perché fondate su tecnologie nuove o perché applicano la cultura dell’innovazione tecnologica ad attività di servizio tradizionali, “rivoluzionandole” in profondità.

Di recente ho approfondito i temi dell’innovazione con un economista italiano trapiantato proprio sulla West Coast. Lui si chiama Enrico Moretti, insegna all’università di Berkeley, e un suo libro sulla “Nuova geografia del lavoro” (edito in Italia da Mondadori) è uscito prima nell’edizione Usa ed è diventato un’opera di riferimento nel dibattito americano. Con Moretti ho cercato di mettere a fuoco gli ingredienti cruciali che trasformano una città in un polo dell’innovazione. È incoraggiante osservare che tra gli esperimenti di maggiore successo, non tutti sono americani. Ci sono città europee che eccellono nella loro versione di una Silicon Valley: Londra, Stoccolma, Zurigo, Monaco di Baviera. Tra i fattori decisivi c’è la capacità di attirare immigrati ad alta scolarità.

Tutte le metropoli che costruiscono delle economie locali trainate dall’innovazione, finiscono per elaborare una variante del “melting pot” multietnico dove io ho vissuto a San Francisco e dove vivo oggi a New York. Viceversa, è molto difficile creare una cultura dell’innovazione permanente in situazioni poco accoglienti per l’immigrazione qualificata (non a caso, in Asia né Tokyo né Shanghai sono riuscite ancora a riprodurre il modello Silicon Valley, mentre ci sta riuscendo in parte Singapore che è multietnica). Un altro fattore decisivo è l’organizzazione delle università. Qui il messaggio di Moretti – che se ne intende avendo fatto il docente sia in Italia sia in America – è positivo per noi: l’università italiana è meno conservatrice di quanto si crede, ci sono esempi come la Bocconi dove ormai il reclutamento e le promozioni avvengono su basi meritocratiche identiche all’America.

Quel che sembra incoraggiante, è “l’irreversibilità” del cambiamento: una volta che un dipartimento universitario italiano comincia ad assumere i migliori su un mercato del lavoro internazionale, non torna più indietro perché le vecchie baronìe e le logiche dei clan, delle raccomandazioni, dei nepotismi, diventano improponibili. Un “segno più” da non sottovalutare: la qualità della vita nel nostro Paese è un’attrattiva per quegli “immigrati di talento” che servono a costruire un’economia dell’innovazione.

 FEDERICO RAMPINI da repubblica.it

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