Federico Rampini Obama e la svolta del salario minimo legale da 7,25 ad almeno 10,10 dollari l’ora

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Paga minimaIl nuovo Obama sfida il Congresso “Salari più alti per superare la crisi”. Il discorso sullo Stato dell’Unione: “Basta ai no repubblicani”.

NEW YORK — Barack Obama alza il salario minimo legale in vigore per qualsiasi azienda che abbia rapporti con l’Amministrazione federale. E lo fa con un atto dell’esecutivo di efficacia immediata. L’annuncio durante il discorso annuale sullo Stato dell’Unione. Per migliaia di lavoratori il salario minimo passa da 7,25 ad almeno 10,10 dollari l’ora. Un’eventuale legge varata dal Congresso si applicherebbe a 17 milioni di lavoratori ma è stato impossibile farlo per il no della destra.

«Nella nazione più ricca del mondo non è ammissibile che un lavoratore dipendente non guadagni abbastanza per vivere». Barack Obama usa il discorso annuale sullo Stato dell’Unione per varare una riforma anti-crisi, egualitaria e progressista. Alza il salario minimo legale in vigore, per qualsiasi azienda che abbia rapporti con l’Amministrazione federale. Avrebbe voluto fare di più, cioè un aumento dei minimi salariali esteso ad ogni settore dell’economia. Fa quello che è in suo potere, con un atto dell’esecutivo di efficacia immediata.
È il nuovo Obama, pronto a by-passare il Congresso dopo tante iniziative frustrate dall’ostruzionismo dei repubblicani alla Camera. Guardiani, addetti alla sicurezza, uscieri, muratori, camerieri: sono centinaia di migliaia i lavoratori impiegati da imprese che lavorano per il settore pubblico. I loro salari dovranno salire almeno a 10,10 dollari l’ora da un minimo attuale che era di 7,25. Una legge varata dal Congresso avrebbe avuto ben altra portata, certo: si applicherebbe a 17 milioni di lavoratori. Impossibile farlo, per il no della destra. E allora ecco “Obama l’unilateralista”, come lo definiscono i repubblicani. «Intendo usare la mia autorità e il mio potere esecutivo – dice – per fare dei progressi immediati sulle opportunità, la crescita economica, il lavoro». Una sterzata strategica, con due finalità. By-passare il Congresso ogni volta che sia possibile, anche sulle riforme ambientaliste (usando i poteri dell’Environmental Protection Agency), è vitale se questo presidente vuole lasciare un segno più durevole e profondo nella storia del suo Paese.
Poi c’è il messaggio lanciato ai democratici in vista della prossima sfida elettorale. A novembre si vota per l’appuntamento del mid-term, quello che cade sempre a metà del mandato presidenziale. Si rinnovano tutta la Camera, un terzo del Senato, tanti governatori degli Stati. Obama indica una strategia al suo partito. «L’America deve tornare ad essere il paese
delle opportunità per tutti. Dobbiamo essere una nazione dove chi lavora duro, può farcela. Una società dove le chance non siano un privilegio di pochi, dove la crescita non vada a vantaggio di una minoranza».
Non sfugge ai commentatori la sottile distinzione tra Obama e una nuova star del suo partito, il neosindaco di New York Bill de Blasio. Il presidente non vuole insistere troppo sul tema delle “diseguaglianze”, perché la lotta alle ingiustizie evoca in una parte degli elettori moderati dei temi tabù: “lotta di classe”, egualitarismo, socialismo. Meglio quindi affrontare lo stesso tema sul versante positivo e costruttivo, cominciando con un gesto concreto a favore dei più deboli, dei lavoratori meno remunerati. Migliorare la condizione di chi sta in basso, è un approccio meno divisivo rispetto alle tasse sui ricchi. È anche urgente per affrontare il paradosso di questa ripresa. L’economia americana cresce ormai da tre anni, la creazione di nuovi posti di lavoro l’anno scorso procedeva al ritmo di duecentomila nuova assunzioni ogni mese (con un rallentamento a dicembre); e tuttavia Obama è in serie difficoltà nei sondaggi. Nell’ultima inchiesta demoscopica del Wall Street Journal il 61% si dice “insoddisfatto” per la situazione economica, anche se il 71% si dichiara almeno parzialmente soddisfatto per la propria situazione personale. Come spiegarlo? Da quando Obama vinse il suo primo mandato, l’indice Dow Jones è quasi raddoppiato, e i benefici vanno anche ai pensionati. Ma nell’area del lavoro dipendente, pur con una disoccupazione scesa dall’11% al 6,7%, le retribuzioni ristagnano, il potere d’acquisto è fermo. Il 2013 è stato l’anno di tutte le delusioni: mancata riforma dell’immigrazione, pochi passi avanti per la lotta al cambiamento climatico, fiasco sui controlli delle armi, “deragliamento” delle primavere arabe, partenza problematica della riforma sanitaria. Il 2014 inizia con un presidente deciso a guidare le sue truppe in una riscossa, senza più fare affidamento sul dialogo con l’avversario. Emblematico anche il parterre dei suoi invitati allo Stato dell’Unione: c’è Cristian Avila, immigrato “graziato” dal presidente che gli ha evitato l’espulsione; la chief executive di General Motors, azienda che Obama salvò dalla bancarotta; Amanda Shelley venuta dall’Arizona dopo che la riforma sanitaria l’ha salvata, assicurandola alla vigilia di un’operazione di chirurgia addominale che non si sarebbe potuta permettere prima.

Da La Repubblica del 29/01/2014. federico rampini via triskel182.wordpress.com

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