Ferruccio Sansa Alessandro Dell’Orto come lo Stato invece di prendersi cura delle famiglie le sfinisce la storia di Monica e Giovanni Cornara a San Giuliano Milanese e de loro sei figli col marito e il figlio maggiori morti

Famiglia Cornara a San Giuliano MilaneseCosì lo Stato si prende cura delle famiglie
Storia di una madre coraggiosa e della burocrazia feroce.

Così lo Stato “tutela” la famiglia.

Quando perdi il marito e poi il figlio, una manciata di mesi dopo, non c’è altro spazio per il dolore. E, però, ti fa male vedere che lo Stato, invece di aiutarti, ti tormenta. Ti perseguita, quasi. Ecco una storia esemplare di come l’Italia sappia essere ingiusta.

Quando perdi il marito e poi il figlio, una manciata di mesi dopo, non c’è altro spazio per il dolore. E, però, ti fa male vedere che lo Stato, invece di aiutarti, ti tormenta. Ti perseguita, quasi.   Monica e Giovanni Cornara a San Giuliano Milanese erano più di una coppia, erano un punto di riferimento per tutti. Lei ostetrica. Lui pediatra di questo paesone dell’hinterland milanese. Insieme erano l’anima di un banco di solidarietà per i poveri. Con loro i cinque figli, frutto di un amore che durava da tutta la vita.

Di una fede che era dono e lavoro quotidiano. La fiducia nella vita li aveva portati ad adottare ancora un bambino. Non importava che avesse un handicap: il giorno che era entrato in casa era già loro figlio. Il sesto.   Poi la sorte si capovolge. Li mette alla prova come Giobbe. Una mattina del settembre 2012 Giovanni muore nel suo studio. Monica non cede, al funerale – davanti al paese ammutolito – pronuncia parole di gratitudine. Ma tre mesi dopo il destino si prende anche il figlio maggiore mentre scia.   Monica resiste con una forza che pare sovrumana e invece è piena di umanità. Accanto a lei la presenza misteriosa, ma viva, di Giovanni e di Giacomo. Eppure oggi quando la senti avverti una nota di amarezza. Non per il dolore cui è riuscita a dare un senso. No, a esasperarla sono lo Stato e la burocrazia che le richiedono continui adempimenti, che le rubano tempo e denaro. Racconta: “Ho dovuto pagare due volte le tasse di successione, perché mio figlio per legge prima di morire è stato erede di suo padre”, dice senza lamentarsi, anche se così se ne sono andati 16mila euro. Sono le regole. Ma è solo l’inizio: “Poi è arrivato il tribunale che si rifiutava di fare l’inventario dei beni e mi costringeva a rivolgermi a un notaio”. Altro tempo, altri soldi. Ma il calvario era appena iniziato: la pensione di reversibilità per legge va divisa tra tutti i figli rimasti. Ora per lo Stato hanno un reddito (non importa che siano 300 euro al mese), così perdono i benefici cui avrebbero diritto se il padre fosse vivo. La borsa di studio del ragazzo universitario, le riduzioni per studenti sui mezzi pubblici, perfino l’esenzione dal bollo auto come madre di un minore con handicap. Fino alla goccia finale: il bambino disabile al cento per cento non avrà più diritto all’indennità perché risulta avere un reddito.   Una fatica senza sosta: bolli, sei dichiarazioni dei redditi, soldi guadagnati dal padre e succhiati dallo Stato. Monica non cerca compassione: “Non lo dico per noi, riusciamo a campare. È una questione di principio. Così invece di aiutare una famiglia, la sfiniscono”. Monica non lo dice, ma in questa Italia è più facile conservare la fede in un Dio invisibile che in uno Stato che tormenta una donna rimasta sola. Mentre prevede sempre scappatoie per evasori e potenti.

Ferruccio Sansa da ilfattoquotidiano.it via triskel182.wordpress.com

Vedova con 5 figli, per lo Stato non è una famiglia

«Prego, si accomodi. Non badi al disordine, ma ho fatto il turno di notte».
Monica, che lavoro fa?
Ostetrica all’ospedale Vizzolo di Melegnano. Un part time prevalentemente notturno».
Quando dorme?
«Quasi mai. Stamattina ho finito alle 7, ma con cinque figli quando smonto è impossibile riposare. E d’inverno, con le scuole, è ancora peggio».
Parliamone, dei figli. Quanti anni hanno?
<«Emanuele 5, Paolo 10, Simone 14, Anna 17 e Francesco 19. Questa è la mia famiglia ora. Anzi, la mia ex famiglia».
Appunto.
«Lo Stato non ci considera tale. Noi non abbiamo più diritto a esserlo, proprio negli anni in cui si discute di riconoscere le famiglie di fatto o le famiglie omosessuali. Chissà, forse perché siamo troppo tradizionali. Ecco, questo è ciò che mi brucia».
E fa bene a denunciarlo.
«Guardi, chiariamo subito una cosa. Io non intendo fare troppe polemiche e non voglio che questo sia visto come un lamento. Racconto solo la nostra storia. L’ho fatto pochi giorni fa in una lettera inviata, attraverso amici, all’onorevole Mario Sberna. Chissà, visto che ora fanno la finanziaria…».
Parlava di famiglia all’antica.
«Io e mio marito abbiamo sempre avuto questo desiderio. Ora che è morto e non siamo più considerati famiglia, il dolore è ancora più grande. Doppio».
Monica, partiamo dall’inizio.
«Nel ’93 sposo Gianni Cornara, pediatra. Un anno dopo nasce Giacomo. Poi, via via, gli altri quattro».
Ma resta il desidero di allargare il nucleo familiare.
«Sì, per offrire ad altri tutto il bene cristiano ricevuto nella vita per noi e per i nostri figli. Così per sei mesi prendiamo un bambino di 3 anni in affido, che poi però torna dai genitori naturali. E decidiamo per una nuova adozione».
Emanuele.
«Lo conosciamo nel 2009 attraverso un annuncio dell’associazione “Famiglie per l’Accoglienza”. È appena nato ed è affetto da acondroplasia, una forma di nanismo. Coivolgiamo gli altri figli, che sono entusiasti, e diventa uno di noi. Eccolo, glielo presento».
Sguardo furbo e sorriso tenero. Come sta?
«La sua è una patologia genetica invalidante. Per ora sta bene, ma c’è sempre il pericolo che subentrino altri problemi più avanti».
Monica, fino al 2012 la vostra è una famiglia numerosissima e felice.
«Già. A settembre, però, mio marito muore a 55 anni. Infarto. E iniziano i primi guai burocratici».
Cioè?
«Devo rivolgermi al tribunale dei minori per ottenere l’autorizzazione ad accettare l’eredità dei figli che, a parte il primo, in quel momento sono minorenni. E ci vogliono documenti, marche da bollo, attese di mesi».
Nel frattempo, però, un altro dramma.
«Giacomo, il primo, il 29 dicembre cade in un burrone mentre sta sciando in vacanza. E muore. Era uno degli eredi, e devo ricominciare tutte le pratiche da capo. Di fatto pagando due volte per gli stessi beni e spendendo, per le due successioni, 15 mila euro. Non solo».
Spieghi.
«Per cedere l’auto, per esempio, devo chiedere l’autorizzazione al tribunale dei minori, il quale mi dà l’ok dopo 8 mesi, ma chiedendo di giustificare, per la parte dei figli, le spese che faccio per loro. E mi ritrovo a dover tenere un pacco così di scontrini. Poi richiedo all’Asl gli ultimi due stipendi arretrati di mio marito, dove lavorava come libero professionista. E il giudice, probabilmente pensando che sia il trattamento di fine rapporto di un dipendente, mi obbliga a investire le loro parti, meno di 800 euro a testa, in titoli di Stato o garantiti».
Scusi, ma di fatto ora cosa vi fa perdere il diritto di essere famiglia?
«La pensione di reversibilità di mio marito. Ogni mio figlio prende 320 euro al mese e quindi supera la quota di 2800 euro annui. E automaticamente non è più fiscalmente a mio carico».
Cosa comporta?
«Che non percepisco più le detrazioni per i figli a carico e l’assegno per il nucleo familiare che era di circa 1200 euro annui. Che ognuno di loro deve fare il suo modello 730 e quindi non si possono scaricare le spese mediche perché singolarmente nessuno di noi supera i 170 euro previsti dalla legge. Per fortuna stiamo tutti bene. Ma se uno di loro dovesse mettersi un apparecchio per i denti?».
E a livello scolastico?
«Le racconto questa. Anna frequenta l’istituto tecnico per i servizi sociali e Francesco si è appena diplomato allo scientifico. Hanno vinto la borsa di studio della Fondazione Girola per orfani in Lombardia, 4000 euro a testa. Risultato: hanno dovuto inserirla nel modello 730 e ora per l’Atm non risultano più studenti. Quindi non hanno più diritto alle agevolazioni per i trasporti pubblici come invece succede ai loro compagni».
Ed Emanuele?
«È disabile al cento per cento, ma ora non ha più nemmeno i benefici economici».
Perché?
«Avendo un reddito, non può percepire l’indennità di frequenza per le scuole (270 euro al mese per 8 medi) e in più io non ho più diritto all’esenzione del bollo auto prevista dalla Regione Lombardia, perché lui non è più fiscalmente a mio carico. Capisce? Di fatto noi siamo sei singoli sotto lo stesso tetto. E ora anche con una doppia proprietà».
Cosa intende?
«Il governo Prodi, ai tempi, diede la possibilità di acquistare un immobile per lavorare beneficiando di sgravi fiscali. Mio marito lo fece e si trasferì in uno studio nuovo. Che ora, dopo la sua morte, viene considerato abitazione. Anzi, nostra seconda abitazione e può immaginare con quale aumento di imposte e con l’impossibilità di scaricare qualunque spesa tipo mutuo».
Monica, ha mai provato a fare un calcolo? Se decidesse di non percepire più le pensioni di reversibilità forse ci guadagnerebbe…
«Sicuramente non ci perderei. Ma non posso far rinunciare i miei figli che sono minori, facessi questo non li tutelerei».
Quanto costa mandare avanti una famiglia di sei persone?
«Tanto. Anche le spese più banali, tipo un gelato, si moltiplicano».
E come fa? Come ha fatto in questi anni?
«Tutto ciò che mi entra, esce. Il mio stipendio, le pensioni e la solidarietà degli amici. Sono fortunata, c’è gente che ogni mese mi versa dei soldi fissi. E qualcuno si è preso cura dei figli aiutandomi a pagare le rette delle scuole cattoliche. Vede, io credo che ciò che si semina si raccoglie».
Già, perché lei fa anche volontariato.
«Mio marito aveva fondato il Banco di Solidarietà Onlus e dopo la sua morte sono diventata il presidente dell’Associazione. Recuperiamo le eccedenze alimentari e, grazie ai volontari, le ridistribuiamo a 130 famiglie qui a San Giuliano. Soprattutto quando hai bisogno, capisci quanto sia importante aiutare gli altri».
Monica, la sua storia è incredibile. Secondo lei cosa si potrebbe fare per risolverla?
«Io credo che la soglia dei 2800 euro annui per essere a carico dei genitori sia assurda. Ma dubito venga cambiata. L’alternativa sarebbe che la pensione di reversibilità per orfani non fosse più considerata reddito. Di certo, così come stanno le cose, questa situazione non ha logica».
E lei non lo accetta.
«Vede, io il dolore per la perdita di mio marito e mio figlio li ho saputi affrontare e gestire. Da credente, ho dato un senso a tutto questo. Ma il fatto di non essere più famiglia mi devasta. Questo, davvero, è ingiusto».

Alessandro Dell’Orto da liberoquotidiano.it

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