Giacomo Poretti per capire com’è un italiano ne devi vedere almeno due

giacomo porettiPer capire com’è un italiano
ne devi vedere almeno due

Com’è difficile essere autentici, veri.
E non solo per noi attori

Una volta quando si raccontavano le barzellette di questo tipo: «C’è un tedesco, un francese, un inglese e un italiano…», comprendevi immediatamente le caratteristiche dei personaggi legati alla loro nazionalità, soprattutto quella dell’italiano che immancabilmente era il più furbo. Ma adesso? Si possono raccontare le stesse barzellette? L’italiano è rimasto furbo come nelle barzellette?

Gli Italiani, si sa, hanno più di un difetto, tanti quanti ne sono le province (107 o 110 boh?!), che cerchiamo di eliminare ogni 3 mesi senza riuscirci. Storicamente, con l’unità d’Italia si è cercato di amalgamare il carattere, di distribuire la furbizia là dove mancava, di conformarla, di rendere la furbizia nazionale riconoscibile nella diversità, ma non c’è stato niente da fare: un italiano si smarcherà sempre da un altro italiano, perché lui è meglio dell’altro, perché lui si sente più furbo di un altro italiano. Ecco dove sta, forse, un altro tratto comune nazionale: la litigiosità quotidiana, o meglio, l’amore per la polemica, per la contrapposizione, il sentirsi invariabilmente superiore all’altro.

Forse per capire com’è un italiano ne devi guardare due. Questo accade perché noi italiani non riusciamo a fare una sintesi convincente delle cose, e ad avere un convincimento univoco come avviene in quasi in tutte le parti del mondo: noi a giugno paghiamo l’Imu, a dicembre la aboliamo; a Roma quando sali sull’autobus può capitarti di comprare due biglietti differenti: o quello dell’Atac o quello della malavita. Per comprendere l’anima del Pd dovresti avere almeno due segretari, Renzi e Letta; stessa cosa vale per la destra: chi è che la rappresenta, Alfano o Berlusconi? E chi è l’allenatore del Milan, Allegri o Berlusconi? Chi è che comanda nel Movimento 5 Stelle, Grillo o Casaleggio? La capitale d’Italia è Roma ma quella morale è Milano; di Papa ne abbiamo uno, ma anche uno emerito.

Scusate se l’ho presa larga, ma la vicenda del Ministro Cancellieri mi ha interrogato, come tutti voi, al di là delle partigianerie politiche o delle posizioni di Renzi, che è diventato il nemico giurato del premier Letta. Se Letta vuole la permanenza del ministro, Renzi ne vuole la decadenza, se Letta mangia la pasta al pesto, Renzi dice che il basilico è il simbolo delle multinazionali, se Letta indossa abiti di lana misto cachemire, Renzi dice che la giacca la mettono gli anziani con la gotta, meglio il giubbotto di pelle, se Letta va al cinema, Renzi dice che bisogna abolire le sale e guardare solo i film sull’iPad, se Letta si soffia il naso con il fazzoletto, Renzi dice che fa più figo usare la manica della felpa.

Mi sono chiesto: ma come si fa a sapere se uno dice la verità, come si fa a essere sicuri che uno è autentico? Il ministro Cancellieri, quando il giudice le ha chiesto cosa aveva fatto quando il fratello di Ligresti l’ha chiamata, ha detto: «Sì ho risposto». Forse il giudice doveva essere meno timido e chiederle cosa aveva risposto, probabilmente avremmo risolto i problemi di fiducia verso la signora Cancellieri. Invece è andata come in un film dove il grandissimo, insuperabile, Walter Matthau si reca in un negozio di armi e quando il commesso gli chiede «Posso domandarle a cosa le servono queste armi?», con un sorriso educato risponde «Certo», si gira e se ne va. Così, siccome di lavoro faccio l’attore e la materia prima dell’attore è la finzione, la bugia a fin di bene, mi sono chiesto quanto i politici siano simili a noi attori nell’esercizio delle loro funzioni.

L’autenticità è una cosa complicata, sia da esercitare che da pretendere. Si rischia di scambiare la parte per il tutto, si rischiano equivoci, si rischia di essere imbrogliati. Facciamo un esempio: anche se non vorrete ammetterlo, sono abbastanza sicuro che qualcuno di voi starà pensando che è strano non vederci o leggerci tutti e tre (Aldo Giovanni e Giacomo), perché nella vostra immaginazione siamo indivisibili. Una volta, per dirvi, ero con delle persone e ho presentato loro mia moglie. Dopo poco mi è capitato di sentire: «Quella è la moglie di AldoGiovannieGiacomo». Al supermercato, o al casello in autostrada, sento dire dalla cassiera e dal casellante: «E gli altri due dove sono?». Una volta, in ospedale, dopo avermi fatto il prelievo di sangue, l’infermiera mi ha consegnato un barattolo che dovevo riempire di pipì. Vado in bagno, ritorno con il barattolo e lì, nella situazione di maggior imbarazzo che un uomo possa vivere, l’infermiera si è sciolta in un sorriso e mi ha chiesto: «E gli altri due dove sono?». «Non lo so – le ho detto – normalmente la pipì me la fanno fare da solo».

Insomma qual è quello autentico? Il Giacomo che fa AldoGiovannieGiacomo o quello che fa solo Giacomo e scrive su La Stampa? E come si fa a sapere se il Barolo che sto comprando è autentico, mi posso fidare dell’etichetta Docg? Che relazione esiste tra l’autenticità e il mestiere dell’attore? L’attore è un grande mentitore, o un generoso che autenticamente dona se stesso? E quanto c’è di autobiografico, o di finzione, in colui che recita? Insomma, è più autentico un cialtrone che fa se stesso o un attore che recita la parte di un cialtrone? Si può vivere anche senza dare risposta a queste elucubrazioni, però sono arrivato in fondo all’articolo con una serie di quesiti irrisolti: non ho capito se il ministro Cancellieri se l’è cavata perché è stata autentica, se Letta ha creduto che il ministro sia stato autentico, o se Renzi abbia pensato che c’era un’autentica possibilità di mettere in difficoltà Letta? «C’è un tedesco, un francese, un inglese e… Due italiani». Come al solito siamo furbi, noi italiani!

GIACOMO PORETTI da lastampa.it

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