Giovanni Sallusti da l’intraprendente Feltri s’arruola gaiamente nel cerchio magico

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Non si possono non fare due domande a Vittorio Feltri, neo e prestigioso associato dell’Arcigay. Non a parità d’interlocuzione giornalista, ché sarebbe tragicomico onanismo intellettuale. No, bisogna fare due domande a Vittorio Feltri da suoi lettori, prima che da scarpinatori della notizia e del commento nei giornali da lui diretti, accidente che pure mi è capitato e di cui non sarò mai abbastanza grato. Ma questo non interessa a nessuno, certo non interessa a lui. Gli interessano invece, gli devono interessare, le osservazioni sparse dei lettori nei secoli fedeli, perché lui ci vive, di lettori. Direi addirittura che l’essenza del feltrismo è il rispetto quasi mistico del lettore, se non temessi di apparire ridicolo.

In ogni caso, Vittorio Feltri, perché? Non perché difendere i diritti individuali delle persone omosessuali dal bigottismo trasversale italico, figurarsi. Quella è sana pratica liberale, fa parte degli insegnamenti di vita e di mestiere di Feltri, applausi. No, la domanda che prende corpo, di fronte alla surreale nota della segreteria di redazione de Il Giornale («Francesca Pascale e Vittorio Feltri annunciano la loro iscrizione all’Arcigay poiché ne condividono le battaglie in favore dell’estensione massima dei diritti civili e della libertà») suona in tutt’altro modo. Più o meno, e con la brutalità che lui ha insegnato a noi tutti: perché sindacalizzarsi all’età di 71 anni, dopo una vita passata a rappresentare l’opposto, umano e professionale, della sindacalizzazione, questo virus italico e finto-progressista? Perché è questo l’Arcigay, e Feltri lo sa benissimo. È la sindacalizzazione della questione omosessuale, quindi la sua morte. O meglio, la sua trasformazione in tassa ideologica, timbro burocratico, clubbino di serie C. E di sinistra, ovviamente. L’Arcigay è la protuberanza ideologica della sinistra messa a cappa sul mondo omosessuale, l’ennesimo, e riuscito, caso di egemonia gramsciana applicata: Franco Grillini & Co(mpagni) negli anni, infatti, ci hanno convinto che la civiltà dei diritti potesse albergare soltanto a sinistra, contro l’intera storia del Novecento, contro il Che e i rivoluzionari cubani che fucilavano gli omosessuali, contro Mao che li internava, perfino contro il bigottismo strapaesano del Partito Comunista Italiano. Poco importa, la vulgata ha contaminato redazioni, segreterie di partito, case editrici, e ha infine sequestrato il dibattito. La difesa dell’individuo indipendentemente da tutto, compreso l’orientamento sessuale, è diventata monopolio del Politburo arcigaio, che non a caso se ne infischia degli individui, vuole solo il proprio posto al gran tavolo della lottizzazione italica, intellettuale e non solo. «Prendo la tessera dell’Arcigay»: ha ragionato davvero, Feltri, su quest’espressione? Si prende la tessera di un diritto naturale inalienabile, la libertà di scelta e di comportamento, anche sessuale? No, ovviamente, si prende la tessera di un partito, peggio, di un sindacato, di una corporazione che costruisce uno statuto, mette in piedi un organigramma e distribuisce tessere sopra le vite, e le lenzuola, degli altri. Che tutto questo non turbi Francesca Pascale possiamo capirlo, caro direttore. A lei interessa il titolo di giornata. Ma lei ne ha fatti troppi, di titoli, e troppo fuori dal coro, per finire intruppato nell’Arcigay. A meno che, certo, non sia proprio il fatto che l’ideona sia firmata Francesca Pascale, il valore aggiunto che ha smosso cotanta penna. Ma allora non è questione di “diritti civili” e di “libertà”, suvvia. È questione di fare un passo incontro al cerchio magico. Un passo in direzione del bunker, con gli Alleati a pochi chilometri. Un passo, sia concesso, ben poco feltriano.

di Giovanni Sallusti da l’intraprendente.it

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