Hugh Jackman intervista

hugh_jackman«Maschi, non vi capisco più: 
siete tutti cerette e lacrime»
L’attore Hugh Jackman: «Purtroppo gli uomini hanno perso coscienza del proprio ruolo»

Mutante sì, ma romantico. Puoi avere artigli di metallo e il cuore in mano. «Ci vuole sentimento. Oggi gli uomini non corteggiano più. Dicono che non è più di moda, che è roba da deboli… Tutte scuse. La verità è che sono troppo pigri. Io sarò all’antica ma adoro fare la corte a una donna». Inevitabile che a un certo punto la tentazione di toccare Hugh Jackman diventi travolgente. E non (beh, non solo) perché è un metro e 92 di muscoli tesissimi sotto una maglia verde militare strategicamente attillata. No. Per capire se è reale o un supereroe da fantascienza come il protagonista di X-Men Le origini – Wolverine, il prequel delle avventure del mutante Jimmy Logan, al cinema in questi giorni. «Oggi il messaggio è: prenditi la donna che vuoi. È come girare per il supermercato con la lista della spesa. Tette grosse, ok. Sedere alto, ok. Non rompe. Perfetta. Invece la domanda che bisogna porsi non è “cosa voglio?”, ma “cosa ho da offrirle?”». Gentile, alla mano, sempre pronto a versare da bere, a scostare una sedia, a lanciare sorrisi: Hugh Jackman, australiano, 40 anni, secondo People l’uomo più sexy del mondo, sembra avere un solo difetto. È felicemente sposato. «E il mio matrimonio», chiarisce «è la più grande avventura della mia vita». Meglio di qualunque saga da fumetto.
Un uomo d’altri tempi.
«Purtroppo gli uomini hanno perso coscienza del proprio ruolo. Si depilano. Sulla mensola del bagno hanno più cremine delle donne. Sono timidi, piangono…».
Lei non piange mai?
«Non molto. Deve capirmi: sono cresciuto in Australia, dove tra uomini ci si saluta schiarendosi la voce e se due si abbracciano apriti cielo. Certo, anch’io a volte mi commuovo. Ma l’odierno concetto di virilità non lo capisco proprio».
Ce l’ha con il maschio depilato?
«Una volta la rappresentazione della mascolinità era ben diversa. Nella scultura, nella pittura, gli uomini erano grandi e forti, con grandi pance per ridere di cuore. La loro fisicità era la trasposizione di una solidità interiore. Oggi sulle riviste di moda gli uomini sono tutti anoressici, pallidi, stretti nelle spalle. Sembrano sempre costipati. E quando parlano sembra che squittiscano. È l’esteriorizzazione della loro debolezza. Sono diventati femmine».
Come ha conquistato sua moglie, l’attrice Deborra-Lee Furness?
«Ci siamo conosciuti sul set della serie tv Correlli. Lei interpretava una psicologa e io un detenuto. Passavamo molto tempo insieme e siamo diventati amici. Ma se lei non c’era io diventavo nervoso e infelice. Così ho capito: avevo perso la testa. E ho ingranato la retromarcia».
Perché?
«Ero spaventato. Non le ho rivolto la parola per due settimane. Se proprio dovevo farlo ero freddo, scostante. Poi una sera ho dato una festa per la troupe. Lei dopo un paio di bicchieri di vino mi fa: “Ce l’hai con me per qualche motivo? ” E io: “Ti chiedo scusa, non volevo ferirti. La verità è che ho preso una sbandata per te. Ma non preoccuparti, ne verrò fuori al più presto’”». E lei? «Mi ha guardato con sufficienza e con distacco ha detto: “Ah, davvero?”. Volevo morire. Poi, dopo avermi lasciato cuocere per una ventina di secondi, ha aggiunto: “Sai, anch’io ho perso la testa per te”».

Romantico.
«Sì, però le cose si sono subito complicate. Deb era molto più grande di me (14 anni di differenza, ndr). E si era ripromessa di non uscire mai più né con attori né con uomini sotto i trent’anni. Io ero un attore e di anni ne avevo 26. Così voleva lasciarmi. È stato allora che ho dovuto puntare i piedi e cominciare a lottare».
Che ha fatto?
«Le ho detto: “Basta così. Adesso noi ci sposiamo”. Okay, forse sono stato un pochino più eloquente, ma il senso era quello. Ha funzionato: abbiamo appena festeggiato il nostro tredicesimo anniversario».
Sua moglie non teme la concorrenza di donne più giovani? Il fatto che lei sia così corteggiato?
«Un po’. Infatti non è molto contenta che io sia così in forma. Mi preferisce quando mi lascio un po’ andare. Dice che il compito di un marito è di mettere in mostra la moglie, non di oscurarla. Però poi la sera, quando siamo soli, i miei muscoli le piacciono molto».
Quante ore di allenamento ci vogliono per ottenere il fisico di Wolverine?
«Tante. Ma è più importante ciò che mangi. Per questo film mi sono rivolto a un body builder. Non volevo solo dei muscoli alla Schwarzenegger: dovevo sembrare animalesco. Andavo in palestra per un’ora e mezza al giorno e mangiavo ogni tre ore. Dovevo consumare un pasto completo prima di ogni allenamento. Iniziavo alle cinque e mezza del mattino, quindi dovevo svegliarmi alle tre e mezza per mangiare. Sei albumi e una fetta di pane integrale. Disgustoso».
Uno dei temi del suo film è la diversità. Lei si è mai sentito diverso?
«Tante volte. Quando avevo otto anni i miei genitori si sono separati. Sono rimasto con mio padre e i miei quattro fratelli, tutti più grandi. Ma io volevo mia madre. Anche se la odiavo per avermi abbandonato. Mi sono chiuso in me stesso, mi nascondevo da tutti, non parlavo più. Ma il vero momento di crisi è arrivato qualche anno più tardi. Mi sentivo sempre fuori posto: in famiglia, a scuola, all’università. Ero un ragazzo molto arrabbiato. Ce l’avevo con la vita, con mio padre, con tutto».
Come ne è uscito?
«Iniziando a recitare: solo allora ho sentito per la prima volta di appartenere a qualcosa. Finalmente non ero più quello diverso. Avevo trovato la mia tribù. Ma raggiungere l’equilibrio è stato molto difficile. Anche adesso a volte esplodo. E in quel caso è meglio non avermi vicino».
Che cosa la fa arrabbiare?
«Me stesso. La mia stupidità. La mia mancanza di coraggio. La mia paura di prendermi delle responsabilità».
Eppure di responsabilità se ne è prese. Lei e sua moglie avete adottato due bambini, Oscar e Ava. Nove e quattro anni.
«Mi creda, un lavoraccio. Sono viziatissimi. Mio padre era un contabile. Con cinque figli da mantenere non giravano tanti soldi. Ma per loro il lusso è la normalità. Per questo cerco di tenerli coi piedi per terra. Ma non è sempre possibile. Oscar mi ha accompagnato nel tour europeo per la promozione di Australia. La produzione ci aveva messo a disposizione un jet privato. Tornati in America siamo andati a trovare degli amici, ovviamente con un volo di linea. In coda al check-in lui ha gridato davanti a tutti, “Papà, anche questo è un volo privato?” Gli altri passeggeri mi hanno guardato malissimo».
Mica male, pretendere un jet privato a nove anni.
«Già, così sono tornato in biglietteria e ho chiesto due posti in classe economica. Oscar si è lamentato tutto il tempo, ma spero gli sia servito di lezione».
In Wolverine c’è molta violenza: gli permetterà di vederlo?
«Non so. È già fin troppo manesco. È un po’ com’ero io alla sua età. Ha grossi problemi a rispettare l’autorità. Quando ho girato X-Men 2 ho portato a casa una ventina di pupazzetti che raffiguravano il mio personaggio. Lui li ha decapitati tutti».

Un po’ inquietante, non trova?
«Gli ho regalato un sacco da pugilato con sopra la mia faccia. Ogni volta che si comporta male e lo mando in camera sua, inizia a prenderlo a pugni. È il suo modo di sfogarsi. Cerco di vedere la cosa dal lato positivo: risparmio un sacco di soldi di psicoterapia» (ride).
Lasciamo perdere la famiglia. Gli sguardi delle donne la mettono mai a disagio? «Dipende. Una notte mi sono svegliato di soprassalto: mia figlia piangeva a dirotto. Mi sono precipitato in camera sua, l’ho presa in braccio. C’era la bambinaia. Le ho chiesto: “È molto che piange?”. E le ho fatto il terzo grado. Sono andato avanti un pezzo. Poi mi sono accorto che mi guardava sconcertata dalla vita in giù. Ho abbassato gli occhi: ero completamente nudo».

Costanza Rizzacasa da corriere.it

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