I nuovi Schiavi ed è tutta la nuova generazione italiana

sonno lavoroHostess, ricercatori, architetti: nessuno è al riparo dalla crisi

“HO 35 ANNI, SONO UN MEDICO CON DOTTORATO E MASTER. COME PATOLOGO PRENDO TRA I 700 E I 1200 EURO: ALMENO DIECI ORE AL GIORNO, PIÙ SERA, E A VOLTE NOTTE E WEEKEND”.

È giovane e curata, ti serve il caffé con un sorriso. E tu sorridi di rimando, come se la cabina di un aereo consentisse, almeno per un po’, di lasciare a terra gli incubi di poveri e sfruttati che popolano le nostre città. Ma Sonia, hostess di 28 anni, non lavora per la nota compagnia di volo low cost di cui indossa la divisa, ma per un’agenzia interinale che fornisce “materiale umano” alle compagnie aeree. Come racconta il sindacato FamilyWay, Sonia ha speso 3.000 euro per il corso di formazione, 325 euro per la divisa. Oggi non ha un contratto ed è pagata a ore: 15,33 euro per ora di volo, per uno stipendio di 1100 euro. Se è malata non guadagna e in più paga le tasse – dal maggio del 2012 – in due paesi.

Provate a distrarvi, leggendo le notizie sull’Ipad. Aprendo un importante sito di informazione, potreste incappare nell’articolodi Francesca, giovane neomamma. Scrive per diversi siti che fanno capo a un’unica società, con cui ha un contratto di collaborazione occasionale. Guadagna 20 euro per 7 pezzi (4 ore), 40 per 14 (8 ore): 2,85 euro a pezzo, calcola, mentre “la signora delle pulizie di mia madre prende otto volte tanto”.

Quando, infine, atterrate all’aeroporto, magari progettato da un’archistar milionaria, potreste pensare alla storia di Alessandra, architetta entrata nel 2009 in un prestigioso studio di progettazione internazionale. Oggi pratica la “libera” professione con partiva Iva, ma in realtà ha orari stabiliti (10 ore, sabato compreso), postazione fissa, assenze detratte dallo stipendio, obbligo morale di non lavorare con altri committenti, per 1700 euro al mese. Tante? “Provate a togliere 366 euro di Iva non scaricabile, 300 euro di inarcassa, 500 euro di affitto, spese per l’assicurazione, la formazione, il commercialista e l’ordine. Cosa rimane?”.

Se è il pubblico a sfruttare

Hostess, giornalista, architetto: tre lavori che vent’anni fa erano considerati prestigiosi e remunerativi. Oggi chi rientra in queste categorie, specie se giovane, è entrato nella fascia sempre più popolosa dei working poor. Quelli che un lavoro ce l’hanno, e quindi dovrebbero ritenersi fortunati rispetto ai colleghi Neet che non studiano né lavorano. E invece riescono a malapena a sopravvivere, persi in un girone infernale e ormai incontrollato di sfruttamento, lavoro dipendente mascherato da partita Iva, contratti parcellizzati. Dove il compenso arriva come un osso spolpato, senza più intorno contributi, tutele per malattia e maternità. Più che precari, come la politica continua genericamente a chiamarli, veri neo-schiavi.

Paola è una delle migliaia di precari della scuola. “Lo stipendio varia a seconda dei giorni lavorati: se lavoro un giorno, guadagno 40 euro, se non lavoro per una settimana consecutiva non ho la disoccupazione”. Tutte le mattine dell’anno Paola deve restare nella sua città, reperibile al telefono alle otto, per sostituire nel giro di dieci minuti un’insegnante che si assenta. “Se non rispondo, precipito in fondo alla graduatoria. L’altra mattina mi hanno chiamato alle 11.45 per un ingresso alle 12.30 in una scuola a 50 km da casa: come si può vivere così?”. La storia di Paola racconta di un ulteriore e inquietante tassello, e cioè il fatto che ormai il pubblico assomiglia sempre più al peggior privato. Vale per la scuola, vale soprattutto per l’università, oggi un terreno desertificato da tagli e blocco delle assunzioni. Francesca, ricercatrice sociale da dieci anni, sopravvive con un contratto di collaborazione con l’Università di Milano di poche centinaia di euro e deve continuare a pubblicare per avere chances di lavoro, “anche se ormai ai concorsi si presentano persone di 45 anni già abilitate come professori associati”. Monica, 900 ore di insegnamento agli stranieri alle spalle tra università, accademie e studenti Erasmus, continua a guadagnare dieci euro l’ora. E oggi si trova a competere con un girone di disperati costretti al volontariato coatto pressoassociazioni che si spartiscono il mercato dell’italiano agli immigrati, nell’indifferenza del ministero.

Anche nel settore sanitario specializzandi e medici sono costretti a lavorare sempre più ore e sempre per meno, tanto che spesso il privato è l’unico sbocco. “Ho 35 anni, sono un medico specialista con dottorato e master”, dice Filippo: “Come ricercatore prendo 1200 euro dall’Università, poi lavoro come patologo clinico in una clinica privata con partita Iva (tra i 700 e i 1200 euro): almeno dieci ore al giorno, più sera, e a volte notte e weekend”.

Ancora peggio se la passa chi, da privato, con il pubblico ci lavora. Come Laura, che ha una piccola società di ricerca: “I bandi pubblici prevedono budget sempre più leggeri, qui siamo ipercompetenti eppure guadagniamo 800 euro al mese, senza tredicesima ferie, tfr”. “Sono un’archivista specializzata, emetto fatture anche per cinquanta euro”, aggiunge Sara, “ma lavorare con un pubblico che ti paga in ritardo perché crede che la cultura sia un privilegio è umiliante”.

Dipendenti e non, tutti sottopagati

L’altro fenomeno di questa Italia dove il ceto medio lavorativo sta scomparendo è che dipendenti e autonomi finiscono ormai per assomigliarsi, sovrapporsi, confondersi. Il gap tra tutelati e non, che le famose riforme avrebbero dovuto avvicinare, si sta assottigliando: perché le protezioni stanno sparendo per tutti. I primi con stipendi che non crescono, oppure cassintegrati e “solidarizzati” – è la storia di Katia, impiegata di Alitalia Cai, oggi in cassa in deroga al 40% con uno stipendio di 500 euro al mese, quando arriva – oppure messi nei più bizzarri part time: come Francesco, che per 18 mesi ha lavorato in un’azienda nel settore delle rinnovabili con part time al 30% per 400 euro al mese. I secondi precipitati dai contratti a progetto al lavoro occasionale o a partita Iva, oppure a pigione. “Dopo anni di contratti di collaborazione”, racconta Chiara, traduttrice specializzata due bimbe di 3 e 5 anni, “oggi lavoro con diritto d’autore: guadagno poco, e i soldi arrivano sessanta giorni dopo”. “Lavoravo in una rivista specializzata di architettura”, racconta Luigi: “base di 300 euro più un tot per ogni abbonamento chiuso, un incubo”. Così, molti sono costretti a tornare al lavoro nero, magari a fare lavori di pulizia o babysitteraggio. “Sono laureata in scienze sociali”, spiega Marta, “ma oggi l’unico reddito certo è fare la family helper, per 500 euro al mese”. Anche Margherita, 44 anni, dipendente part-time di una farmacia, si è messa a fare le pulizie. “Non voglio essere messa in regola, altrimenti tolte tasse e contributi cosa resta per me e mia figlia?”

All’impoverimento materiale si sta aggiungendo, ancora più doloroso, quello affettivo. Così, mentre è sempre più difficile fare figli, quasi tutti raccontano di giovani amici e parenti volati via: “Non è giusto”, commenta Sabrina, “che la mia famiglia sia sventrata per colpa del lavoro che non c’è”. “Il Quinto Stato”, l’hanno battezzato Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri, autori dell’omonimo libro e del blog “La furia dei cervelli”. “Avvocati, medici, insegnanti, lavoratori dell’intrattenimento e dell’arte: tutti si sono proletarizzati”, spiega Ciccarelli. “Tornare indietro non si può, ma servirebbero riforme radicali: salario minimo, reddito minimo, riforma delle tutele, riforma radicale dell’Inps, riforma del diritto del lavoro. Di certo non se ne esce con il Job Act. Semmai, ci vorrebbe la rivoluzione”.

Da Il Fatto Quotidiano del 31/03/2014 Elisabetta Ambrosi via triskel182.wordpress.com

I NUOVI SCHIAVI DEL LAVORO (Salvatore Cannavò).
31/03/2014 di triskel182
Fucecchi

GLI WORKING POOR SONO ITALIANI, MAGARI HANNO UNA LAUREA NEL CASSETTO, LAVORANO FINO A DIECI ORE AL GIORNO SENZA GARANZIE E TUTELE, MA NON RIESCONO A CAMPARE. MENTRE I LORO MANAGER GUADAGNANO FINO A CENTO VOLTE DI PIÙ.

Sono italiani, lavorano fino a dieci ore al giorno, senza riposi, ferie e weekend, ma non riescono a campare. Storie di addetti alle pulizie, operatori di call center, ma anche medici, ricercatori, avvocati, hostess. Ecco le loro buste paga da 700 e 1.200 euro al mese. Mentre i loro manager prendono anche cento volte di più.

“TRADIZIONALMENTE LA POVERTÀ è stata associata alla mancanza di lavoro (…) più recentemente questi confini sono diventati più sfumati e anche categorie di lavoratori regolarmente occupati si trovano di fatto in condizioni di povertà”. La sostanza del problema di cui ci occupiamo in questa inchiesta è così riassunto dall’ultimo rapporto Cnel sul mercato del lavoro. L’analisi sugli “working poor”, i lavoratori poveri che pur lavorando non riescono a raggiungere una soglia dignitosa di reddito, è diventata ormai essenziale in tutte le indagini sul mondo del lavoro. Secondo il rapporto in questione, infatti, in Italia, nel 2010, erano il 12,5% della forza lavoro, calcolati con i criteri di misurazione definiti in ambito internazionale (Eurostat, Ilo, Ocse). Ma nel 2011 erano già saliti al 14,3%. Gli working poor, cioè i lavoratori “a basso s a l a r i o” sono coloro la cui retribuzione è inferiore ai due terzi “della mediana della distribuzione dei salari orari”. In Italia questa media è pari a 11,9 euro lordi contro i 13,2 euro dell’area euro. Il basso salario nel nostro paese, quindi, è indicato in 7,9 euro lordi l’o ra , circa 5,5 euro netti orari, 800-900 euro al mese. Troppo poco per vivere ma abbastanza per essere considerati lavoratori, o lavoratrici, a tutti gli effetti. La contraddizione è tutta qui, in questo conflitto tra lo status percepito e quello vissuto concretamente nella vita di tutti i giorni. Ci si alza la mattina presto (si veda la pagina seguente), si va al lavoro con orari sempre più lunghi, si torna a casa, magari con la valigetta 24 ore e, in un mondo di disoccupazione crescente, si è visti come persone fortunate. Eppure, a fine mese, quando la busta paga fa a pugni con le bollette, ci si accorge di essere poveri, di non potercela fare, di essere costretti a correre ancora più forte per campare. La situazione è stata aggravata fortemente dalla crisi economica i cui effetti si sono fatti sentire con qualche anno di ritardo. Ecco perché l’offerta di Matteo Renzi di mettere nelle busta paga di maggio 80 euro per ogni lavoratore dipendente sotto i 1500 euro al mese, fa tanta presa a livello generale. Un aumento di quelle dimensioni non è stato realizzato con nessuno dei più importanti rinnovi contrattuali. In questo senso l’ipotesi di un salario minimo orario per legge potrebbe costituire un deterrente. La Germania l’ha fissato in 8,5 euro, Obama in 10 dollari (7,5 euro). L’Italia non ce l’ha. I sindacati temono che possa ridurre i salari attuali. Ma i lavoratori poveri hanno bisogno di una qualche risposta.

Da Il Fatto Quotidiano del 31/03/2014. Salvatore Cannavò via triskel182.wordpress.com

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