I Partiti e la paura di andare a votare

Lo spettro delle urne spaventa i partiti

Mancano tre giorni al Consiglio europeo, e la politica trattiene il fiato perché ormai tutto dipende da quanto succederà a Bruxelles. Se il governo andrà avanti o meno, se ci sarà un Monti-bis (prospettiva molto evocata in una intervista dal sottosegretario Catricalà) o viceversa saremo chiamati alle urne in ottobre, lo capiremo venerdì mattina, al momento di tirare le somme del vertice. Negli stati maggiori dei partiti si percepisce l’umile consapevolezza che, stavolta, la posta è troppo grande per affrettare le decisioni, quali esse siano. Idem nei palazzi romani che contano: «Navighiamo a vista», è l’immancabile risposta. Con la postilla prudenziale: «Tutto può accadere, e non dipende solo da noi».

Se Monti farà ritorno da Bruxelles sulle note della marcia trionfale, avendo piegato le resistenze di Frau Merkel, è certo che nessuno avrà il coraggio di tendergli lo sgambetto. Anzi, si può scommettere che destra e sinistra faranno a gara per prendersi il «bonus», vantando i meriti del comportamento responsabile. Addirittura tornerebbe in auge la tesi (assolutamente minoritaria) di chi vorrebbe un coinvolgimento diretto dei partiti nel governo: fermo restando, come sottolinea Catricalà, il parere determinante del presidente Napolitano. Perfino nel caso in cui l’esito del summit fosse in chiaroscuro, un po’ bene e un po’ male, il partito delle elezioni faticherebbe a imporsi, complice il calendario (per votare in autunno, le Camere andrebbero sciolte entro i primi giorni di agosto).

Quasi impossibile prevedere che cosa accadrebbe, invece, se il Professore tornasse dal vertice a mani vuote. Dai centristi Monti non deve attendersi brutte sorprese, saranno comunque dalla sua parte. Fonti Pd garantiscono che, di sua iniziativa, Bersani non staccherà comunque la spina. Però certo starà a vedere quanto combinano sull’altra sponda. Dove ancora ieri i segnali risultavano contraddittori. Berlusconi si tiene la mente aperta a qualunque sviluppo, per cui chi lo va a trovare ne esce con le idee confuse. Molto dipenderà dal trend elettorale. Se ad esempio stasera Alessandra Ghisleri gli confermerà il recupero di consensi delle due precedenti settimane, in questo caso il Cavaliere avrà un motivo in più per attendere gli sviluppi. Personaggi del suo giro ieri scommettevano (a torto o a ragione) che il fenomeno Grillo non durerà, far cadere Monti significherebbe ridargli fiato, dunque un errore da matita blu.

Berlusconi, ahilui, non è più il solo protagonista da quelle parti. C’è pure il gruppo dirigente Pdl dove un peso determinante l’hanno acquisito da ultimo gli ex di An. I quali tutti, chi più chi meno, non vedono l’ora di godersi la probabile sconfitta, sempre minore della tragedia che si attendono nel 2013. Il segretario Alfano tiene in grande considerazione il loro pensiero, tanto da lanciare giovedì scorso una specie di ultimatum: mai più voteremo quello su cui non siamo d’accordo. Quel «mai più» deve essere risuonato troppo perentorio e troppo poco prudente. E comunque il Pdl non intende ritrovarsi con il cerino delle elezioni in mano. Alle urne occorre eventualmente arrivare, sussurrano in Via dell’Umiltà, con un percorso concordato col Pd, magari in un sapiente gioco delle parti… Fatto sta che ora Alfano precisa: al governo non abbiamo messo alcuna scadenza. Il guaio è, ringhia Cicchitto, che «qualche ministro c’è la mette tutta per far saltare il banco con delle vere provocazioni nei nostri confronti, come è accaduto sulla legge anti-corruzione e adesso sulla riforma Fornero». Nella santa barbara dei partiti, pure una scintilla involontaria è sufficiente a provocare il botto.

Ugo Magri da lastampa.it

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