Fiorello e il Foglio

fiorello1Che fine ha fatto Fiorello, quello vero? E’ un mistero ed è proprio il caso di chiederselo – che fine ha fatto? – dopo la lettura dell’intervista a Vanity Fair in cui Fiorello sembra Carla Bruni nella pur strepitosa imitazione di Fiorello stesso: la finta cantante (cioè lo showman travestito da Carlà) è seduta in pizzo di sedia, irrigidita nella camicia di seta rossa, più orripilata che trasognata, pronta a sollevare il dito da maestrina per sanzionare il fonico di palcoscenico che non sa aggiustarle la tracolla della chitarra.

Poi sospira, alza gli occhi, fulmina gli astanti e dice “che volgarité” non appena si nomina qualcosa di vagamente umano e normale: un elettrodomestico, una persona, una città che non sia Parigi.

Ed ecco che Fiorello, in mimèsi perfetta con la sua Carlà, nell’arco di quattro pagine di giornale annega anni di leggera e imprevedibile fiorellitudine – quella che l’ha reso grande – in un reiterato e prevedibilissimo trasecolare di fronte all’insostenibile volgarità dell’oggi (e pare un Candide caduto dalle nuvole). Un motivo nella metamorfosi, par di capire, c’è: Fiorello parla da Candide esacerbato a tre mesi da una visita a Palazzo Grazioli, a casa di Silvio Berlusconi, l’uomo che lo showman, peraltro, ha imitato per un decennio in modo irresistibile, facendolo parlare con toni da bizza napoleonica e con tutte le “e” aperte (“io non mi dimèèètto, non mi dimèètto e non mi dimèèèèèètto”) o inscatolandolo in un duetto da commedia dell’arte con Carlo Azeglio Ciampi toscanaccio o mettendogli addosso i panni dello “smemorato di Cologno” che pensa di avere quindici anni perché non ha rughe ed è alto un metro e cinquanta e perde la memoria quando sente la parola “comunismo”.

“Non sapevo, non sapevo, non sapevo”, dice invece oggi Fiorello a Pino Corrias su Vanity Fair, con inedito e inspiegabile aplomb schifiltoso. Non sapevo “che mi ero infilato in una guerra tra Sky e Mediaset”, non sapevo “che avevo incrinato la sacralità del potere del Cavaliere”, non sapevo “che sarei diventato il vaso di coccio in mezzo al ferro e al fuoco della politica”. Non sapevo e trasecolavo: “Mi sono sentito dentro a una situazione assurda. Avevo il presidente del Consiglio che si occupava di me, un guitto, un saltimbanco, e mi diceva: la tua strada è senza ritorno”.

Non sapevo e intanto dicevo mai più a Mediaset: “L’ho messa sul ridere e me la sono data a gambe”. Maddai, pensa allora il fan di Fiorello che, a sua volta, non può che trasecolare di fronte alla trasformazione di uno showman finora immune da vizi di snobismo in un posato quasi-cinquantenne dai toni morettiani – morettiani in un’imitazione di Fiorello, dove il finto Nanni racconta un “bellissimo film” che si intitola “Vento”: “E’ un lungometraggio in sei tempi dove non ci sono dialoghi e neanche azioni, ma solo una telecamera fissa su un campo di bambù ondulato dal vento. Magistrale, ti giuro, magistrale la scena in cui un moscone, volando controvento, rimane immobile per venti minuti”.

Maddai, maddai, maddai. Fiorello non sapeva che gli imprenditori televisivi – pure giustamente – se lo litigavano? Non sapeva con chi aveva a che fare in Rai, Mediaset e Sky? Non sapeva che appena uscito dalla tv generalista avrebbe avuto gli occhi addosso a ogni battito d’audience? Trattasi di capire, allora, se da qualche parte ancora si nasconde il Fiorello che, dopo aver fatto innamorare le folle vacanziere dei villaggi Valtur e poi le piazze karaokiste di tutta Italia e poi la sinistra riformista e poi l’entourage modernista del nuovo Gianfranco Fini, veniva paragonato a un Pier Ferdinando Casini che fa il ponte tra due mondi e sceglie all’ultimo momento in che mondo andare (e per Fiorello, non per Casini, era un complimento). “Fiorello non si schiera”, dicevano gli osservatori, “non si capisce da che parte sta”, e invece che un’offesa pareva la lode delle lodi alla sua intelligenza.

Persino quando Vittorio Sgarbi commentava il trasloco a Sky con un: “Tra due poli, Fiorello ha scelto di esser terzo”. Che fine ha fatto purtroppo non si sa, quel Fiorello con i capelli talmente traslucidi di gel da scatenare negli ex ragazzi anni Ottanta la nostalgia delle capigliature a calotta da giocattoli Playmobil (in versione pirata). Lo scusavano anche i maestri dello stile, Fiorello, in nome della sua gavetta da animatore (l’animatore si deve vedere, si deve distinguere, deve esserci sempre e farsi sentire anche se uno sta dormendo ubriaco sulla spiaggia. Deve spiccare e basta, non importa se per farsi notare si concia da protagonista di un fotoromanzo).

Lo scusavano e volentieri lo ascoltavano in radio, i guru della cultura e della politica, vedendo nella storia di Fiorello una bella favola (modello “Cenerentola”). Intanto su libri, giornali e tv si narravano le umili origini di Fiorello, il giovane siciliano che andava male a scuola e scambiava la formula del nitrato per nitrito e prorompeva in nitriti davanti all’esterrefatta professoressa di chimica (lo raccontarono Fiorello stesso e la professoressa suddetta in una lunga intervista per “La Storia siamo noi”).

Si esaltavano le gesta del Fiorello ragazzo vivace di famiglia numerosa, con un fratello attore e una sorella giornalista e una mamma che se dice di non prendere in giro in radio il bellissimo e sportivissimo Georg, segretario di Papa Ratzinger, non c’è da disobbedire e anzi c’è da ricordarsi della comprensione non solo di mamma ma anche di papà, saggio e adorato appuntato della Finanza scomparso troppo presto. Si elencavano le doti del Fiorello deciso che parlava con la famiglia e diceva “vado a lavorare al villaggio Valtur” e la famiglia diceva “vai se pensi che sia la tua strada”.

Si ricordavano con affetto le fortune del Fiorello che nei giorni di Natale del 1989 veniva strappato a un villaggio di montagna e portato in macchina a Milano dal fratello di Lorenzo Jovanotti e poi presentato a Claudio Cecchetto – che notava al volo il suo talento e lo metteva alla prova affiancandolo al già famoso Marco Baldini, futuro compagno di successi.

Fiorello s’è fatto da solo, Fiorello è un genio, Fiorello si è saputo risollevare, dicevano gli estimatori dell’ultima ora che all’inizio erano stati diffidenti verso l’esuberante presentatore di karaoke che faceva arrampicare sugli alberi le ragazzine come i Beatles dei tempi d’oro. Perché Fiorello aveva dimostrato di saper reggere addirittura un intermezzo maledetto: troppo successo e tutto insieme con il karaoke, Fiorello che non ce la fa e sbotta e comincia a frequentare ragazze a raffica e va a Sanremo e fa una figura così così e Anna Falchi sta con lui ma piange perché è arrivato quinto e Fiorello si chiude e sta male e non riesce a fare fronte alla pressione e comincia a drogarsi e si perde e si ritrova e torna più forte di prima in radio, teatro e tv.

Non solo: trova anche l’amore, quello vero, quello che fa venire voglia di mettere su famiglia e infatti Fiorello lo dice sempre, che con la bella moglie Susanna Biondo ha cambiato vita. Glielo diceva pure l’amico Maurizio Costanzo, con cui Fiorello aveva lavorato per un po’ assieme a Paola Barale, l’amica che ha ispirato a Fiorello il numero sui cani chihuahua (come raccontò Barale stessa agli intervistatori mandati da Gianni Minoli).

Guarda che con “Susy” stai diventando un uomo migliore, diceva Costanzo a Fiorello, guarda che Susy è quella giusta. E Fiorello si è sposato, ha fatto una figlia, si è rasserenato, è diventato il conduttore radiofonico più amato da Piero Fassino, Ignazio La Russa e Carlo Azeglio Ciampi. Una storia così faceva perdonare tutto, anche il fatto di aver appreso da un capovillaggio – e mai dimenticato – a pettinarsi con una fascia rossa stesa sulla fronte a cingere le ciocche ribelli. Ma ora come si fa ad accontentarsi del Fiorello con la frezza bianca da intellettuale stanco della rive gauche?

Men che meno resta traccia, nelle parole di Fiorello oggi, del Fiorello che invitava a strappare la scheda elettorale ma poi si faceva perdonare con le sue parodie (acute e perfettamente somiglianti) dei personaggi politici di ogni colore e soprattutto con il suo capolavoro, la riedizione in salsa “Ignazio La Russa” della canzone “Gioca Juer” di Claudio Cecchetto, il tormentone anni Ottanta che intimava a tempo di musica di dormire, salutare, fare l’autostop, starnutire, camminare, nuotare, sciare, fare il macho, suonare il clacson, suonare una campana, baciare, salutare, atteggiarsi a superman.

Non si poteva resistere alla riscrittura militaresca di Fiorello-‘Gnazio che con voce roca dava perentori ordini cantati: “Bombardare/cingolato/napalm/alabarda/cacciatorpediniere/machooooo!”.

E alla fine il vero La Russa, a forza di sentirsi imitare a suon di “digiamolo, anzi digetevelo”, ha preso a parlare come l’imitazione – e a quel punto però Fiorello, per vezzo, ha smesso di imitarlo.

Lì per lì, al momento del passaggio a Sky, Fiorello era parso scocciato di tanta pressione ma non ancora trasformato nella versione seriosa e borbottona di se stesso – se n’era andato via prima della fine del primo “Fiorello Show”, sì, aveva detto stasera non è aria prendendo in braccio la figlioletta sul palco, ma parevano tutte licenze autoconcesse al termine di una giornata “no”, arrivata dopo anni di successi a “VivaRadioDue” (con incursioni in prima serata televisiva).

Anni di riconoscimenti ex post e di complimenti profusi persino da Pippo Baudo e da Aldo Grasso, gli uomini che avevano scartato e criticato Fiorello quando Fiorello era un ex animatore caciarone appena sbarcato a Radio Dj, incapace di fare un provino senza esplodere in gag troppo lunghe per non oscurare il conduttore (così almeno disse Pippo). Poi però entrambi hanno riconosciuto che il ragazzo ci sapeva fare – si rotolava per terra per far ridere John Travolta, inseguiva Celine Dion fino a farla cantare un rap gastronomico, convinceva Liza Minnelli a mettere le parole “Augusta, Augusta” al posto di “New York, New York”, prestando la voce a un inno alla città natale di Fiorello (ormai privo di impaccio e timidezze).

Nei mesi successivi al trasloco sul satellite, poi, Fiorello non aveva mai rilasciato interviste in stile Lorella Cuccarini (“stavo andando in depressione”, ha detto Lorella a un settimanale popolare, “perché Fabrizio Del Noce non mi faceva lavorare”). Né aveva lasciato intendere, Fiorello, di provare sentimenti di delusione per una telefonata mancata (di Fedele Confalonieri? Di un guru della Rai?), come invece aveva fatto l’adorato amico Mike, quasi “un parente” per Fiore. E si sa che Mike – l’ha raccontato lui stesso ai giornali – era triste perché la lunga carriera a Mediaset si era conclusa senza un congedo che potesse chiamarsi tale.

Si erano ritrovati tutti e tre a Sky, Lorella, Fiorello e Mike, ma Fiorello pareva ancora il solito Fiorello, soltanto più nervoso perché sotto osservazione come un calciatore prima del rigore. Il calo di ascolti è fisiologico, si poteva pensare, dategli tempo, non lo assediate, poveretto, tantopiù che l’Auditel non è una scienza esatta. Pareva inutile, insomma, mettere Fiorello a confronto con Fiorello ogni due giorni – tre puntate a settimana, con riprese dal teatro-tenda – ma non c’era ragione per sentirsi defraudati della miglior fiorellitudine.

Poi è arrivata l’intervista, e questo nuovo e irriconoscibile Fiorello. Un signore che si siede sulla riva del fiume, assume l’atteggiamento sdegnato da editorialista di quotidiano sinceramente democratico e dice: che schifo. E certo che i governanti e anche i governati possono avere pesanti cadute di stile, ma che Fiorello fosse un inconsapevole Candide è difficile crederlo, vista la sua sopraffina abilità nell’osservare e riprodurre ogni minimo tic dei governanti e dei governati tutti.

“Fiore” non sembra più “l’italiano vero”, come l’ha chiamato, entusiasta, Luca Cordero di Montezemolo. Non sembra più quello che fermava con una risata le nostalgie fascisteggianti dell’imprenditore Giuseppe Ciarrapico facendo gridare a un finto Ciarrampico la frase “combattenti de cielo, de tera e de acqua minerale”. Quello che scherniva indistintamente Federico Moccia e Umberto Eco, facendo svenire il “clone” di quest’ultimo per un congiuntivo sbagliato.

Oggi invece Fiorello apostrofa con un paterno “poverina” Noemi Letizia e promette a se stesso che non la indurrà a fare figuracce: “Non la inviterò mai, finirei per massacrarla in pubblico e mi dispiacerebbe”. Troppo facile, ora, dire che Murdoch l’ha traviato. O che Berlusconi l’ha tentato. O che la Rai non l’ha saputo trattenere. C’è che Fiorello si è completamente arborizzato, nel senso di Renzo Arbore, il conduttore-musicista dal swing irriverente e non incasellabile che, per imperscrutabili ragioni, ultimamente s’è fatto fustigatore della televisione “paracula” con toni da tribuno della sinistra perbenista – lui che della televisione paracula e della sinistra perbenista era stato instancabile punzecchiatore.

Fatto sta che qualcosa ha arborizzato il Fiorello chiassoso, allegro e non giudicante. Saranno i cinquant’anni che si avvicinano e ispirano correzioni di rotta in senso ultraborghese. Sarà la piccola, momentanea incrinatura di consenso che (erroneamente) lo allarma. Sarà un momento di noia. O, al contrario, la serenità di sapere che il pubblico gli vuole bene anche se non lo sfida a considerarlo sempre “terzo” rispetto a due poli, due premier, due contendenti. E però se uno potesse glielo chiederebbe: Fiorello, per favore, torna a essere Fiorello.

Marianna Rizzini da il foglio.it

One comment

  1. mary

    Non mi meraviglia purtroppo, il Foglio è un giornale orientato a destra…e dopo le dichiarazioni fatte da Fiorello su Vanity Fair, ecco questo articolo….(inerenti all’incontro con Berlusconi a Palazzo Chigi).
    Bà non so…che pensare…
    Non vedo perche chi scrive l’articolo si meraviglia… definisce Fiorello di una sorta di Carla Bruni, parla imborghesimento, ecc. quando alla fine ha detto solo la verità, ah ecco forse è questo che infastidisce…