Il giurista Carlo Federico Grosso : Fare non significa fare bene

CARLO FEDERICO GROSSO“Riforma? È lo strapotere assoluto della maggioranza”

GrossoIl giurista Carlo Federico Grosso.

La frase è questa: “Fare non significa fare bene”. Carlo Federico Grosso – avvocato, professore emerito di Diritto penale all’Università di Torino – ha più di una perplessità sul pasticcio agostano delle riforme. E sulla fretta, notoriamente cattiva consigliera, che ha portato il Parlamento ad approvare “alla cieca” il nuovo “Senato regionale”.   Professore, perché ha firmato l’appello del Fatto?   Penso che una riforma costituzionale in direzione monocamerale possa condurre a un’utile semplificazione dell’attività di produzione legislativa. Essa dovrebbe tuttavia inserirsi in una cornice razionale d’interventi coordinati, in grado di assicurare la dialettica tra le forze politiche ed evitare il rischio di uno ‘strapotere’ della maggioranza. Il nuovo sistema è stato approvato in prima lettura dal Senato senza, addirittura, neppure conoscere quale sarà, esattamente, il sistema elettorale per la Camera.

Chi ci garantirà, a questo punto, dal rischio che un sistema elettorale fortemente maggioritario consenta a una maggioranza di parlamentari, eletti da una minoranza, di governare a suo piacimento senza tenere in nessun conto l’opinione degli altri?   Con l’Italicum chi “vince” si piglia tutto: e questo significa non solo l’esecutivo, ma per come funziona il sistema ora, anche membri laici del Csm, giudici costituzionali di nomina politica e Quirinale.   Il rischio effettivamente esiste. Scelto il nuovo modello istituzionale, sarebbe stato necessario pensare contemporaneamente, ad esempio, a nuove regole per l’elezione dei giudici costituzionali di competenza parlamentare e dei componenti laici del Csm, e, ancor prima, dello stesso presidente della Repubblica: in grado di assicurare, nel nuovo contesto, anche alle opposizioni rappresentanza negli organi costituzionali di garanzia e voce nell’elezione del capo dello Stato. Si rischierà, invece, di avere presidenti di parte e Organi di Garanzia condizionati da chi governa, a scapito della correttezza istituzionale e del pluralismo.   Perché Matteo Renzi ha tanta fretta?   Renzi aveva fretta di dare al Paese un segnale forte di rinnovamento. Puntare sul superamento del bicameralismo e realizzarlo di slancio dev’essergli sembrato funzionalissimo a tale obiettivo, con enorme impatto mediatico e consenso fra la gente. Probabilmente le priorità del Paese erano altre (penso ai temi del lavoro e dell’economia). ‘Fare’ non significad’altronde automaticamente ‘fare bene’. Ma che importa, quando la posta è l’immagine del ‘governo del fare’?   Molti autorevoli costituzionalisti hanno sottolineato il pericolo di un accentramento dei poteri in capo all’esecutivo. Di qui la svolta autoritaria che tanto ha fatto arrabbiare premier e ministri.   Si tratta di un problema diverso. È importante che l’esecutivo sia messo nella condizione di governare. Occorre tuttavia che la sua azione sia, rigorosamente, contenuta entro i confini tracciati dal Parlamento e che il Parlamento, istituzione rappresentativa del popolo, mantenga la sua centralità nel sistema costituzionale. Nessuna norma della riforma approvata in prima lettura prevede di modificare i rapporti fra Parlamento ed esecutivo. Sotto questo profilo nessuna svolta autoritaria si è sicuramente consumata. Che cosa potrà tuttavia accadere in un futuro Parlamento monocamerale, all’interno del quale i premi di maggioranza potrebbero consegnare forti poteri a una maggioranza parlamentare espressione di mere minoranze di cittadini? Sarebbe stato opportuno precostituire, attraverso la previsione di contrappesi, antidoti altrettanto forti. Si è preferito invece indebolire addirittura gli istituti di democrazia diretta, rendendo più difficili referendum e disegni di legge d’iniziativa popolare.   Non possiamo non parlare con lei, che si è sempre occupato di diritto penale, dell’immunità: una guarentigia che nonostante le polemiche, è rimasta anche in quel Senato dei cento,   che però non è elettivo.   Già, il Senato dei cento, di cui faranno parte, nominati, consiglieri regionali eletti per svolgere tutt’altre funzioni nei consigli d’appartenenza! Ci sarebbe molto da discutere su tale soluzione. Ma veniamo alla domanda. L’immunità aveva, storicamente, la funzione di difendere i parlamentari dagli abusi del Principe. In epoca moderna, è stata intesa come scudo contro i possibili abusi del potere giudiziario, e si è quindi stabilito che riconoscerla presupponeva l’esistenza del fumus persecutionis; nella prassi l’istituto è stato tuttavia, spesso, utilizzato come strumento d’indiscriminata copertura penale; da mezzo ragionevole di protezione contro gli abusi, si è quindi trasformato in un mero privilegio. All’inizio degli anni 90, con l’incalzare di Tangentopoli, il Parlamento ha circoscritto la sua portata; davvero, ora, ha senso mantenerla, sia pure in tale dimensione, con riferimento a un Senato non elettivo, investito di un ridotto potere legislativo? Stante l’uso improprio che è stato fatto dell’istituto, sarebbe ragionevole pensare, piuttosto, alla sua eliminazione per tutti.

Da Il Fatto Quotidiano del 23/08/2014. Silvia Truzzi via triskel182.wordpress.com

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