Il governo aumenta Fumo Alcool Benzina ma non il gioco d’Azzardo perchè?

slot-machineIl vizio paga per la virtù (cioè salgono le accise)

GLI AUMENTI DI TASSE SU FUMO, ALCOL E BENZINA USATI PER FINANZIARE DI TUTTO: COMUNI, SCUOLA, LAVORO, IMU. SI SALVA, CASUALMENTE, IL GIOCO D’AZZARDO.

Ai tempi in cui il governatore della Virginia, John Garland Pollard, componeva il suo Dizionario umoristico, l’omaggio che la virtù pagava al vizio era l’imitazione. Oggi è l’accisa. Una sincera descrizione di questo slittamento etico arriva dalla senatrice Federica Chiavaroli del Nuovo Centrodestra, la donna assurta agli onori delle cronache per l’emendamento in cui minacciava di tagli i comuni che intendessero ostacolare la diffusione delle slot ma-chine nel loro territorio: “Di questi tempi – ha dichiarato a Repubblica – gli emendamenti trovano copertura solo grazie a tre voci: gioco, fumo e alcol”. Andrebbe aggiunta in realtà la benzina, bene necessario a chi non si rassegna a viaggiare in altro modo che con la propria auto: gente moralmente sospetta, d’altronde, tanto quanto chi fuma, beve e scommette contravvenendo ai preziosi consigli delle “pubblicità progresso” sulla salute, il pericolo ludopatia e quello di incidenti d’auto (senza contare le benemerite campagne sull’inquinamento).

INSOMMA, è il vizio che paga la virtù grazie al meraviglioso trasformatore etico chiamato “accisa” (cui andrebbe aggiunta, peraltro, la relativa Iva): da questo magico meccanismo – che trae origine dal ruolo di spacciatore e biscazziere unico dello Stato, vale a dire dalla sua qualità di monopolista – l’erario italiano ha incassato nel 2012 circa 45 miliardi di euro su 463 miliardi di entrate tributarie totali. Vincono i carburanti, ovviamente, che portano al Tesoro più o meno 24 miliardi, seguono gli undici di quelle sul tabacco, i nove dei giochi e il misero miliarduccio finora garantito dall’alcol. Situazione non nuova, si dirà, ma col bilancio praticamente bloccato la tendenza a utilizzare l’accisa – che è il modo in cui si definisce l’ipocrisia in contabilità nazionale – è esploso in maniera esponenziale. È la famosa copertura di cui parla Chiavaroli: solo in tempi di Enrico Letta – perché all’indietro, dalla guerra d’Etiopia in poi, non si finirebbe più – gli esempi si sprecano.

NEL DECRETO lavoro, per dire, che stanziava circa un miliardo per sgravi per le assunzioni e spostava di qualche mese l’aumento dell’Iva al 22 per cento (poi puntualmente verificatosi) è stata inserita la stangata sulle sigarette elettroniche e le relative ricariche: una tassa pari al al 58,5 per cento sul prezzo di vendita al pubblico a partire dal gennaio 2014 (maggior gettito previsto: 117 milioni di euro); ora nella legge di stabilità c’è stato un ripensamento (tassa al 25 per cento più 0,25 centesimi sulle ricariche). Nel decreto in corso d’approvazione in questi giorni, il cosiddetto Salva-Roma (che si occupa di enti locali), c’è invece un bell’aumento per le sigarette tradizionali: il Tesoro potrà aumentare aliquote e imposte di consumo dello 0,7 per cento al massimo. Quando si è trattato invece di dare soldi alla cultura e alla scuola – nei relativi decreti – hanno pagato i bevitori: interventi pazzeschi sulle accise per gli alcolici (escluso il vino) che dovrebbero garantire al sistema educativo nazionale e ai nostri disastrati beni culturali qualcosa come 400 milioni.

Finito? Macché. La credit tax per il cinema la pagano gli automobilisti con 0,4 centesimi dal prossimo primo gennaio, come pure l’abolizione dell’Imu nel 2013 visto che le coperture del ministero si sono rivelate parecchio carenti (il ministero deciderà l’entità della mazzata – temporanea, dicono – quando i numeri saranno chiari: la faccenda rischia di costare un paiodi miliardi di euro nel 2014). C’è poi il fantasma della spending review: a bilancio ci sono già risparmi per tre miliardi nel 2015, sette nel 2016 e dieci miliardi l’anno dal 2017. Se Cottarelli non ce la fa, è già pronta la clausola di salvaguardia: tagli corrispondenti alle detrazioni fiscali e/o solito aumento delle accise.

A GUARDARE GLI ESEMPI, però, si nota una cosa strana. L’infaticabile lavorio di aumenti di tasse riguarda tutti i vizi tranne uno: il gioco d’azzardo. Non che i parlamentari non ci provino, anche perché la situazione è promettente: ogni scommessa ha la sua aliquota (le slot il 12,5 per cento, le videolotteries il 5, il gioco online il 3, il Bingo l’11) e già armonizzarle al livello massimo porterebbe bei soldi allo Stato, eppure niente. C’è uno spazio in cui il confine tra vizio e virtù, ipocrisia e pubblicità progresso cede alla realtà dei rapporti di forza: il banco, si sa, alla fine vince sempre. Anche in Parlamento.

Da Il Fatto Quotidiano del 22/12/2013.  Marco Palombi via trisjkel182.wordpress.com

I commenti sono chiusi.