Il Seno come arma di seduzione

Il primo décolleté non si scorda mai. Lo abbiamo incontrato a scuola, seno00leggendo l’invettiva (Purgatorio, canto XXIII) contro «le sfacciate donne fiorentine» abituate ad «andar mostrando con le poppe il petto». Per Dante erano il simbolo di un mondo senza più ritegno morale. Bastano pochi anni, e un altro grande poeta, Petrarca, invece esalta «l’angelico seno» dell’amata Laura, di cui non solo canta gli occhi e i capelli d’oro, ma anche il «bel giovenil petto», «il candido seno». Da allora l’attenzione per il seno femminile si è sempre declinata su questa duplice polarità: da un lato la riprovazione delle donne che lo mettono in mostra (da Dante fino ai democristiani Anni ’50), dall’altro la desiderosa contemplazione di un così bell’attributo. La pittura dal Rinascimento in poi sceglie la seconda opzione e propone dame, fornarine e regine sempre con il petto ben in vista. Grazie anche ai prodigi di sarti e bustai che sostenevano e portavano su il tutto con corsetti rinforzati, abiti tagliati ad arte, nastri e cinte annodati al punto giusto. Culmine di questa esaltazione del seno, lo stile Impero del primo ’800, preludio a una restaurazione non solo politica. Tanto che, con il trionfo della morale vittoriana, divennero obbligatori abiti accollati, gonne fino a terra, volumi ampi che non facessero presagire niente del corpo che stava sotto.

L’epoca delle maggiorate
La società di massa, l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, la progressiva trasformazione dei ruoli e, non ultimo, l’introduzione del reggiseno spazzeranno via i vecchi precetti bacchettoni. Per ritrovare però, ancora, la stessa dialettica pro e contro l’esibizione. Solo che stavolta, a combattere, sarà da un lato il partito dell’emancipazione e poi del femminismo, dall’altro quello maschilista che vuole la donna tutta tette sul tipo della maliziosa Betty Boop. Se Coco Chanel prima e le femministe dopo dichiarano guerra a busti, corsetti e reggiseno (per la prima sono una seno11gabbia, per le altre il simbolo della repressione) sull’altro fronte fiorisce una schiera di femmine che riempiono foto e schermi con il loro bendiddio. Marilyn Monroe e Jayne Mansfield in America, Diana Doors in Inghilterra, Brigitte Bardot in Francia, e in Italia, in epica gara, Gina Lollobrigida e Sophia Loren sono le regine dell’epoca delle maggiorate. Naturalmente assai dotate, non hanno bisogno di speciali supporti. Alle ragazze dalle dimensioni più modeste ci pensa il reggiseno a balconcino che rialza e dà volume. La donna formosa dalla cintola in su piace: a «Lascia o raddoppia» trionfano la Garoppo e la Bolognani. L’apoteosi è nel ’60 con «La dolce vita» e Anita Ekberg con il suo seno formato cinemascope.

La rivoluzione delle figlie dei fiori
seno3Ma dopo tanto fulgore comincia una stagione di ripensamenti. Le giovani ribelli dei ’60 non curano troppo l’esuberanza fisica; le figlie dei fiori buttano via il reggiseno, le girls londinesi vestite Mary Quant sono piuttosto piatte, un po’ androgine. Twiggy e Jane Birkin («Je t’aime moi non plus»), ancorché molto erotiche, non hanno seno. Poi le femministe faranno tabula rasa dei cataloghi di biancheria intima pensata solo per stuzzicare lui. Ci vorranno insomma due decenni perché l’opulenza del décolleté torni a dettare legge. Frutto un po’ del riflusso fine ’70 e dell’edonismo Anni ’80, il davanzale riprende importanza. Ma qui, nuovamente, succede qualcosa che spacca in due il ritrovato orgoglio delle nuove maggiorate. CONTINUA

da  IL CORRIERE DELLA SERA


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