Ilvo Diamanti e il tempo dei Forconi

ilvo diamanti 2Tra insicurezza e benessere perduto ecco l’Italia ai tempi dei Forconi
Punto critico per la democrazia di un Paese impotente

IL “tempo dei Forconi” segna un altro passaggio della crisi della nostra democrazia rappresentativa. Tanto più esplicito ed evidente perché amplificato dal ri-sentimento sociale prodotto dalle crisi: economica e politica. I Forconi. Esprimono il senso di deprivazione relativa alimentato dalla percezione del declino.

NON si tratta solo di perdita del lavoro e del reddito. Ma dell’insicurezza pesante che pervade quanti, nel passato recente, erano saliti, faticosamente ai piani medi della scala sociale. I lavoratori autonomi. L’Italia dei lavori, appunto. Che non ha mai avuto una vera rappresentanza organizzata. I Forconi: colpiscono i punti nevralgici del Paese. Il sistema delle comunicazioni e della mobilità. Bloccano strade e autostrade. E generano grande disagio con uno sforzo, relativamente, limitato. I Forconi. Non sono un “movimento”, orientato da obiettivi comuni. Diversamente dal M5S, che è un non-partito organizzato, presente alle elezioni e in Parlamento. Dunque: un partito. I Forconi.
Non sono una “rete”, che collega esperienze diverse. Ogni iniziativa che tenti di unificarne l’azione, come la manifestazione di Roma della settimana scorsa, ne mostra i limiti. Perché non sono in grado di coalizzare i diversi luoghi e i diversi attori della protesta. Né, tanto meno, di riassumere i diversi motivi di disagio e rivendicazione in una piattaforma comune. I Forconi. Ri-producono molte manifestazioni e molte immagini. Quanti sono i luoghi e i protagonisti della protesta. Camionisti, artigiani, allevatori, contadini. Lavoratori autonomi diverse aree, di vari e diversi lavori. Alcuni li hanno definiti una “moltitudine”, echeggiando una formula coniata da Antonio Negri, per evocare “un insieme di singolarità”, capaci di antagonismo. Non rappresentabili. Se non fosse che, in effetti, i “Forconi” hanno una “rappresentazione”, riassunta dal nome con cui sono conosciuti. Ereditato dalle proteste contro le accise, in Sicilia, nel 2012. E oggi attribuito a tutti coloro che protestano, in tutta Italia. Indipendentemente dal luogo e dalla professione. E dallo specifico motivo di disagio espresso. Non a caso, al proposito, si è parlato di “jacquerie” (come ha fatto, alcuni giorni fa, Barbara Spinelli). Echeggiando le sollevazioni spontanee dei contadini francesi, nel XIV secolo.
Ma il termine stesso, “Forconi”, costituisce, appunto, una “rappresentazione” unificante. Che evoca la rabbia popolare. Contro il “potere”. Indefinito e indeterminato, quanto la moltitudine che protesta. È questa la ragione che, oggi, rende così rilevante — e inquietante — la mobilitazione dei “Forconi”. Il fatto è che dà evidenza — rappresentazione — alla sfiducia di gran parte della popolazione contro “tutti” i soggetti della rappresentanza. I politici e partiti. Il Parlamento e le amministrazioni locali. L’Europa. Lo Stato. I “forconi”, dunque, sono pochi. Differenti e divisi. Eppure godono di grande consenso. Secondo un sondaggio Ipsos (per Ballarò) il 29% degli italiani ne condivide obiettivi e forme di lotta. Il 49% solo gli obiettivi. In altri termini: 8 italiani su 10 condividono le ragioni dei forconi.
Anche se non il modo in cui le manifestano. D’altronde, ieri anche il Papa ha espresso l’invito a “dare un contributo senza scontri e violenza.”. Ma Papa Francesco è l’unico che oggi si possa permettere di dare “buoni consigli”. Perché è l’unica figura pubblica che disponga di una base di fiducia estesa. Anzi: larghissima (quasi il 90%). Tutte le altre autorità, tutte le altre istituzioni — locali, nazionali e internazionali — godono di un credito limitato. Spesso bassissimo. E in calo costante. Dallo Stato, al Parlamento, alla UE. Ne ha risentito perfino il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in particolare dopo la rielezione. Oggi, infatti, la quota di italiani che esprime (molta-moltissima) fiducia nei suoi riguardi è sotto il 50%. Sicuramente elevata, ma 5 punti in meno rispetto a un anno fa. Per questo i Forconi sono tanto popolari, in Italia. Perché rendono visibile la sindrome di cui soffre il Paese. La sfiducia. Verso le istituzioni e i soggetti politici. Ma non solo.
Gli italiani (oltre 6 su 10, Demos dicembre 2013) non si fidano neppure delle persone che incontrano, con cui hanno relazioni. Insomma, non si fidano e basta. Tanto che, alla fine, la sfiducia è diventata una risorsa — la principale — da spendere in politica e nella rappresentanza. Non a caso, l’indulgenza verso i Forconi è tanto ampia. Anche fra coloro che, in fondo, ne sono fra le cause (e i bersagli). Sindacati e associazioni imprenditoriali. Colpiti, pesantemente, dalla sindrome della sfiducia (lo ha rammentato ieri Eugenio Scalfari). Per la stessa ragione, paradossalmente, i Forconi sono divenuti protagonisti del fenomeno contro cui protestano. La politica come spettacolo.
Lo spettacolo della politica. Da qualche settimana, i loro leader appaiono dovunque, in TV. Perché la sfiducia è, mediaticamente, attraente. Contribuisce ad alzare l’audience dei programmi, anche se ne abbassa la credibilità. D’altronde, i cittadini, o meglio, gli spettatori, quando guardano i talk politici e le inchieste di denuncia, si incazzano. Si “sfiduciano” ulteriormente. Ma, nonostante tutto, insistono a seguire e a inseguire questi programmi. La Rete, d’altra parte, contribuisce a rafforzare questo sentimento. Visto che la sfiducia verso le istituzioni e i partiti sale fra coloro che utilizzano internet con più frequenza (Sondaggio Demos-Coop sull’Informazione, dicembre 2013).
Per questo la protesta dei Forconi segna un punto critico, per la nostra democrazia. Non per la misura (circoscritta) di chi ne è coinvolto direttamente. Ma perché rivela, in modo aperto, quanto sia profondo, in Italia, il deficit della rappresentanza.
L’assenza di canali e soggetti capaci di “rappresentare” e di “organizzare” le domande e i problemi della società, dei territori e delle persone. In mezzo a una società dissociata e anomica, popolata da individui mobilitati solo dalla sfiducia. Così, non resta che gridare, inveire e insultare. Per sfogare la nostra rabbia. La nostra frustrazione. Non contro il potere, ma contro chi lo dovrebbe esercitare. E contro noi stessi. Il Paese dei forconi: è un Paese impotente.

Da La Repubblica del 23/12/2013. Ilvo Diamanti via triskel182.wordpress.com

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