Gli Impressionisti e la Natura

Tavolozza, colori e pennelli per i «paladini» della Natura

di Pier Francesco Borgia

ninfee_monet_naturaQuando ci si trova di fronte alle celeberrime Ninfee di Claude Monet viene spontaneo immaginare si tratti di un’opera innovativa (almeno per la sua epoca). L’istinto ci porta a riconoscere in quel «paesaggio» qualcosa di moderno. Poi i critici si fanno in quattro per dirti che tutto dipende dalla scomposizione del colore, del tratto veloce, dal rifiuto del paesaggio convenzionale. Altri, come Achille Bonito Olivo, scorgono anche i primi segni anticipatori dell’informale, insomma di quel tratto tipicamente novecentesco dell’arte pittorica.

In pochi, almeno fino ad oggi, avevano però notato una relazione diretta tra il «sentimento della natura» e la particolare inclinazione a rimanere sensibili agli effetti della luce che ha condizionato il lavoro della gran parte degli impressionisti. E cosa c’è di più moderno di un’anima ambientalista?

Ora una mostra, che si apre oggi al Complesso del Vittoriano, intende esplorare un percorso nuovo nell’analisi del movimento artistico che ha in qualche modo offerto più di uno stimolo alle avanguardie del XX secolo. Un percorso che porta a una visione «ambientalista» della natura. È lo stesso curatore di quest’esposizione (che rimarrà aperta fino al 29 giugno) a spiegarlo. «È la prima volta che una mostra – spiega Stephen Eisenman, ordinario di Storia dell’arte alla Northwestern university di Chicago – propone un’analisi approfondita del rapporto tra Impressionismo e Natura».

Attraverso un corpus che annovera oltre 170 dipinti, opere su carta e foto d’epoca, l’esposizione Da Corot a Monet. La sinfonia della natura ripercorre l’evoluzione della rappresentazione della natura nella pittura francese della seconda metà del XIX secolo, partendo dalle prime timide innovazioni ai canoni classici apportate dai pittori della scuola di Barbizon, esplorando a fondo la rivoluzione che dai paesaggi post-naturalisti dei primi impressionisti porta al trionfo cromatico e di luce delle Ninfee di Monet.

La mostra si apre con una selezione di opere a contrasto: da una parte i paesaggi classicheggianti alla maniera dei Salon parigini (come l’imponente Vista dell’isola di Capri di Harpignies), dall’altro il nuovo approccio degli artisti della scuola di Barbizon che sceglievano invece di raffigurare luoghi meno spettacolari e di creare composizioni meno fedeli ai dettami della tradizione.

Ed è proprio dall’ammirazione per una natura ancora incontaminata, che restituisce un rapporto autentico tra l’uomo e il suo ambiente, che partono Corot, Rousseau, Dupré e Daubigny. «I lavori di questi pittori – aggiunge Eisenman – sono dunque intensamente nostalgici, giacché rievocano il sogno di un’era in cui, almeno così si credeva allora, nobili e contadini vivevano in armonia, la terra era fertile e pacifica, e le uniche tracce significative dello scorrere del tempo erano il mutare delle stagioni e la diversa intensità della luce nelle ore del giorno».

Qui, insomma, non c’è ancora la metodica attenzione di Monet per il paesaggio, visto e analizzato attraverso le gradazioni di luce (mirabili in questo senso la serie dei Covoni e le facciate della cattedrale di Rouen), piuttosto un’intuizione di quanto quella luce e quel paesaggio possano divenire potenti stimoli evocativi per far affiorare i migliori sentimenti dell’osservatore. Anche la figura umana entra nel paesaggio (Frédéric Bazille). Ma è la forza stessa della natura, con i suoi ritmi a dettar legge (Sisley e Monet).

La mostra si chiude quindi con una testimonianza dello splendido ciclo delle Ninfee installato all’Orangerie di Parigi e aperto al pubblico nel 1927 un anno dopo la morte dell’artista.

da IL GIORNALE

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