Indagato Ugo Cappellacci per il crac Ila di Portoscuso

Caso Ila, Cappellacci indagato
Il governatore della Sardegna è uno dei 29 indagati per il crac dell’azienda di Portoscuso, fallita dopo aver ricevuto milioni di euro dallo Stato. Nel 2001, come commercialista, diede una consulenza che portò allo sblocco dei fondi pubblici

CAGLIARI. C’è anche Ugo Cappellacci tra i ventinove indagati per il crac dell’Ila di Portoscuso, che giovedì scorso ha portato all’arresto di tre degli ex amministratori con l’accusa di bancarotta fraudolenta, truffa e falso. Il coinvolgimento del governatore nell’inchiesta giudiziaria condotta dal pm Giangiacomo Pilia non è legato alla sua attività politica o a quella di amministratore ma alla sua professione di commercialista.

Nel 2001 Cappellacci, nelle vesti di consulente della Procura della Repubblica, diede un parere che consentì al pm Guido Pani di dissequestrare la prima tranche di contributo statale concessa all’industria sulcitana, che per il gip Alessandro Castello si trovava invece già allora in stato di decozione. Cappellacci lavorò sugli elementi a disposizione: secondo i documenti gli amministratori dell’Ila avevano assunto una lunga serie di impegni e avevano apportato drastiche correzioni ai dati contabili e di bilancio, in modo da rimettere la posizione dell’azienda in linea di galleggiamento per assicurarsi il diritto al contributo.

Cappellacci esaminò quelli, li valutò in base alla sua esperienza e consegnò alla Procura una consulenza favorevole: per lui quanto era stato fatto risultava sufficiente a sbloccare il contributo pubblico sequestrato dalla Procura. Pochi giorni dopo il magistrato chiese e ottenne la restituzione della somma, che venne prontamente incamerata dai dirigenti Ila. Tutto questo, raccontato nella stretta sostanza, è accaduto quasi dieci anni fa.

L’ipotesi di accusa che riguarda Cappellacci – il reato è concorso nella bancarotta fraudolenta – è riferita alla relazione dei curatori fallimentari Carlo Dessalvi, Andrea Dore e Giulia Casula, che hanno esaminato la situazione dell’azienda di Portoscuso tra il 2008 e il 2009 all’interno della procedura fallimentare. I tre commercialisti sostengono che in realtà Cappellacci avrebbe sbagliato: le condizioni per dare il via libera alla prima tranche di contributo pubblico non c’erano. A supporto della loro valutazione, che ha portato l’attenzione del pm Giangiacomo Pilia sul presidente della Regione, i curatori elencano una sequenza di argomentazioni tecniche estremamente articolate sulle quali è facile prevedere un contradditorio intenso fra le parti. Una cosa, nella straordinaria complessità di questa vicenda, è certa e per certi versi provoca stupore: nel 2001 Cappellacci ha lavorato come consulente della Procura ed è la stessa Procura che ora mette in dubbio la fedeltà della sua prestazione professionale.

Comunque sia è lui, il governatore, il punto di snodo di questa vicenda che ha già condotto due persone in carcere e una agli arresti domiciliari. Perchè a leggere gli atti disponibili, la seconda tranche del contributo – cinque milioni di euro incassati nel 2006, dopo i primi cinque del 2001 – è strettamente connessa alla prima. Per capire: se Cappellacci non avesse determinato con la sua consulenza lo sblocco dei primi cinque milioni, difficilmente sarebbero arrivati gli altri cinque. Sui quali peraltro doveva vigilare il dirigente della Provincia Nicola Sciannameo, come responsabile unico del contratto d’area del Sulcis: per la Procura non l’ha fatto ed è stato lui, malgrado il parere negativo degli ispettori, a firmare l’atto che ha aperto la strada al secondo contributo. Ed è per questa ragione che Sciannameo ha ricevuto un avviso di garanzia con l’accusa di aver concorso nei reati. In qualche modo la sua posizione è speculare a quella di Cappellacci: entrambi avrebbero ‘aiutato’ l’Ila a prendere i soldi. Sulla base di valutazioni tecniche che offriranno ampi spazi di confronto ai legali impegnati nelle cause.

Così come gli altri venti indagati rimasti per ora fuori dal primo contingente di avvisi di garanzia, Cappellacci non ha ricevuto alcuna comunicazione dalla Procura. La circostanza della sua iscrizione al registro degli indagati è emersa con gli atti depositati in queste ore alla cancelleria del gip Castello, atti che hanno seguito a ruota l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice giovedì scorso. Si tratta di sette faldoni di documenti, che ricostruiscono nell’insieme la storia decennale dell’Ila di Portoscuso, un’azienda che nei primi mesi del 2000 aveva 287 dipendenti e che ne aveva ancora 166 a libro-paga quando ha chiuso per fallimento. Un’industria decotta in partenza, secondo i curatori fallimentari e secondo quanto ha accertato il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza, delegato dalla Procura a indagare sulla vicenda. Tenuta in vita con una sorta di respirazione artificiale fatta di bilanci alterati, dati contabili abilmente taroccati, comunicazioni aggiustate per mantenere – illegalmente, sostiene il pm Pilia – il diritto a incassare un contributo complessivo di 22 milioni di euro, deliberato dal ministero dell’Industria e erogato per le prime due rate da cinque milioni l’una Se la Procura è certa che siano stati gli amministratori Rober Carboni, Andrea Binetti e Stefania Gambacorta a mettere in atto una truffa di dimensioni colossali seguita al fallimento più oneroso nella storia sarda, la posizione di Cappellacci appare decisamente più sfumata: quello contenuto nella consulenza finale consegnata al pm Pani sembra essere soltanto un parere, per quanto decisivo. Perchè l’accusa di concorso nella bancarotta venga confermata bisognerebbe dimostrare il dolo, la volontà da parte dell’attuale governatore della Sardegna di favorire l’operazione organizzata da Carboni e dagli altri vertici dell’Ila. Perchè in mancanza di un interesse diretto e certo, quello commesso da Cappellacci sarebbe soltanto un errore. Oppure, in un’ipotesi comunque possibile, un’interpretazione alternativa a quella dei curatori. Con la differenza che l’uno ha avuto pochi mesi di tempo per fare le sue valutazioni e soltanto una parte dei documenti d’azienda, gli altri hanno potuto lavorare sull’intera posizione amministrativa e contabile dello stabilimento di Portoscuso. Posizione che è oggi al centro di un’inchiesta penale e di richieste di risarcimento milionarie in arrivo dai creditori.

di Mauro Lissia da lanuovasardegna.it

I commenti sono chiusi.