intervista a Cossiga su papi

cossigaPresidente emerito Francesco Cossiga, anche lei contagiato dal gossip imperante… Scrive una letterina di consigli al premier, e la invia al principale quotidiano italiano. Altro che rispetto per la privacy… Scatenando, tra l’altro, una miriade di messaggi di plauso.
“Sa perché ho dovuto farlo? Semplicemente perché non sono riuscito a trovarlo per dirgli le stesse cose a voce”.

Ce n’era bisogno?
“Immagino che chi gli sta vicino magari soffre di timore reverenziale, mentre la mia amicizia con lui mi consente il parlar chiaro”.
A proposito di «parlar chiaro»: Berlusconi vittima di imprudenze, ingenuità, ma anche – scrive – dell’«odio di un noto gruppo editoriale svizzero», che anche lei ha «patito sulla sua pelle».
“Sì, non lo nomino. Memore dell’insegnamento di un mio amico americano – mi pare qui a Roma si faccia chiamare Uòlter – io preferisco parlare del principale quotidiano dello schieramento avverso”.
Tanto per fare i nomi, «La Repubblica». Lei ha scritto: «A te, Silvio, danno dello sciupafemmine, ma a me per quasi sette anni hanno dato del golpista e del pazzo, nel senso tecnico del termine».
“È così, per sette anni mi presero di mira, criticandomi su tutto. Ci fu addirittura una riunione, presieduta dalla principale barba dello schieramento avverso…”.
Ci risiamo: al secolo, il direttore-fondatore Eugenio Scalfari.
“Sì, lui, che dopo aver visto fallire la possibilità di un impeachment politico propose di fare in modo che il Parlamento disponesse per me una visita psichiatrica… A quella cena fortunatamente era presente il buon Visentini, che me lo comunicò subito”.

Con Scalfari ha il dente avvelenato.
“Lui è uno che non ci azzecca mai, non ci acchiappa proprio… Ne ha seppelliti tanti, di politici: da De Mita a Prodi, fino a Veltroni”.

Vecchia accusa, a uno dei più famosi giornalisti italiani.
“Sì, ma di politica non ci ha mai capito nulla… Tutti i suoi favoriti s’azzoppano alla prima curva”.

Troppo innamorato delle proprie idee?
“È che la sera andava in via Veneto, ma nel caffè sbagliato. Fosse andato in un baretto magari demodé ma autentico, come quelli della Garbatella, sarebbe stato molto meglio. Da anni una domanda, su di lui, me la pongo…”.
Quale?
“Che sia anche menagramo?”.
Lasci perdere, per favore.
“Nel post scriptum della lettera al premier, avrei consigliato a Silvio di munirsi di un qualche cornetto di corallo…”.

Pensa che la situazione lo richieda?
“Penso che il colpo più grosso sia ancora in canna: lo spareranno prima o dopo il G8 dell’Aquila”.

Intanto c’è chi teme imbarazzi con i capi di Stato esteri.
“Nessuno di quelli è uno stinco di santo”.
Eppure lei non è convinto dell’ipotesi di complotto.
“Volendo fare un’analisi di questo tipo, credo che solo gli Usa avrebbero potuto montare un ambaradan del genere…”.

I servizi hanno fatto il loro dovere?
“A parte il loro indiscusso valore, va ricordato che sia De Gennaro che Piccirillo che Branciforte sono stati messi o confermati lì dal premier. Si tratta di servitori fedeli dello Stato… No, i servizi non c’entrano”.

Ma uno entra a Palazzo Grazioli così, senza un controllo?
“Anche in questo non c’entrano i servizi, e non si può imputare certo a un povero maresciallo dei carabinieri o a un uomo della scorta di aver eseguito degli ordini…”.

Capi dei servizi esclusi, metterebbe la mano sul fuoco sull’intervento di cosiddetti «spezzoni deviati»?
“Se la mette in questo modo, non posso che rispondere: no, la mano sul fuoco non ce la metterei… Magari qualche settore di un servizio italiano o straniero è potuto entrarci, in una vicenda così torbida… Siamo in Italia, dove può accadere di tutto, se non fosse però anche un Paese che non conta poi tantissimo sullo scacchiere internazionale”.

Escluso il complotto, come possono venir fuori all’improvviso tante foto scattate all’interno di residenze private?
“Secondo me, bisognerebbe capire anche se quelle uscite da Porto Rotondo siano foto o fotogrammi di una cinepresa… Però non credo difficilissimo riprendere l’interno di Villa Certosa, conosco quella zona palmo a palmo. Ciò che mi risulta poco comprensibile è come un uomo così intelligente, che si potrebbe permettere le più belle donne del gran giro internazionale, possa essersi fidato di gente come quel venditore di protesi barese…”.

Peccato di ingenuità, dice?

“Certo. Ma quando uno è così potente tende a credersi inviolabile… E non pensa mai che la gente possa essere capace di cose che lui non farebbe mai”.

Roberto Scafuri da ilgiornale.it

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