Intervista a Luciano Gallino : le politiche del lavoro di Renzi sono vecchie È uscita una gran quantità di saggi che dimostrano come le riforme dei contratti di lavoro non modificano, se non in peggio, la creazione di posti di lavoro

luciano gallino“Vecchie idee: la disoccupazione rimane”
Mentre lo raggiungiamo al telefono, il professor Luciano Gallino sta leggendo un rapporto sul sistema sanitario in Grecia: “Un disastro assoluto, il prodotto di politiche di austerità che produce risultati terrificanti”. Quanto si vede finora con il nuovo governo sembra andare in quella direzione. “Finora si è parlato molto, gli impegni sono tutti da vedere, ma mi sembra che ci muova sulla linea degli ultimi 20-25 anni. E che hanno solo aumentato la flessibilità e la precarietà del lavoro”.

Nessuna speranza su Renzi?

Direi che la sua domanda è una buona metafora del mio stato d’animo.

Cosa non la convince del piano del lavoro per come lo si conosce finora?

Sono passati 20 anni dalle prime proposte Ocse sulla flessibilizzazione del lavoro. Il risultato è che i precari sono aumentati a dismisura.

La riforma del “mercato del lavoro” non può servire a ridurre la precarietà?

È uscita una gran quantità di saggi che dimostrano come le riforme dei contratti di lavoro non modificano, se non in peggio, la creazione di posti di lavoro.

La tendenza che lei vede in atto, quindi, è la stessa dei precedenti governi?

Mi sembra proprio di sì. In realtà non si è mai voluto analizzare in profondità il motivo per cui le imprese chiedono maggiore flessibilità.

E qual è?

Non solo evitare la grana dei licenziamenti , ma anche trasformare il lavoro in un’appendice dei movimenti di capitale. La catena del valore si è ormai internazionalizzata e la forza lavoro viene collocata in uno stato di perenne transizione. Si pensi ai contratti a zero ore.

Contratti a zero ore?

Sì, in Gran Bretagna ne sono stati stipulati circa un milione. Zero ore per zero soldi. Il lavoratore firma un contratto che lo mette a disposizione dell’impresa che lo può chiamare con un sms anche per poche ore. Il lavoro diventa una sorta di rubinetto da aprire e chiudere a piacimento.

Cosa pensa dei mini-job tedeschi?

Parliamo di contratti da 15 ore alla settimana a 450 euro al mese. Se ne collezioni almeno due riesci a raggiungere un reddito che si colloca sulla soglia di povertà.

L’obiezione ricorrente è che è sempre meglio di niente.

È una brutta obiezione, perché sarebbe come dire che se hai contratto una brutta malattia in realtà potresti stare peggio. La forza della Germania, il suo export, si fonda sull’impennata della produttività senza aumenti retributivi. Il successo tedesco si fonda sulla pelle dei lavoratori.

La sua idea per contrastare la precarietà e creare lavoro?

Riportare la finanza al servizio dell’economia produttiva, creare occupazione assumendo direttamente su progetti ad hoc. Con investimenti pubblici si possono ristrutturare ospedali, interventi idrogeologici, etc.

Un modello keynesiano classico?

Abbiamo l’acqua non più alla gola, ma sopra gli occhi. Occore fare qualcosa urgentemente.

Da Il Fatto Quotidiano del 08/03/2014. salvatore cannavò via triskel182.wordpress.com

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