Intervista a Robert Redford Hollywood : È il regno dell’apparenza. Un posto per gente rifatta e resa per sempre inespressiva in un’ultima illusione di giovinezza. Laggiù l’arte, quando c’è, è fortuita. E comunque assolutamente secondaria

redford-szaggarsRedford, le rughe di un’ottantenne
scagliate contro l’odiata Hollywood

“È il regno dell’apparenza. Un posto per gente rifatta e resa per sempre inespressiva in un’ultima illusione di giovinezza.  Laggiù l’arte, quando c’è, è fortuita. E comunque assolutamente secondaria”. Qui racconta del perché per sfuggirne è andato a finire a Sundance. E di come e dove tutto cominciò: “Era il ‘56, mia madre era morta da poco e io volevo fare l’artista. Lasciai l’America e me ne andai a Parigi. E fu proprio qui che forse per la prima volta ho aperto gli occhi”

PARIGI. Ha la faccia scolpita dal sale e dal sole del caldo oceano californiano — adolescenza di nuotate e surf a Santa Monica, dov’è nato settantotto anni fa. Il tempo non s’è spento e il levigato fermo immagine di quasi mezzo secolo fa, alla fine di Butch Cassidy— lui e Paul Newman, la mano ai revolver, bloccati nell’eroico slancio suicida — s’è aggrovigliato in una ragnatela di rughe: solchi di vita vissuta, un po’ fieri, un po’ malinconici. L’antico appeal erotico è divenuto granitico, rupestre, come quello di Clint Eastwood. Il golden boy del Grande Gatsby versione 1974 è oggi una radiografia nuda, l’opposto orgoglioso delle maschere chirurgiche che carnevalizzano Hollywood: «Un posto per gente rifatta, patetici cloni, piallati e resi per sempre inespressivi in un’ultima illusione di giovinezza».

Pur invecchiato,in inevitabile friday wear (jeans,polo,stivali) anchea Parigi, Robert Redford continua a essere il fiore del made in Usa, l’icona più invidiata e, insieme, la sua più tenace spina nel fianco
«Hollywood è il regno dell’apparenza, dell’enfasi promozionale, moneta di scambio tra successo e guadagno. L’arte, quando c’è, è fortuita: comunque, sempre più secondaria. A Los Angeles, da cui pure ho cominciato, ci sono ricascato per caso, se non per sbaglio. Non è lì che avrei voluto fare l’attore: semmai a New York. In realtà, non avrei dovuto nemmeno diventare attore. La mia strada, a vent’anni, me l’ero già scelta: artista. E anche la mia città: era proprio questa, era Parigi».
Era il 1956, subito dopo la morte della madre: un anno e mezzo di futuro, una manciata di progetti che, al rientro negli Usa, per strane traversie della vita, sono diventati cinema, una quarantina di film da attore, produttore, regista.

Che ricordo le è rimasto del primo approccio europeo?
«Fantastico. È stato il debutto della mia età adulta: mi sono sempre detto che lì è nato tutto quel che ho amato nella vita. Vivevo insieme ad altri studenti, a Montparnasse. Eravamo una comunità senza un soldo, ci dividevamo la frutta rubacchiata qua e là, dormivamo nei sacchi a pelo, in un edificio dal tetto pericolante. Erano passati appena dieci anni dalla fine della guerra. Ero arrivato con l’idea che la Francia fossero Ernest Hemingway e Gertrude Stein. Uscivo da un’educazione americana, culturalmente conservatrice, socialmente intorpidita, restìa al confronto con altri mondi.Ero insomma un ingenuo. E Parigi mi ha dato la sveglia. Mi resi conto subito della mia totale mancanza di cultura. All’Ecole des beaux-arts gli studenti mi prendevano in giro: «Vieni da un paese vessillo di libertà, super-potenza economica e militare e non sai nulla di nulla!». De Gaulle stava per tornare al potere: qui erano tutti vivi, in fibrillazione, e io mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Ho cominciato allora a occuparmi di politica: per poter avere una mia opinione e sostenere una conversazione. C’è voluta la Francia perché cominciassi a avere una coscienza politica anche dell’America».

L’America. Nei nove film da regista, da Gente comune ( Oscar nell’80) a La regola del silenzio del 2012, Redford ha continuato a essere un osservatore appassionato del suo Paese
«Sì, effettivamente tutti i miei film parlano degli Stati Uniti. Il mio Paese mi affascina. Ma proprio perché lo amo, sento il bisogno di guardarlo con occhio critico, esigente. Mentre da noi c’è la tendenza a accontentarsi della propaganda, senza andare al fondo dei problemi. Non è tutto bianco o nero, esistono zone grigie. Ma ciò che appare complesso è schivato come uno scomodo ostacolo: l’imperativo è andare avanti, affermarsi, senza rendersi conto che in una società come la nostra, soggetta a poteri immensi, la libertà individuale si va assottigliando, giorno dopo giorno. L’America è anche responsabile di molti errori: è tempo di ammetterlo e di raccontarlo ».

I suoi film più recenti sono infatti tutto un mea culpa: sette anni fa Leoni per agnelli, sulla guerra in Afghanistan, l’impegno individuale e lo strapotere politico e, nel 2010, The Conspirator, sulla prima donna condannata a morte negli Usa, accusata, senza prove e senza regolare processo, di aver partecipato al complotto per assassinare Lincoln
«È l’altra faccia della medaglia mostrata col Lincoln di due anni dopo, dove Steven Spielberg ricostruisce eventi già conosciuti. Il mio film ha voluto invece riportare a galla un episodio rimosso. Il risultato è che ha avuto una distribuzione stentata, mentre quello di Steven ha goduto di un’audience planetaria, grazie al sostegno della Disney che ha investito milioni nella promozione.Oggi anche I tre giorni del Condor, grande successo del 1975, non avrebbe più l’appoggio degli Studios. Ecco perché occorre battersi più che mai per il cinema indipendente».

In questo è un pioniere. Il Sundance Festival, da lei fondato nel 1978, potrebbe considerarsi il suo miglior “film”?
«In realtà, all’origine del Sundance ci sono state anche altre esigenze: il mio desiderio d’isolamento, un’autodifesa contro i bombardamenti mediatici di cui diventano vittime le star, e una sana immersione nella natura, ancora incontaminata, da preservare da altri assalti, quelli inquinanti del progresso. Quando la celebrità mi è piombata addosso, con tutte le sue lusinghe ma anche le restrizioni sulla tua vita privata, mi sono rifugiato il più lontano possibile dai riflettori: sulle Wasatch Mountains, nello Utah, un angolo di mondo che ho battezzato Sundance (come Sundance Kid, il mio personaggio in Butch Cassidy): lì mi sono costruito una casa e un’altra vita tutta mia. E anche un’altra piccola conquista di libertà. La mia intenzione era di dar vita a una comunità al riparo dal supersviluppo, in sintonia con la natura. Non mi è mai passato per la testa di comprarmi un jet privato o di dilapidare in qualche altro modo nel lusso ciò che ho guadagnato. Ho voluto invece creare qualcosa di utile, un’oasi per gli artisti in un magnifico spicchio di Terra. Il resto è stato un gioco d’equilibrio: trovare i finanziamenti senza doversi sottomettere allo sfruttamento alberghiero, ma preservando i luoghi da ogni attacco industriale. Oggi, Sundance è anche una realtà abitativa, ma resta un unicum urbanistico in osmosi con la natura».

Sull’ Huffington Post, che ospita il suo blog, Redford viene presentato come militante ecologista. Che significa in concreto?
«È una lotta continua. Contro le multinazionali e l’indifferenza della gente, che beve tutto quel che le distilla la tv, mentre il pianeta sprofonda nell’inquinamento. Di tanto in tanto riprendo fiato, con qualche film tutto natura ebuonumore,come AWalk in the Woods, che sto girando con Nick Nolte lungo i sentieri dei monti Appalachi, nastro verde di duemila miglia dalla Georgia al Maine, o addirittura partecipando a qualche fumettone hollywoodiano, come Captain America Il soldato d’inverno, appena uscito, che spazza via la mia fama di vecchio orso e mi fa circolare tra i giovanissimi».

Oltre che gran solitario, lei è stato etichettato uomo di sinistra e ribelle. Cliché, scorciatoie?
«Solitario, nel senso che preferisco isolarmi dalle situazioni mondane di pura apparenza. Con chi mi sa prendere, posso essere estremamente socievole. E non dimentichiamo che ho una moglie, Sybille Szaggars, tre figli, Shauna, Jamie, Amy, e vari nipoti. Quanto alla sinistra, mi hanno etichettato così solo perché lo spirito critico a quanto sembra non è mai prerogativa della destra. Ai tempi, era il ’76, ci ho messo tutto il mio impegno, quattro lunghi anni, per veder realizzato Tutti gli uomini del presidente, sullo scandalo del Watergate: un’idea che non poteva che essere di sinistra. Del resto il mio spirito di ribellione viene da lontano, dalla mia infanzia. Ho avuto genitori splendidi, due veri combattenti contro la povertà e la Grande Depressione degli anni Trenta. Mio padre consegnava il latte al mattino prestissimo, mia madre preparava il lunedì un arrosto per tutta la settimana e, ogni giorno, del gelato per dessert. Ma nonostante fossero poveri non sono mai venuti meno al rispetto delle leggi, delle regole, della disciplina. Hanno sempre trovato il modo di darsi un ordine in una vita difficile. Non è quello che cercano di fare i migliori tra noi?».

di  MARIO SERENELLINI da repubblica.it

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