Intervista a Roberto Bolle sono ballerino grazie ai miei genitori

PRIMA SCALARoberto Bolle: “La mia vita da ballerino nata in famiglia”

Il danzatore e l’importanza dei genitori nella sua carriera. “Mi hanno incoraggiato a non fermarmi”. “Ammiro le persone che danno ma non pretendono nulla in cambio”

Spero che i miei genitori mi vengano a trovare durante i mesi che passerò a New York perché sono molto legato a loro e mi piace averli vicini quando ce n’è l’occasione”. A parlare è Roberto Bolle che all’inizio di gennaio arriverà a Manhattan per la sua annuale trasferta. Da quando è primo ballerino con l’American Ballet Theater ogni anno passa lunghi periodi nella Grande Mela in vista della stagione di ballo con l’Abt.

Il suo primo appuntamento col pubblico del Metropolitan sarà il 2 giugno quando andrà in scena in Manon. Poi ballerà in Giselle e nel Lago dei Cigni, ma prima che si alzi il palcoscenico del Met danzerà a Tokyo, Londra e Milano. “È molto difficile lavorare per l’American Ballet Theater perché sono ritmi molto intensi, molto duri”, confessa Bolle che nei prossimi mesi dovrà preparare cinque o sei balletti contemporaneamente. “Bisogna avere i nervi saldi perché si è messi sotto grande pressione. Lavorare per l’ABT ti permette di affrontare poi con maggior consapevolezza situazioni anche più difficili. È una grande scuola”.

Roberto Bolle si prepara a iniziare la stagione da primo ballerino con l’American Ballet Theatre a New York. L’étoile del balletto internazionale riconosce quanto sia stato importante il ruolo dei suoi genitori perché la passione diventasse l’arte di una stella ammirata in tutto il mondo

Ma per Roberto Bolle la “scuola” è iniziata molti anni fa quando ancora era un ragazzino. I suoi genitori, anziché frenare la sua passione per la danza, lo incoraggiarono a seguire il suo cuore e trasformare una passione in una brillante carriera. “Nessuno di loro due mi ha mai ostacolato ma è soprattutto mia madre che è stata quella che mi ha appoggiato di più. È lei che aveva capito per prima l’importanza di trasferirmi a Milano”, racconta Roberto che è cresciuto a Vercelli. Milano era soltanto a un’ottantina di chilometri di distanza ma il palcoscenico della Scala sarebbe stato ancora più distante se non fosse stato per mamma Mariuccia. “Io non avevo piacere a venire a Milano”, ammette il ballerino. “La spinta che mi diede verso la Scala fu fondamentale”. Intorno agli undici anni, quando altri ragazzini della sua età giocavano a pallone o a pallavolo, Roberto aveva già la passione per la danza classica. Troppo giovane per pensare che questa sarebbe diventata una carriera, lui sapeva solo che ballare lo rendeva felice. “Vedere la passione che un figlio può provare e assecondarla: è quello che hanno fatto i miei genitori. All’inizio hanno pensato che fosse niente altro che un passatempo. Un po’ come uno sport. Poi quando hanno visto che dietro a questa mia attività c’era una vera e propria passione hanno incominciato a supportarla. Anzi, addirittura a spingermi verso quella che sarebbe stata la strada migliore per arrivare a essere un professionista”.

Il mondo è pieno di giovani ragazzi e ragazze che sognano di trasformare piroette, estensioni e piquè in una scelta di vita. Ma per la maggior parte di loro il palcoscenico rimane un irraggiungibile sogno. C’è la passione, c’è la voglia di emergere ma manca quell’incoraggiamento indispensabile per trasformare un sogno in una realtà. “Io ho avuto la fortuna di avere il talento, le doti e le qualità giuste per la passione che sentivo dentro. Ma senza i miei genitori non sarei mai riuscito. Io stavo bene dove ero. Avrei potuto continuare a ballare a Vercelli, fare lezioni di danza in una realtà molto piccola. Ma se non mi fossi spinto più in là probabilmente questa non sarebbe mai diventata la mia professione”. Con mamma Mariuccia che faceva la casalinga e papà Luigi che era un piccolo imprenditore di provincia, Roberto avrebbe potuto sentire le pressioni di proseguire l’attività familiare. I Bolle invece hanno creduto in lui nonostante loro stessi fossero cresciuti in una realtà molto differente. “I miei genitori non hanno necessariamente fatto nella vita quello che volevano fare. Credo però che si siano realizzati in altro modo, specialmente con la famiglia. Per loro è stato importante avere un nucleo familiare, dare determinati valori ai figli, crescerli in un determinato modo. In questo senso si sono realizzati”.

È anche attraverso il successo del figlio che Luigi e Maria si sentono realizzati, ma non senza sacrifici. Era la mamma che accompagnava Roberto da Vercelli a Milano per le lezioni di danza alla Scala e fu lei a iscriverlo al liceo anche se lui diceva che non ce l’avrebbe fatta.

Sono passati quasi venticinque anni da quel periodo così doloroso per Bolle, quando la famiglia la vedeva per poche ore durante il fine settimana. Allora sapeva di avere la predisposizione per la danza ma l’idea di diventare primo ballerino alla Scala? Neppure ci pensava. Di avere successo sui principali palcoscenici al mondo? Era al di là dei suoi pensieri. “A quell’età quando incominci una cosa se la finisci, bene; se non la finisci non importa, ne inizi un’altra. Danzare allora non mi pareva una scelta definitiva come quando uno deve scegliere l’università, quello è qualcosa che ti può cambiare la vita. Nel mio caso invece mi pareva semplicemente che stessi facendo qualcosa che mi faceva star bene. Perché i ragazzi soffrono se non fanno quello che amano. Credo che nella vita non fare quello che dà gioia sia la causa più forte di infelicità”.

Senza neppure rendersene conto Roberto ammira i suoi genitori più di chiunque altro. Dice di non sentirsi ispirato da nessuno in particolare, fatta eccezione per il suo mito Mikhail Barishnikov. Ma alla domanda chi siano le persone che più rispetta, descrive praticamente Luigi e Maria Bolle. “Tra le persone che mi piacciono di più ci sono quelle che aiutano gli altri. Quelle che per aiutare riescono a dare una parte di sé, della loro vita”, afferma Roberto. Proprio come i suoi genitori, la stessa generosità che ritrova in molte delle persone che ha conosciuto attraverso la sua attività di ambasciatore per i diritti dell’infanzia presso l’Unicef. “Provo grande ammirazione per persone che sanno dare qualcosa di loro senza veramente avere niente indietro. Soprattutto in un mondo dove tutti pensano a sé stessi”.

 di ANDREA VISCONTI da repubblica.it

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