Io, profano (e ingenuo), sogno un ct che lo faccia per amore Il munifico contratto di Conte con la Nazionale

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sogno un ct che lo faccia per amore
Il munifico contratto di Conte con la Nazionale

La premessa è d’obbligo: io e il calcio non siamo particolarmente amici. Non è il mio sport preferito (non riesco ad appassionarmi a uno sport che prevede il pareggio come possibile risultato), non ho una squadra del cuore (l’ho avuta fino a 14 anni: era il Monza; con in più una certa ammirazione per l’Inter negli anni di Facchetti, Altobelli e Rummenigge, ormai preistoria), non seguo il campionato se non quando sono di turno in redazione, un po’ di più mi appassiona la Champions League dove, da non tifoso, tifo regolarmente per tutte le squadre italiane. Però c’è la Nazionale. Quella sì. Non tanto perché è la summa dei migliori talenti calcistici di casa nostra, ma proprio perché è la Nazionale. Tifoso patriottico, insomma. Proprio per questo nelle ultime ore sono rimasto particolarmente deluso da quanto accaduto attorno alla vicenda Conte.
Il tema è quello dell’ingaggio. In un’Italia che tira avanti con fatica e che è ufficialmente in recessione tecnica è davvero sconcertante che venga assegnato al ct azzurro un compenso di quell’entità: quattro milioni di euro più vari incentivi, a esempio i 500 mila euro nel caso di qualificazione alle finali degli Europei. Questa clausola è una delle più ridicole: perché Conte deve ricevere un extra se fa vincere la squadra? Non è forse quella la «mission» di un allenatore? Il giornalista è pagato per scrivere, il fabbro per fare cancelli, il ct per mettere insieme una squadra vincente. Nessuno gioca per perdere e quindi non dovrebbe esserci alcun incentivo alla vittoria. Semmai il contrario: 500 mila euro in meno per ogni qualificazione mancata.
L’altro aspetto che ai miei occhi di profano appare inconcepibile è la cifra. Poco mi interessa che metà della somma sia pagata da uno sponsor: è comunque fuori dal mondo. Non ne faccio una questione di etica, per quanto nell’Italia boccheggiante del 2014 quel cachet suona come un insulto per le tante famiglie che tirano la cinghia e che faticano ad arrivare a fine mese. La cosa ha piuttosto a che fare con la singolarità del caso: Conte in questo momento era un disoccupato. Un disoccupato eccellente, ça va sans dire, ma pur sempre un disoccupato. E da quando un disoccupato può dettare le regole del suo contratto? Alzi il prezzo se devi lasciare un lavoro che già hai, non se non ne hai alcuno. Qui entra in gioco tutta la mia profanità calcistica: davvero nessun altro, magari meno esoso, avrebbe potuto occupare quella panchina? Non so valutare le dietrologie che circolano in queste ore, secondo cui era già tutto scritto e l’addio alla Juve era propedeutico alla sostituzione di Prandelli. Ma di fronte a chi taglia corto chiamando in causa il «mercato» mi chiedo se veramente sia stato fatto un accurato «benchmark» per valutare varie alternative e scegliere la migliore possibile, anche nel rapporto costi-benefici.
Ma forse quelli come me, per cui il calcio è qualcosa di più simile alla partita nel deserto di Marrakech Express che non alle bizzarrie del calciomercato professionistico o alle paturnie da tifosi, non lo potranno mai capire. Sono rimasto sinceramente sorpreso molti anni fa nell’apprendere che erano previsti dei gettoni anche per i calciatori convocati in Nazionale. Pensavo che indossare la maglia azzurra dovesse essere semplicemente un onore, un motivo di orgoglio e che si accettasse solo per la gloria. Ero ingenuo e quelli erano i tempi in cui i calciatori si vergognavano perfino a cantare l’inno nazionale in campo. Oggi l’inno tendenzialmente lo cantano ma la Nazionale, che mi immaginavo potesse restare zona franca, è sempre più business as usual (che fastidio il tablet sotto il microfono delle interviste con i marchi degli sponsor che scorrono).
L’ingaggio milionario di Conte arriva pochi giorni dopo l’elezione al vertice della Fgci di un signore che giustifica l’aver equiparato i calciatori africani a dei mangia banane come una frase inserita in un contesto (mi ha ricordato Scajola che dopo aver dato del «rompicoglioni» a Marco Biagi aveva accusato i giornalisti di averla estrapolata dal contesto, come se possa esistere un contesto in cui dare del rompicoglioni a un collaboratore del governo ucciso dalle Brigate Rosse). Quindi di questo calcio non dovrebbe stupirmi più nulla. E invece mi stupisco ancora. E continuo a sognare che qualcosa possa cambiare. Chissà, magari un ct che come fece Monti salendo a Palazzo Chigi decida di mettersi al servizio della causa rinunciando a ogni compenso. Così, giusto per orgoglio. E per amore. E che anziché dirsi banalmente felice per la scelta per la sua prima dichiarazione ufficiale prenda in prestito quelle parole che risuonano negli stadi prima del calcio di inizio di ogni partita della Nazionale: «L’Italia chiamò!»

  di ALESSANDRO SALA   da corriere.it

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