Le serie tv la nuova arte dell’Occidente Creano dipendenza ma anche problemi di comunicazione con gli amici

kevin spacey in house of cards sky-atlanticIL FENOMENO
Catartiche e oltre i limiti di genere: serie tv, nuova arte dell’Occidente
Creano dipendenza ma anche problemi di comunicazione con gli amici. Consentono a una donna di identificarsi in un uomo e a tutti di cambiare orizzonti morali

E poi vabbe’, a un certo punto capisci. La donna che vorresti essere si chiama Matthew McConaughey. Sempre, da anni ( sembrava relegato alle commedie romantiche fesse; ha tirato fuori le sue inquietudini e stranezze in una serie di ruoli uno più inquieto e strano e trionfale dell’altro); soprattutto quando fa Rust Cohle nella serie True Detective (vista in streaming; comprato dvd; capolavoro; dovrebbe essere su Sky Atlantic quest’autunno). Il poliziotto dal carattere impossibile e dalla storia terribile e dalle riflessioni amare ma gentili, un personaggio che è meglio di una psicoterapia e ti fa decidere che, alla fine, vai bene pure tu (insomma, ti stai identificando con McConaughey, mica con Alfano).

E, ancora vabbe’, ammetti. Nella vita pubblica che hai più o meno avuto non avresti disprezzato momenti alla Frank Underwood. Il politico washingtoniano interpretato (la sua migliore interpretazione, e le precedenti non erano scarse) da Kevin Spacey nella serie House of Cards . Invidi la sua abilità di stratega politico (tu sei incapace di manipolare il tuo vicino di scrivania), memorizzi i suoi mementi («è così che si divora una balena, Doug, un morso alla volta») sperando di imparare qualcosa o almeno di far buona figura citandolo. E poi, cattiva per cattiva/o, vorresti essere lui, non sua moglie Claire. Per quanto lei sia Robin Wright. Però, sempre triste, sempre tradita, sempre a dieta o comunque impegnata nel fitness o nella finta beneficenza, sempre comprimaria. Tanto vale vivere la storia dal punto di vista di lui, che nella Storia entra. Insomma, nella storia in una serie, ma le serie stanno diventando per parecchia gente una vita parallela. La dipendenza di tv di alta gamma è ormai fenomeno collettivo anche da noi. È la tv delle serie di qualità, complesse, ma godibili (il passaggio epocale è raccontato al meglio nel saggio «The Revolution Was Televised», di Alan Sepinwall, uno che ha iniziato a fare il critico nel giornale della città di Tony Soprano). Quelle da cui si diventa ossessionati, che creano sempre nuovi problemi di comunicazione. Con gli amici che guardano le stesse serie è difficile parlarne, bisogna prima capire a che punto sono, se le guardano in tv, streaming o hanno ordinato su Amazon il cofanetto; bisogna evitare gli spoiler, ma si finisce sempre a rivelare qualcosa su puntate che l’altro non ha ancora visto. Con gli amici dipendenti da serie diverse, è più facile; ognuno fa il suo soliloquio. E con i personaggi, in cui ci si tuffa aspettando la puntata, riguardandola registrata, esagerando col binge watching (le maratone tv) e guardando otto episodi di fila (si è fatto) il rapporto può diventare, diciamo, molto personale. Specie in caso di orgia di puntate, ci si immerge in quel mondo e le categorie saltano. Soprattutto quelle di genere, a pensarci.

A pensarci, il teletossico d’alta gamma adulto/a va oltre i normali meccanismi di identificazione. Quelli che ancora valgono per i ragazzi e sono calibrati per il target di ragazze (è il caso di Girls di Lena Dunham, ora scavalcato a sinistra da serie più indie , con protagoniste fisicamente ancor meno perfette, con situazioni finanziarie assai più precarie). I grandi no. Sebben che sono donne, alcune si sentono come il comico Louis C.K. di Louie . Pur essendo maschi etero, altri si son ritrovati nelle Casalinghe disperate (o nell’iconica Carmela Soprano, interpretata da Edie Falco, che ora è un’infermiera strafatta di psicofarmaci in Nurse Jackie ed è assai simpatica). Sebbene nel resto della giornata si sia tragicamente consapevoli della propria identità sessuale, dei propri limiti (eccetera), le serie preferite forniscono avatar complessi con cui essere altro. Tanto che quando arriva la serie perfetta per la Donna Orribile (tutte le donne rompiscatole-non-gattemorte sono orribili; o almeno dovrebbero serenamente sentirsi tali) non ci si identificano più di tanto. La si guarda con entusiasmo perché è una commedia fatta benissimo e perché la protagonista è stra-brava. Ma si fanno due passi indietro e si prendono appunti, sulle cattive azioni che si potrebbero commettere con maggiore perizia, sui difetti atrocemente esibiti e sfottuti, che sono gli stessi di tante. Si parla di Veep , ovviamente, con la grande Julia Louis-Dreyfus ex di Seinfeld . Sky Italia l’ha annacquato in Vicepresidente incompetente , mostrando poca comprensione del doppio passo della serie, e un tot di sessismo. Nonostante il titolo da vecchio film di Lino Banfi (tipo «La vicepresidente incompetente ci sta col senatore», cose del genere), la Veep Selina Meyer è interessantissima in quanto donna ambiziosa che non lo nasconde, madre pessima senza vergogna, nonché – finalmente una femmina vince il ruolo – cialtrona di successo. A pensarci, anche lei fornisce lezioni utili; a pensarci, nei momenti di rimbambimento nelle serie, una la guarda con entusiasmo ma preferisce essere per una-due-otto puntate il più feroce benché bolso Frank Underwood (per non dire di Matt; quest’autunno si saprà dire di Matt, probabilmente).

P.s. L’Italia ha dato qualche buona prova nella nuova arte maggiore dell’Occidente, insomma sempre nelle serie. Soprattutto grazie a Stefano Sollima, regista di Romanzo Criminale e ora di Gomorra . Straordinario nel raccontare storie di maschi. Che in Gomorra ha (spoiler alert: se non avete visto la prima serie e pensate di farlo, non leggete oltre) fatto morire donna Imma Savastano, il personaggio femminile più ganzo, forte e stimolante che si fosse visto da noi da una vita (uno degli sceneggiatori, alle mie disperate proteste, ha risposto, «e qualcuno alla fine dovevamo fallo morì»; non ho altro da aggiungere, Vostro Onore, direbbero nei telefilm americani).

di MARIA LAURA RODOTA’ da corriere.it

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